Quando sei un ragazzino è facile.
L’appalto per la tua cultura musicale è un contratto in bianco firmato con genitori, zii, cugini più grandi. Ci sono tanti anni arretrati da recuperare che spesso è sufficiente una panoramica con la testa girata di lato sugli scaffali pieni di dischi che i tuoi parenti possiedono.
Poi cresci, e assieme agli ormoni scopri anche un istinto di ribellione, forse figlio dei primi peli.
E’ come se dicessi “grazie ragazzi per avermi svezzato, ma ora questo contratto in bianco lo uso per pulirmi il culo e decido da solo cosa ascoltare”.
Il fatto è che guardi al futuro. Il passato è noioso. Lascia stare che poi fra 20 anni starai lì a dire che il passato è meglio, e che il futuro è una merda, ora hai 20 anni, e il passato è passato.
Così, stipuli un altro contratto, nuovo di pacca, con le riviste musicali.
La mia generazione è cresciuta tra Jam, Rockstar, Il Mucchio Selvaggio, Tuttomusica.
Lì le recensioni ti davano le dritte per la musica che stava uscendo, suoni “nuovi” e parole più tue che delle generazioni precedenti.
E nonostante l’avvento di internet credo che ancora oggi il miglior modo per conoscere musica nuova restino le riviste specializzate. Quelle di un tempo hanno pian piano chiuso, portandosi dietro l’odore di carta plastificata e cassette allegate, nel frattempo sostituite da webzine sicuramente meno romantiche, ma altrettanto importanti.
Perché altrimenti non li scopri, quei gruppi un po’ così, quelli come gli Okkervil River.
E vale la pena farlo, con il loro folk un po’ indie con strumenti un po’ country su accordi un po’ rock, malinconici e vitali, scuri d’animo e trasparenti nelle emozioni. Vale davvero la pena farlo.
E’ il 2005 quando esce “Black sheep boy”, e per me da quel momento è stato un continuo avanti ed indietro nella storia di Will Sheff, deux ex-machina del gruppo, mezzo intellettualoide, mezzo contadino, capace in un amen di passare da soffici ballate a dirompenti ed epiche cavalcate rock, con quella voce che è già di per sé uno strumento, così piena di emozioni da non lasciare quasi mai indifferenti.
La figura della pecora nera dipinta da Sheff trae ispirazione dal cantautore anni ‘60 Tim Hardin, a cui si deve proprio il titolo, oltre che una cover inserita come prima traccia, dell’album.
E’ un album strano, Black sheep boy, così come strana è la penultima canzone del disco.
Il malinconico blues, aggiunto al titolo, sembrano indirizzare verso la più classica delle canzoni d’amore.
Ritorna, ti sto aspettando.
E ammetto che non ci sarebbe nulla di male. Anzi, le esplosioni sonore e il pathos dispensato in giuste dosi la lascerebbero esattamente dov’è, fra i miei pezzi preferiti. Proprio come un innamorato deluso la malinconia e la rabbia si alternano nella voce di Will, assecondando questo continuo rimbalzo di sentimenti, tra oasi di calma, rumori di sottofondo e tristezza, e uragani di fiati, chitarre e archi, sotto la sua voce potente e libera.
Sembra amore, ma non è proprio così.
C’è una pecora nera anche qui, come in molte canzoni del disco, in questo che è una sorta di sbilenco concept-album, ma il “black sheep boy” non è l’amante abbandonato, è solo il tuo passeggero, per dirla alla Dexter.
Quel passeggero che sta nascosto, tra i canyon della mente, cupo, con la sua ostinata presenza, con cui prima o poi dovrai fare i conti.
Lui ti dice che stasera sei suo, che stasera comanda lui, hai ancora tanta luce dentro, e quindi non preoccuparti, non è ancora tempo di morire. Ma lo sai anche tu che sta mentendo.
E’ la solita bastarda, quella già incontrata, quella che incontreremo ancora, che guida, di tanto in tanto.
Tra una siringa e maniche da arrotolare, che ha già sedotto altri prima di te, fino a rapirli completamente.
Letti di morte, case abbandonate e marce, ma anche profumo di primavera e brividi di eccitazione.
Alpha e Omega della tua esistenza, bramata ogni volta come l’amore e bestemmiata come un Dio maligno, in un circolo di morte e rinascita che è solo nelle sue promesse impossibili da mantenere.
Quella bastarda che può travestirsi da quello che vuole, per farti cadere. Il padre violento. L’errore di tanti anni fa. La madre assente. Il viso, quello che non puoi dimenticare.
E qui che l’enfasi cresce e si compatta come una valanga in attesa, e raggiunge l’apice nell’urlo di Will.
“Tu hai il tuo modo, io ho il mio”.
Ognuno ha i propri demoni, e non è detto che ci si riesca a convivere. Puoi anche provare a scappare, ma non si è sempre forti. Proprio no.
Ed eccolo, ti sta aspettando, ormai in pieno controllo, non più ragazzo, ma uomo, piena consapevolezza che ti ha inghiottito, ed ora non sai più distinguere chi insegue, chi aspetta, chi comanda.
Perché sei tu.
La pecora nera sei tu.
E sì, è quasi un capolavoro, questa giostra di emozioni in musica di Sheff.
Ma no, non è proprio una canzone d’amore.
O forse, chissà, sì.

TESTO E TRADUZIONE