Sono stato per parecchio tempo indeciso sulla possibilità o meno di inserire nelle Ricette anche canzoni italiane.
Ho anche rotto il cazzo a destra e a manca per raccogliere pareri, peraltro tutti validi anche se discordanti, in merito.
Alla fine, ho scelto di adottare la filosofia base di questa pagina, assecondare l’onda del momento, giocare con le emozioni, seguire la musica, che, è risaputo, fa un po’ quel cazzo le pare.
Così, l’altro giorno ho pensato che avrei dovuto scrivere qualcosa su Guccini, quel vecchio burbero zio che tra una battuta e una lacrima mi ha cresciuto.
A volte certe canzoni ti inseguono proprio nel momento meno opportuno, attraverso il sempre odiato (ma inevitabile) shuffle del telefono, o tramite il messaggio di una amica a cui hai chiesto “ma da dove parto?”, ed è curioso che dopo la sua risposta, in viaggio verso Succiso a leccarti le ferite tra le radici, senti partire quella chitarra acustica, così uguale ogni volta. Sembra il giro di Un altro giorno è andato. Se si interrompesse per poi ripartire, sarebbe quella.
Invece non si ferma.
Fuck. Guarda a volte la vita. E’ proprio Vedi cara.
Sorridi, affronti la curva numero settecentoventitre, schivi la buca millequattrocentonovantasette e accendi una sigaretta.
Poi, ascolti.
La chitarra acustica culla i pensieri, e se non segui il flusso ininterrotto di parole del barbuto ti sembra quasi una gita fuoriporta. E’ un bene tu stia guidando in una strada di montagna, così ti puoi concentrare sull’asfalto, e le parole scorrono via ai tuoi lati come i campi coltivati e le stalle dei piccoli paesi.
Meglio così, partire da questa, nonostante il consiglio, sarebbe davvero dura, adesso, amica mia.
Passa e vai oltre, che è meglio.
Sarebbe facile, se la tua mano destra, vile traditrice sfuggita al tuo controllo, non girasse quella rotellina che vuol dire riparti da capo.
Perché la musica fa quel cazzo che le pare, e i segnali vanno presi al volo.
E ancora quella chitarra che sembra un altro giorno andato.
Ma adesso le parole non scorrono. Sono ferme come quei monoliti che hai di fronte, i tuoi monti.
Aspri. Duri. Sempre sinceri.
Fatto sta che la voce del Guccio parte proprio sulla buca numero millequattrocentonovantanove, ed è già una sassata.
Guccini ti trascina dentro la fine di una relazione, e probabilmente la canzone colpisce come una serie di jab al volto proprio perché si percepisce il REALE dietro alle parole. Questa è vita vera, la crisi fra lui e una donna è sul serio avvenuta, ed ecco l’offerta in sacrificio agli dei che abbiamo già incontrato, ecco il liberarsi del demone per riuscire ad andare avanti.
Essere due, partendo dalle proprie individualità è una merda di casino, e quando a questo casino non si riesce a dare un ordine, figlio di un compromesso, di una lenta accettazione dell’altro e di una pazienza fuori dall’ordinario non c’è altra soluzione che l’abbandono.
Ma non si spiega l’ineffabile, e per questo non è possibile capirlo.
Per anni ho amato questa canzone in modo viscerale, riconoscendomi nelle straordinarie liriche di Guccini.
Ho ascoltato quello che dicevi in questo pezzo, zio barbuto, e l’ho condiviso per tanto tempo.
L’ho anche subito, a volte, senza smettere di ritenerlo valido.
I fantasmi di una mente, la volubilità continua, il sognare, lontano dalle miserie terrene, come un aquilone al vento.
Ho sempre saputo che certi giorni sono un anno, e alcune frasi ripetute all’infinito sono inutili, forse dannose, mentre l’ansia di sprecare tempo e amore mi ha attanagliato per anni, creando distanze a volte incolmabili con chi c’era.
So di cosa parli, Fra.
D’altra parte, avevi 30 anni quando hai scritto questa meraviglia, e io non ero molto più giovane di te allora.
Ho cercato di far capire a chi c’era che il mistero d’atmosfera esiste davvero, e che quello che non accade a volte ha un sapore anche più buono di quello che diventa reale, vivendo sospeso tra un quotidiano d’impiccio e un futuro simile a libri, e frasi di canzoni. Anche tue canzoni. Un futuro a portata di mano, da afferrare liberi, per cercare di cancellare l’urlo che non esce mai ma corrode dentro.
Chi c’era mi ha provato a comunicare che non era un’altra persona quella che la faceva più lontana e che nutriva i suoi silenzi, ma solo una ricerca ancora da ultimare.
Ho ammesso davanti a chi c’era che quel tutto non era abbastanza.
Chi c’era una volta ha parlato e ha spiegato, e quando non ho capito che non c’era rimpianto nel nostro vissuto, ma solo un’ansia di insoddisfazione da curare, da soli, la fine è stata inevitabile.
E’ sempre stato così giusto, tutto quell’ineffabile, anche per merito tuo.
Ma avevi torto, Francesco.
Sorrido, mentre lo scrivo.
Non c’è alcun mistero d’atmosfera.
Non c’è alcun fantasma.
Non c’è niente da capire, davvero. Lo diceva anche un tuo amico.
Si tratta solo di crescere.
Gli esseri umani, sai, sono bestie strane.
Eternamente incompiuti, continuamente alla ricerca di quello che non c’è, o di qualcosa di più, in una continua ricerca resa corsa affannosa dalla consapevolezza che un giorno la morte sorriderà ad ognuno.
Ma penso che sia tutto compatibile, ad un certo punto.
Con rinunce, ma senza rimpianti, con la fame, quella buona, quella di vita.
Forse è tutto qui.
E non serve fingere.
Incontrarsi, aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare, bere, leggere, amare, grattarsi. Ricordi?
E’ davvero tutto qui.
Ed è quando lo capisci che arriva tutto il resto, i libri, le canzoni.
E i sogni.
Perché continuare a sognare non vuol necessariamente dire essere insoddisfatti, anzi, a volte è il suo contrario.
E’ difficile capire, se non hai capito già.
Ma tu, vecchio volpone barbuto, hai capito in fretta, e quella donna che hai lasciato, la stessa, l’hai poi sposata.
E che poi sia andata come è andata, beh, questa è un’altra storia che parla di stracci.
Lo sappiamo che può anche non durare.
Ma alla fine si tratta di capire se l’insoddisfazione che ti tormenta l’anima è dentro di te, ed è questo che fa più male.
Perché a volte l’insoddisfazione non è dentro di te o dentro l’altra persona, ma nella vostra relazione e allora sì che è difficile capire, se non l’hai già fatto.
In ogni caso, il tempo, il tuo amato tempo, ha tutte le risposte.

TESTO