Se questa canzone fosse un film, inizierebbe probabilmente con l’immagine di un appartamento ben tenuto ma anonimo, tanto che potrebbe essere anche il tuo.
Una porta chiusa; poi la macchina da presa che con precisi effetti si infila nella serratura per entrare a sbirciare la stanza da letto di un bambino.
Il protagonista sarebbe seduto su un lato del letto, di spalle rispetto all’inquadratura, la schiena un po’ curva di chi sente già addosso la fatica del vivere.
Vedresti che guarda verso la finestra, restando ancora fuori fuoco, mentre la videocamera indugia su un poster appeso, forse uno sportivo, più facile la locandina di un film di fantascienza.
Avvicinandosi alla schiena del ragazzo, si potrebbe vedere una foto sul comodino. Nella cornice, il ragazzino sorride, ma con quei sorrisi poco spontanei che fanno tanto adulto del cazzo.
Uno stacco di inquadratura porterebbe ai piedi del bambino, infilati in un paio di vecchie scarpe da ginnastica, e l’immagine salirebbe lenta.
Un ginocchio sbucciato, qualche ecchimosi sulle braccia, un graffio sul collo, un ematoma viola sul mento.
Poi, la voce fuori campo del bambino direbbe qualcosa del genere, immagino.
Mi chiamo Luka, vivo al secondo piano, nelle scale sopra di te, forse mi hai visto qualche volta.
Sono quel ragazzino timido, un po’ diffidente, e se non ti sei accorto di me è perché faccio di tutto per passare inosservato.
Ogni tanto in casa mia c’è un po’ di casino, sembra quasi che qualcuno stia facendo a botte, ma non devi preoccuparti, immagina si tratti della televisione e non farti troppe domande.
I miei genitori dicono spesso che sono fatto male, che sono un impiastro e faccio dei danni, ma ti giuro che io non vorrei, è che le regole sono così tante, e stare sempre attento a tutto è difficile.
A volte penso di essere matto come un cavallo, perché, a quanto ne so, gli altri bambini non danno tutti questi problemi a mamma e papà, ma d’altra parte cosa posso saperne io, forse capiterà anche a qualcun altro, perché anche voi quando guardate me pensate che sia tutto normale, che vada tutto bene”.
Questa è Luka, lei è Suzanne Vega.
Considerando la mole di musica prodotta dagli albori del rock e dintorni fino ad oggi, sono certamente di meno i fuoriclasse che girano con cappelli di talento e scarpe di intuizioni, rispetto agli onesti mestieranti delle sette note.
Forse ciò che distingue gli uni dagli altri è la capacità di restare sulla cresta dell’onda dei primi, e di aver composto una serie interminabile di capolavori. Se dopo più di 40 anni è normale e doveroso parlare ancora dei Pink Floyd o di Bruce Springsteen e non si ricorda chi cantava il pezzo che ti ha fatto sballare per tutta l’estate del 1996, ci sarà una ragione.
O forse in alcuni casi la differenza tra una grande carriera e un’esistenza da artista comprimario è solo un buon ufficio marketing, o una grande dose di culo.
Sia come sia, capita a volte che questi artisti baciati da un dio minore e non dal padreterno in persona, rendano giustizia a tutta la categoria, componendo pezzi che sono destinati a rimanere nella memoria collettiva.
E’ esattamente il caso di Suzanne, statunitense folk-pop, che dal 1987 riempie le radio di tutto il globo con una hit tanto piacevole nella musica quanto dolorosa nei contenuti.
Luka sembra fatta apposta per accompagnarti mentre ti godi il sole in faccia alla guida della tua auto. Hai fatto la doccia, vesti i tuoi abiti preferiti, ti senti figo il giusto e gli occhiali da sole ti danno quell’aria da eroe che hai sempre pensato ti fosse dovuta,, ma che probabilmente vista dall’esterno sembra solo spocchia immotivata. Di solito arriva dopo una curva, in accelerazione, e improvvisamente senti il vigore del pop quando è fatto come si deve.
Ricordo che una volta, da ragazzino, qualcuno mi disse qualcosa in relazione al reale significato di quelle parole anglofone che non c’era verso di capire, ma la rivelazione mi sembrò così strampalata da pensare si trattasse di una cazzata, perché è così assurda la differenza di significato tra musica e testo che non ti sembra possibile che le parole siano così crude.
Invece è violenza, violenza vera, vista con gli occhi di Luka, sentita sulla sua pelle, e non si può sapere se Suzanne divenne celebre a livello planetario con questa canzone per la perfezione del suo pop o per la potenza delle sue parole.
Una potenza paradossalmente amplificata dalla sua voce sottile, che squarcia il velo della violenza domestica con una semplicità che fa male.
Ora, sarebbe una figata dire che trent’anni dopo le cose sono migliorate, e che il contesto sociale è mutato al punto da rendere anacronistica la canzone.
Purtroppo, di anacronistico in questo pezzo c’è solo l’approccio musicale degli anni ottanta al pop, tra xilofoni che gridano vendetta e batterie pari come la pianura padana, solo ancora più noiose.
La violenza domestica continua a rimanere troppo diffusa, e poco importa sapere se la storia raccontata dalla Vega fosse vera o meno, perché è vera la violenza in sé, così come ha poca rilevanza se la vittima sia un bambino o una donna.
Capita, continua a capitare, tra maltrattamenti e minacce, violenza fisica e psicologica, in un circolo vizioso che genera ulteriore paura e aggressività.
Luka è il volto atterrito, ipocrita e sconfitto che si cela dietro una porta chiusa, forse la mia, forse la tua, dove i sorrisi di circostanza che si scambiano sulle scale finiscono in merda.
Una porta chiusa che resta ancora troppo pericolosa perché la si possa chiamare casa.
E pensarci dopo una curva, il sole in faccia e gli occhiali da sole a velare gli occhi, fa sempre un po’ male.

TESTO E TRADUZIONE