A pensarci ora, ora che sembra le cose possano faticosamente tornare alla normalità, mi vien da darmi del coglione.
Più di due mesi in casa a far la muffa, e vigliacco una volta che abbia scritto qualcosa che non somigliasse ad un rutto.
D’altronde, l’occasione era ghiotta, ma dice che certe cose non vengono a comando, e l’ispirazione arriva quando meno te lo aspetti.
Le balle, dico io. Se non ti ci metti di buzzo buono, e ci credi almeno un po’, col cazzo che la scrittura vien da sola.
L’ispirazione dev’essere la scusa di quelli occupati a giocare tipo a Days Gone.
Oh, non c’è stato verso di scrivere niente di significativo, purtroppo.
Sì, grazie al cazzo, ti preoccupi di far fuori orde di zombi che ti inseguono, purtroppo. Cretino.
D’altra parte, c’è anche da dire che al fuoco io ci credo davvero, e quello è già un po’ che non c’è, non come c’era, se non altro, quando scrivere era a tanto così da essere una questione di vita o di morte, e non so se considerarlo un male, in fondo.
Di sicuro, scrivere aiuta a scrivere, e farlo a tratti è utile come un buco di culo sul gomito, come diceva Larry, ed io non è che mi sia proprio applicato al meglio.
Poi tira fuori le scuse che vuoi, lo stress della quarantena, le preoccupazioni, il nervoso e l’ansia di finire le sigarette durante il lockdown, ma tant’è. Alla fine di questo si tratta. Non ti sei applicato al meglio.
Traslalo pure su altre cose dell’esistenza, che come concetto vale quasi sempre.
Sta di fatto che l’altra mattina è partita – perché se è vero che non ne scrivo più, di musica continuo a nutrirmi come un cucciolo fa col latte materno – So come back, I am waiting degli Okkervil River.
Che era un po’ che non partiva, e che mi è arrivata in faccia tipo un vetro che non ti aspetti, che ci picchi contro e ti guardi intorno per vedere in quanti han visto che sei uno sfigato.
Sa la madonna quanto ho amato questo pezzo, tratto dall’album del 2005, Black sheep boy, e a mio parere vetta assoluta del disco. Li seguo da lì, gli Okkervil River di Will Sheff, scoperti un po’ per caso attraverso una recensione online in quel periodo.
Ne avevo anche scritto, partorendo una semi-schifezza di articolo, dissociato come il mio io di quel periodo, e l’esigenza di tornare a parlarne, di dire qualcosa di più, qualcosa di meglio, è diventata urgenza, bisogno, fuoco.
E poi son rimasto lì, come capita spesso quando ascolto musica, ubriaco di questi otto minuti e rotti, che i peli ti si rizzano, i muscoli si tendono, le note diventano ricordi, profumi, idee.
Un ragazzo pecora nera gira attorno a canyon e cascate
Un ragazzo pecora nera si dissolve in una siringa o in un box doccia
Lui dice “ho un sacco di tempo per farti mio stasera”
Lui dice “ci sono un sacco di modi per sapere che tu non stai morendo, ok?
Cazzo, nei tuoi occhi c’è ancora un sacco di luce”
Will parte quasi in falsetto, con quella voce che già di suo è uno strumento, accompagnato da accordi rarefatti come macchine di notte in una strada secondaria, ed io penso che non c’è un solo indizio, un solo indizio del cazzo, che So come back, I am waiting sia un capolavoro, in questo esordio, e vorrà pure significare qualcosa, ‘sta roba; forse che serve attenzione, pazienza, tempo, per valutare le cose, e che lo skip sarà pure una bella invenzione, ma a volte è stupido come solo le prime impressioni sanno essere, e questa cosa penso anche di averla già detta, ma sticazzi.
E il pezzo intanto è già andato avanti, e sono entrati batteria e fiati, e la voce di Will è più definita, più chiara, ed in fondo non capita sempre così?, che ti pare di essere ancora quello che eri, preso da tutte le cose che succedono mentre non ci pensi, e poi ti concentri un attimo, rimetti a fuoco l’istante attuale, e no, non sei quello che eri. E ci mancherebbe altro, che sai che due coglioni esser sempre come sei, senza miglioramenti né errori.
Will canta di sé stesso e di tutte le anime che sono cresciute dentro di lui, di tutti i passeggeri che hanno occupato la sua carne, i suoi muscoli, il suo sangue.
Di tutti i diversi Will che Will è stato, è, sarà.
E si scaglia contro le sue scelte, i suoi vecchi entusiasmi e le sue passate convinzioni.
E allora perché hai strillato, incantato da una qualche vecchia canzone sacra?
Che ha composto un qualche bugiardo sorridente, un bugiardo che adoravo controllare?
E’ la prima esplosione del pezzo, improvvisa, violenta, quasi istintiva, subito sopita.
Eccola, la pecora nera dell’incipit, la Black sheep che dà il titolo all’album, irrequieta figura che riassume la fregola della curiosità ed il sentirsi sempre un po’ fuori posto, tanto da non appartenere mai a niente e nessuno, nemmeno a sé stessi, che flirta con la dipendenza, accarezza l’amore, bacia la morte, balla con la solitudine, nasce solo per morire e muore convinto di rinascere.
Un ragazzo pecora nera si scioglie in una crema calda, in dolci gemiti
In ogni letto morto e casa vuota, in ogni batterio ribollente
Delicato serial killer, lui alza la testa, bellissimo, cornuto, solenne
E’ il profumo del glicine illuminato dalla luna
E’ il fremito di eccitazione del principiante
Tu intanto non te ne sei accorto, ma il piano stabile su cui appoggi i piedi si è inclinato. Ti pare di essere ancora in controllo, ma è un processo irreversibile, quello del piano inclinato, ed ogni frase flette un po’ di più, finché non ne diventi consapevole, e la canzone ti tira dietro di lei, un accordo, poi un altro, poi una rullata da cambio di passo, da cambio di passeggero, ed entra una tromba solenne come solo una tromba sa essere, mentre Will spinge, demarca, scandisce ogni secondo.
E stasera ci sono un sacco di modi in cui può rivendicare i suoi crimini
E ci sono un sacco di cose che si possono fare con i suoi soldi
E stasera ci sono un sacco di modi in cui può indossare il suo travestimento
Tu hai il tuo e io ho il mio.
E allora perché sei scappato?
Non sai che non puoi sottrarti al suo controllo
Ma solo dire che sono tue tutte le sue opere violente
E allora torna, e le accetteremo tutte
E allora torna alla tua vita da fuggitivo
E allora torna dal tuo vecchio uomo pecora nera
Libero, fiero, consapevole, Will lascia volare le sue corde vocali, riconoscendo sé stesso solo nella manifestazione di ognuna delle sue diverse anime, somma dei diversi personaggi che ne fanno persona reale, sfaccettata, multiforme, con tutti gli errori e le pessime azioni, le esperienze e le sporcizie, gli atti di vigliaccheria e i momenti di abbandono.
Ed è in questa cognizione che il ragazzo-pecora nera, diventa uomo-pecora nera, cosciente di essere nient’altro che un essere umano.
Che se ci pensi a modo, forse è così per tutti, e a volte sei dissociato, a volte ti comporti da merda, a volte sei solo quello che ti viene di essere.
E se ci pensi un po’ di più, più perdoni i tuoi sbagli, più capisci quelli degli altri.
Intanto, questi otto minuti son passati tre o quattro volte, ma io non mi stanco, che ‘sto pezzo è davvero da godere. Fisicamente, intendo.
E allora alzo il volume al massimo, poi lo tiro un po’ più su, allargo le braccia, riparto da capo.
Che ogni volta non è mai la stessa.

TESTO E TRADUZIONE