Alcune band non le scegli da solo.
Ti arrivano in dote quando sei ragazzo, ecco perché per i Dire Straits dovrò sempre ringraziare mio padre.
Si andava in macchina dai nonni, e ogni tanto girava questa cassetta.
Io non sapevo ancora niente di musica, ma quella chitarra lì fa presto a entrarti dentro. Poi a me ha sempre gustato molto anche tutto il contorno. La voce, contraltare sordo a quelle 5 corde usate come da un ragno che tesse la sua tela. La batteria così ritmata. Le tastiere. Poi cresci e vieni a sapere che a volte quei tasti bianchi e neri li picchiava un tale che abbiamo già incontrato, e che incontreremo di nuovo. Quando sei buono a suonare, ti chiamano a farlo anche se non fai parte del gruppo. E Roy Bittan, The Professor, direttamente dalla E-Street Band, a suonare è un maestro.
Tutto torna.
Fatto sta che tra tutti i brani dei Dire Straits, e state certi che li incontreremo di nuovo lungo la strada, già da ragazzetto quello che mi ispirava di più era Tunnel of Love.
Siamo nel 1980, esce Making Movies, terzo album degli inglesi capitanati da quella chitarra e quella voce.
Mark Knopfler.
E’ un grosso album, e, come spesso capita, i grossi album si aprono con un grosso brano.
Parte con un organetto, Tunnel of Love.
Poi, per più di 8 minuti, è profumo di popcorn.
Knopfler a riguardo disse di essere sempre stato affascinato dai Luna Park, fin quando da piccolo andava a quello vicino a Newcastle, chiamato Spanish City.
Il protagonista lavora in un luogo simile, e durante tutta la canzone sono parecchi i richiami alle attrazioni, alle giostre. Dal Waltzers, fino ai Sixblade, Switchback, Torture Tattoo, Ghost Train.
Poi, compare lei.
Ferma. Nella luce.
Sembra una vittima della notte, come il protagonista, dove la notte può essere intesa come il buio di chi non ha ancora finito la ricerca, l’oscurità di una depressione, il nero di un brutto periodo.
E, come entra il ritornello, siete già innamorati.
Certo, se mi seguite da un po’, sapete che è ora di un MA.
C’è sempre un MA.
D’altronde, senza i MA probabilmente non avremmo tanta musica e tanta arte di grande qualità.
Siete già innamorati, vi sentite ardere, MA.
Ma il pericolo è sempre quello, e oggi magari non hai la forza di correrlo. O forse tu si, ma lei no. Cambia poco.
“Rimaniamo sconosciuti”, sembra dirgli la ragazza, “facciamo solo un giro di giostra, tanto lo sai già come andrà a finire”.
E’ una figura splendida, la donna di questa canzone.
E a te sembra bello proprio come le altre volte. Senti che inizi a volare, perché le altre volte sono qui di nuovo, tutte insieme, ed ogni Luna Park, ogni nuova attrazione, si assomiglia sempre, a livello di sensazioni.
Torni bambino, torni felice.
E’ ora di andare, dice lei. Abbiamo preso e abbiamo dato. Ma non rovineremo tutto. Non noi, non stavolta.
Ti lascia un ricordo e un bacio.
E mentre se ne va, tu non fai niente per fermarla, per correre quel rischio.
La chiave credo che sia tutta qui.
“I could have caught up with her easy enough, but something must have made me stay”.
Avrei potuto raggiungerla abbastanza facilmente, ma qualcosa deve avermi trattenuto.
Cosa ha trattenuto te? Cosa ha fatto andare via lei, tra polvere e puzza di gasolio?
La paura di soffrire di nuovo?
La paura di rovinare un ricordo così perfetto?
La mia risposta è che non lo so.
Ma posso dire che se non vi rivedrete, sarete sempre in quel Luna Park, luogo magico per antonomasia, ma anche luogo di finzione, gioco, sogno. Niente di reale, e per questo perfetto.
Ma la malinconia rimane, anche la voce di Mark si quieta, dopo essere stata grintosa per tutto il brano. Vorresti cercarla, tra tutte le giostre dove le promesse vengono fatte.
No, troppo tardi.
Mi viene in mente, proprio ora, una poesia contenuta nel numero 74 di Dylan Dog, Il Lungo Addio.
E’ proprio bello come lo è sempre, ma è anche triste.
Quindi, basta parole, fai parlare la Stratocaster, Mark.
Quella sa sempre cosa dire, sa sempre la risposta.
E’ un monologo, più che un assolo di chitarra, quello che negli ultimi due minuti del pezzo culla ricordi e stritola viscere, in un crescendo inesorabile, come una malinconia che giunge al culmine, prima che entri The Professor, trascinando via il passato, lasciando la perfezione, dietro il velo bianco e nero di quello che sarebbe potuto essere e non è stato.
E alla fine pensi che sì, tutto torna.

Testo e traduzione