Non sono mai stato particolarmente portato a farmi trascinare in quell’usanza pagana dai più chiamata pogo, pratica barbara il cui fine ultimo è provare a frantumarsi le ossa saltando l’uno contro l’altro durante un concerto, sulle note un pezzo carico il giusto.
Ho saltato, madonna se l’ho fatto. Ho urlato, e cantato, e alzato braccia al cielo, ed esultato come fossi Tardelli, ma il pogo non è mai stato il mio sport. Gioca anche il fatto che sono un po’ testa di cazzo, e quando capita di rimbalzare uno contro l’altro divento irascibile in un amen, peraltro senza motivo.
Con Rearviewmirror, però, è una cosa diversa.
Nel 1993, dopo il pazzesco esordio di due anni prima, i Pearl Jam danno alla luce l’album forse più duro e violento della loro straordinaria discografia, Vs.
Merito anche della produzione di Brendan O’Brien, già collaboratore, tra gli altri, di Stone Temple Pilot e Red Hot Chili Peppers, e che in futuro sarà chiamato a produrre Bruce Springsteen, Aerosmith e molti album degli stessi Pearl Jam. I suoni risultano più aspri rispetto al disco d’esordio, conferendo all’opera sonorità crude tipiche dell’impatto live, amplificando notevolmente la forza d’impatto dei pezzi.
A conti fatti, Vs. è un altro capolavoro.
Animal, Daughter, Dissident, Blood, Elderly Woman, Indifference. Che album.
Rearviewmirror, però, è una cosa diversa.
Che poi con i Pearl Jam, con quel fenomeno di Eddie, ho sempre avuto un rapporto speciale, e dopo più di venticinque anni sono ancora qui a stare bene assieme alla loro musica, a ricaricare le batterie, masticando il gusto amaro della verità e il sapore taumaturgico del rock, sognando un mondo a forma di palco dove parole e musica e amicizia e sorrisi e grinta si fondono in un’unica marmellata, tipo quelle buone fatte in casa.
Rearviewmirror, però, è una cosa diversa. Non lascia respirare, non dispensa sorrisi, né cure miracolose. Non puoi semplicemente ascoltarla come fai con una canzone qualunque, non puoi cantarla mentre bevi una birra, una mano in tasca e quella col bicchiere alzata al cielo nel brindisi di rito con la band. Rearviewmirror non ti regala niente, esiste per essere vissuta un secondo dietro l’altro, e le emozioni che può donarti le devi guadagnare centimetro dopo centimetro.
Già dall’intro, con quel giro di chitarra vorticoso, filo aggrovigliato di pensieri ossessivi in attesa che il tornado della band li travolga, smuovendo una stasi che neanche sapevi di vivere.
Mi sono fatto un giro in macchina oggi
E’ il momento di emanciparsi
Suppongo siano state le bastonate a farmi diventare saggio
Ma non ho intenzione di dire grazie, o scusarmi
L’enorme potere lirico di Eddie Vedder si palesa immediatamente, e la sua forza risiede, come altre volte, nella capacità di raccontare cento storie diverse intrecciandole in una sola, creando un affresco così energico da risultare adattabile a molteplici chiavi di lettura.
Se da una parte è indubbio che la canzone sia dedicata al patrigno e al rapporto burrascoso tra lui ed Eddie, è difficile dall’altra non menzionare i richiami ai condizionamenti religiosi e sociali che mantengono addomesticati, con le buone o con le cattive, ed è automatico pensare a quella pecora nella copertina del disco, a quel muso schiacciato contro la rete, i denti in bella vista, nella metamorfosi dell’animale, da mansueto simbolo di una condiscendenza a prescindere fino a divenire ribelle incazzoso pronto a mordere.
E’ che sputa libertà da ogni poro, Rearviewmirror. La sputa in faccia con la grinta di chi non l’ha mai avuta, con la rabbia repressa di chi l’ha persa, con lo spirito di chi la sta provando a riguadagnare.
Costretto a sopportare quello che non potevo perdonare, ma anche, poco dopo
Ho cercato di sopportare quello che non potevo perdonare
Ed è proprio qui, dopo che hai provato una volta ancora a rientrare nel tuo ovile, ingoiando merda e accumulando rabbia, e poco importa che quel recinto fosse quello di un genitore violento e distante, di una relazione piena di sofferenza, di una società dove puoi essere quello che vuoi a patto che tu sia qualcosa di già stabilito, che Rearviewmirror smette di essere una canzone.
Smette ai bordi di una condizione stagnante resa perfettamente dalla sospensione del brano, che resta in bilico tra un passato di ingiustizie e soprusi che ancora manipolano e l’attesa di qualcosa che sblocchi la paralisi emotiva. Come essere intrappolati nelle sabbie mobili, che, a star fermi o a muoversi, sprofondi comunque.
Smette e non riparte più, che quella che inizia sulla rullata di Dave Abruzzese, non è più una canzone.
E’ un grido tribale, un focoso inno di vigore sparato nei tuoi muscoli, una fune gettata in tuo soccorso mentre credevi non ce l’avresti davvero più fatta.
Ho visto le cose
Più chiaramente
Una volta che sei stato nel mio specchietto retrovisore
Salvano vite, pezzi del genere.
Eddie si sovrappone a sé stesso, in un controcanto che si moltiplica, con tre registri vocali diversi, una sorta di blasfemo uno e trino, ognuno di essi diretto discendente di un malessere troppo a lungo covato che finalmente ha trovato il proprio modo di esprimersi.
La forza mostruosa della sua interpretazione, accompagnato magistralmente da una band in stato di grazia, costringe a fare qualcosa, e il significato stesso del brano, il suo senso finale di riscatto, di abbandono definitivo di tutto quello che ti fa soffrire, si manifesta appieno solo distruggendo sé stessi per costruirsi di nuovo, scatenando un pogo interiore che ha davvero bisogno di farsi reale e che solo apparentemente è identico a quegli altri mille, ma che per ogni botta ricevuta o data restituisce la misura del tuo essere vivo.
Un canto con le mani sul volante, le nocche bianche a furia di stringere e gli occhi che ogni tanto rimbalzano su quello specchietto, a controllare se hai guadagnato qualche metro su tutti i tuoi demoni.
Più che una canzone, un brutale e purificatorio cerimoniale di vitalità, un rito pagano di riscatto e indipendenza, da vivere sottopelle, mordendo, gridando, sudando, i muscoli tesi e lo sguardo fiero di chi non ha mollato, di chi comunque non mollerà mai.
Una cosa diversa da un pezzo qualsiasi, che a volte il rock non è solo una canzone.

TESTO E TRADUZIONE