Quando ero un bambino, tipo dai 3 ai 10 anni, ogni estate partivo per il mare con i miei.
All’epoca c’erano ancora le classiche ferie d’agosto, si stava via più o meno quindici giorni, e se incontravi una macchina con la targa della tua stessa provincia suonavi il clacson per salutarlo.
Ma lo suonavi anche se uno stronzo faceva una manovra da disadattato, quindi alla fine non era molto diverso rispetto ad oggi.
Io volevo sempre guidare, quando si arrivava all’autostrada, perché il mio concetto di difficoltà di guida era rappresentato dalle curve. Ergo, sull’autostrada, tutta dritta per definizione nella mia idea, non avrei avuto problemi a farlo. I miei assecondavano la mia richiesta, tanto quando arrivavamo all’imbocco me ne ero bello che dimenticato.
D’altra parte, viaggiare sul sedile posteriore mi piaceva da matti. Non era necessario interagire per forza, e potevo farmi trascinare dai pensieri ovunque avessi voluto. Guardavo fuori dal finestrino, spesso silenzioso, e ascoltavo la musica dell’autoradio, catturando paesaggi che si avvicinavano per poi scomparire. Rompevo il cazzo solo se i miei parlavano troppo e si sovrapponevano più del necessario alla musica. Quindi, secondo i miei criteri, più o meno sempre. Credo che la parola cagacazzo l’abbiano inventata i miei.
Comunque, Franco Battiato l’ho conosciuto così, e quegli imprinting lì mica si dimenticano.
La prima canzone di cui mi innamorai fu Summer on a solitary beach.
Fu quel ritmo sincopato che arriva all’improvviso, a coprire il suono del mare, mentre le tastiere creano una delle melodie più dolenti e iconiche della storia musicale italiana; quel ritmo lì si accompagnava bene all’asfalto che scompare sotto le ruote, mentre campi, strade e chiese scorrono veloci ai lati.
Ma c’era anche qualcosa di ineffabile nella melodia, qualcosa che non riuscivo ad afferrare, ma che mi muoveva e tutt’ora mi sposta chissà cosa dentro. E’ la potenza della musica, questo riuscire a trasmettere emozioni indipendentemente dal grado di comprensione del pezzo o dell’opera che ascoltiamo, e io trovo che sia una delle forze più potenti dell’universo.
Sono anche convinto che alcune caratteristiche della personalità siano innate, a prescindere dalle esperienze che ognuno affronta nella vita. Tra queste, penso che la predisposizione alla malinconia sia una delle più radicate. Se sei di natura predisposto a quella vaga tristezza, determinate canzoni sono destinate per assioma ad attaccarsi alle pareti delle tue arterie.
Summer on a solitary beach è una di queste.
Piace, senza una ragione specifica, a quelli un po’ strambi che guardano fuori dal finestrino in preda a chissà quali malinconie.
Ma piace anche a tutti gli altri, con le sue finezze sonore di inestimabile valore.
Dal giro di basso, straordinario, ripetitivo, ovattato, che sembra arrivare dal fondo del mare, ai violini che paiono gabbiani sopra un peschereccio, al pianoforte che spunta come una sirena ammaliante e tragica durante il ritornello.
E proprio quei pochi tasti bianchi ti accarezzano come fossero piccole increspature di schiuma sulla superficie dell’acqua, aggiungendo inquietudine alla romantica insoddisfazione.
Quella descritta da Battiato è un’estate diversa rispetto a quella disimpegnata e caciarona, è dipinta in piccole istantanee, descrizione sfocata di un posto fuori dal tempo e dallo spazio, universo parallelo fatto di ricordi ammassati dentro lo stomaco,
La solitudine del titolo non è necessariamente da intendersi in senso fisico. Nelle strofe, Franco parla al plurale, sottintendendo la presenza in quella vacanza, somma di tutte le vacanze, di più di una persona. Ma forse la spiaggia è solitaria perché l’isolamento è dentro di te, perso nel potere evocativo della vastità del mare. Non è così strano lasciarsi annientare da quel blu bagnato, farsi rapire da pensieri profondi davanti alla forza ipnotica delle onde. Ti fa sentire piccolo, il mare, un po’ come le stelle, forse perché ti rendi conto che l’orizzonte è davvero curvo, e una volta realizzato quello sono cazzi, perché è un attimo iniziare a considerare la propria esistenza con estrema relatività.
La musica di Summer on a solitary beach sembra fatta per quei momenti lì.
Ma quel ritornello, sospeso tra pensiero ed azione, quello va oltre.
Come cercare di dimenticare che dovrai ritornare, che le vacanze, anche quelle nei tuoi ricordi, hanno sempre una fine, e gli impegni, i doveri, i dubbi e tutte le storture della vita quotidiana torneranno a soffocarti.
E la richiesta al dio azzurro tinge le parole nere di cupa speranza, nell’esortazione che diventa preghiera pagana, che la prima volta che parte il ritornello è un pensiero quasi slegato dai ricordi richiamati alla mente, mentre nel secondo ripetersi è diretta conseguenza dei pensieri stessi, quasi unica soluzione rimasta.
Come se annegare là, tra quelle onde, naufragare lontano, senza destinazione, dimenticando la società, forse l’età adulta fatta di impegni e orari da rispettare, fosse l’unica, reale salvezza, mentre cullata da una tromba la musica sparisce come cappello intriso d’acqua che va a fondo, e noi restiamo istintivamente sicuri che il mare non potrà farci male.
Perlomeno, non più del mondo.

TESTO