Dice la leggenda che quel giorno a Copenaghen ci fosse una ragazza che piangeva su una panchina in riva al mare. Roba triste già di suo, ma se poi la cali in una città come quella danese, e immagini quanto può essere freddo il sole del nord, pare di stare in un film di Lars von Trier.
Dice anche che in una non meglio precisata lingua boreale, Iruben me significhi qualcosa tipo “torna da me”.
Fu così che un talento nato a Roncocesi, provincia di Reggio Emilia, con una spiccata capacità musicale, che di nome fa Adelmo Fornaciari, ma che per tutti è Zucchero prima e Sugar poi, trovò l’ispirazione per Iruben me, contenuta in quello che probabilmente è il suo miglior lavoro, Oro Incenso e Birra del 1989.
Sempre secondo la leggenda, s’intende.
Che a volte il suono del blues nero dall’altra parte dell’oceano fa sentire il suo profumo fino alle pianure dell’Emilia Romagna, a dimostrazione che la musica non è che si ponga tutti questi limiti, e quando trova un confine, semplicemente lo sorvola con un bel dito medio e un sorriso da schiaffi in faccia.
Nel 1989 andavo alle medie, e l’insegnante di musica era in gamba, per quanto mi pare di ricordare.
E’ vero, ci faceva suonare quel cazzo di flauto, e dio sa quanto lo odiavo, che ad avere le dita piccole diventa difficile coprire quei buchi di merda in modo appropriato per evitare di far uscire suoni che non sembrino l’urlo di un gibbone arrapato. E’ però altrettanto vero che in una imprecisata data a cavallo tra il 1989 e il 1990 la prof ci diede come compito quello di analizzare musicalmente una canzone a nostra scelta. Io la ricordo ancora per quello, e la ringrazio, che la musica è la mia vita, e forse un po’ il merito è anche suo.
In ogni caso, portai un commento su Iruben Me.
Non ricordo nulla di quello che scrissi, ricordo solo che parlai dell’arrangiamento, senza peraltro sapere con precisione di cosa si trattasse, ma faceva figo nominarlo. Una frase scontata, che mi sembrava di sicuro impatto, tipo “l’arrangiamento è ottimo”. E’ risaputo, avere 12 anni è molto difficile.
Fatto sta che ci sballavo, per quel pezzo, anche senza sapere di preciso cosa significasse il titolo, né peraltro avere alcuna idea della storia di Copenaghen.
Però sembra che sia andata proprio così, con il nostro a passeggio nella città nordica, e una ragazza in lacrime su una panchina.
Quasi la vedi, all’inizio del pezzo, sotto il suono di pioggia battente e qualche tuono a spaventare i marinai al largo del Baltico.
Il mood è già chiaro dalle prime battute, con la voce di Zucchero intensa e partecipata, che ti avverte della neve al nord, con forti raffiche di vento, mentre un suono ossessivo si ripete come a scandire il tempo che passa, e senti l’inquietudine crescere dentro, la claustrofobia del pezzo che ti immobilizza i pensieri.
Il testo è tutto giocato sul filo della metafora tra il clima e lo stato d’animo che ti scava dentro, forse dopo la fine di una relazione, o semplicemente a causa della lontananza della persona amata.
Gli occhi versano lacrime come fossero nubi che sputano gocce di pioggia sempre più grandi, in un temporale senza soluzione di continuità, quasi fosse possibile morire annegati dal pianto, che in quei momenti lì non è che non vedi il futuro, lo vedi perfettamente, ed è in costante peggioramento, come quelle previsioni di inondazioni a coprire cuore, stomaco, cervello, occhi.
E poi,
Iruben Me.
E che sia torna da me, o ti sto perdendo, o qualcosa del genere, è l’interpretazione che conta, che Adelmo con quella voce che sembra uno nato a New Orleans sa cantare come si deve, e vive sulla propria pelle le emozioni del pezzo, nell’unico modo possibile di trasmetterle a te che ascolti.
Ecco allora che il significato di Iruben me diventa sul serio poco importante, è molto più determinante la musicalità delle due parole.
Il tappeto delle tastiere si stende come un velo a ricoprire l’atmosfera, prima che entrino il piano e leggeri arpeggi di chitarra, sempre intervallati da rumori dissonanti, come tuoni nello stomaco, aritmie dell’animo stanco e sconfitto.
E ancora,
Iruben Me.
Il piano cadenzato cresce prepotente, come un conto alla rovescia inesorabile, a scandire i minuti, i secondi, gli attimi della sua mancanza. Li puoi vedere tutti, uno dopo l’altro, accavallarsi mentre ti danzano davanti prima di sparire, ognuno con l’immagine di lei al centro, lei che non c’è, forse è lontana, forse non tornerà neppure.
La pioggia insiste sul tuo viso, e anche in questo momento l’abilità lirica di Zucchero è straordinaria, piega al proprio volere le singole parole che assumono il significato che lui vuole abbiano, all’interno del disegno perfetto che crea battuta dopo battuta, ed è difficile capire se è la pioggia che scorre in rivoli, oppure se è lei che scrosciando goccia dopo goccia si è allontanata, in un lungo addio annunciato e sempre più reale, tanto che il sangue della passione si è gelato giorno dopo giorno, con cambiamenti impercettibili ma continui, mentre il sole, il vostro sole, scompariva.
Prende la scena un solo di chitarra straziante nella sua lucidità, prologo della crescente consapevolezza dell’addio.
E sempre,
Iruben Me. Continuo, ossessivo, compulsivo, Iruben Me,
e il cuore aumenta il proprio battito, i colpi di batteria come tuoni sempre più potenti, la voce di Zucchero come onde sempre più alte, fino a che esplode, sotto una tempesta che non si può evitare, un urlo verso il mare bastardo della vita, che tutto inghiotte, tutto ruba e tutto cancella, prima della rassegnata accettazione, i cumulonembi che si allontanano al largo, trascinando via la sua immagine, pronti a mietere altre vittime che non sarai tu.
E in fondo, avevo ragione a 12 anni, anche se non lo sapevo.
Che in pezzi come questo conta la situazione che riesci a creare.
E caspita, l’arrangiamento è davvero ottimo.

TESTO