Devono essere le giornate che si accorciano, e questa voglia di fare tutte le cose da estate che mi prende ogni volta che l’estate finisce. Il mare, le passeggiate, la bici. Ogni anno la stessa storia, “chissà perché non ho tirato fuori la bici”, E la bici è sempre al suo posto.
Deve essere quella pioggia che inizia a sentirsi sui tetti.
O forse è il vento, che inizia a soffiare con un fischio che sa tanto di foglie morte.
Devono essere un po’ tutte queste cose, che poi è come dire “dev’essere Settembre”.
Che sarà anche una gran rottura di cazzo perché torni a patire freddo, o almeno ti inizi a rendere conto che lo patirai, ma che porta con sé questa aura di “punto e a capo” che influisce un po’ su tutto, anche sulla musica da ascoltare.
Non è più tempo di cavalcate rock da finestrino abbassato e braccio fuori a tenere il tempo, con un coro sulle labbra da cantare ogni volta a volume più alto, ma non è ancora il momento dell’inverno spirituale, un letargo da gestire tra suoni cupi e batterie pesanti, nel silenzio della neve, a cercare di scioglierla, almeno dentro.
Così mi è venuto naturale pensare a Deserter’s Songs, che è un po’ tutte e due le cose, ed è un mondo parallelo di spazi infiniti e angosce prigioniere, che va oltre il semplice concetto di musica pop, per diventare colonna sonora del film dentro di te, poesia, paesaggi desolati, sole sulla faccia, sorrisi e malinconie che il vento ti posa lì, come un ferro da stiro sullo sterno.
Deserter’s Songs è quell’album che non è neanche corretto definire capolavoro, perché è proprio una roba a sé, come se il tuo inconscio parlasse a voce alta, finalmente manifesto e complicato e bellissimo, ma tu non riuscissi comunque a trovare un filo logico, perché il filo logico a volte non serve a un cazzo, e basta lasciarsi andare.
I Mercury Rev vengono da Buffalo, New York, e quando nel 1998 regalano alla razza umana questo etereo gioiello non sono certo dei novellini, ma un’opera del genere li catapulta nell’olimpo come mai prima, ed entra di diritto nella storia del rock, con la calma di una pianta rampicante che giorno dopo giorno sale sempre di più, a nobilitare il muro di quel palazzo che è il mondo della musica.
Holes, la prima traccia di questo strepitoso sogno ad occhi aperti, ogni tanto va ascoltata, perché sì, perché è giusto, perché non esiste un motivo per non farlo, ma altre volte va eretta proprio a sistema portante dell’universo, perché è come essere addormentati in quei pomeriggi da doposcuola, con le istantanee della tua mente che sembrano uscite dalla vita parallela che abiti ogni volta che chiudi gli occhi, tra un cuscino e le stelle.
Sono strani i sogni, sedimentano nella tua testa come ricordi di esperienze mai vissute, e al risveglio lasciano quel sapore, quel profumo che sa tanto di universi distanti e occasioni sprecate.
Farsi riempire da Holes lascia quel senso lì, un po’ come quello che ti prende quando guardi fuori dalla finestra un punto che potrebbe anche non esistere, ma che sai ti mancherà fino a che non riuscirai ad afferrarlo.
Parte come un’opera di musica classica, con i violini che introducono e subito dopo abbracciano protettivi una voce che sa di guazza in una fredda mattina di fine estate.
Il testo sembra esso stesso la descrizione di un sogno, con il tempo che scorre inesorabile, un tempo che è però indefinito, come quello vissuto nel sonno, mentre sei impegnato a scalare oceani troppo grandi e tutto intorno a te è sfocato.
E poi, entra il theremin.
Il theremin è quello strumento, quel robo strano che ha due specie di antenne, una orizzontale ed una verticale, e che suoni muovendo la mano all’interno dello spazio delimitato dalle due aste. E’ un suono che profuma di vento, di case di marzapane in mezzo al bosco, di onde che si infrangono sugli scogli e ti spruzzano in faccia un po’ di mare.
Insomma, sia come sia, quando entra il theremin capisci di essere di fronte a qualcosa che davvero non pensavi potesse essere messo in musica.
Puoi chiudere gli occhi, in una specie di autoanalisi, di training autogeno alla ricerca del tuo inconscio, della tua essenza.
Per un po’ funziona, e sembra quasi che tu possa finalmente capire tutto, ma i sogni non durano mai abbastanza, finiscono sempre sul più bello, e il risveglio a volte lascia un deserto addosso, almeno per qualche ora.
Ed eccoli, questi buchi, scavati da piccole talpe, che non sono altro che i tarli che la notte ci lascia in eredità, assieme ad un senso di incompiuto difficile da realizzare, come tutte quelle relazioni personali che non la smettono mai di finire, e che è impossibile lasciare nel loro immobilismo perfetto, lontano dalla realtà.
Una spirale di azioni ed emozioni che si ripetono volta dopo volta, come pietre scagliate, e, alla fine, sempre, affondate.
Lascia sul limite delle lacrime, Holes, se ti fai riempire.
E’ proprio come il momento in cui esci da un sogno, in cui cerchi di recuperare quel particolare sfumato, convinto che una volta ripreso sarai al sicuro, finalmente tranquillo, ma la consapevolezza del risveglio completo è dietro l’angolo, resa nell’ultima, sconsolata frase.
Tutti quei piccoli piani che non funzionano mai.
Fatevi un grosso favore, ascoltate questo pezzo, quando viene sera, con i primi freddi.
Con l’autunno che è già in viaggio, prima di addormentarvi.

TESTO E TRADUZIONE