Che io ricordi, la musica ha sempre fatto parte del mio corredo genetico.
Merito della famiglia, sicuramente, che mi ha trasmesso assieme all’amore incondizionato per la parola scritta anche la passione per la musica, che ha scandito ogni singolo giorno della mia infanzia. Che fossero gite o pomeriggi casalinghi, non è mai mancata una colonna sonora che li sottolineasse.
Tra i vari artisti che ho assorbito come una spugna, ci sono anche i Pooh; da quando ne ho memoria accompagnano la mia vita, e sono rimasti ben saldi al loro posto anche quando ho iniziato a scegliere la musica per conto mio. Forse perché irrazionalmente li collego alla mia splendida età bambina, forse perché sono sempre stato un po’ melenso.
Ricordo ad esempio un viaggio in macchina con i miei quando avrò avuto si e no 5 anni, accarezzati dalle note di Tanta voglia di lei, prima che un sacco di merda quasi ci venisse addosso facendoci la fiancata della vecchia 128. Mio padre scese, e non so ancora come andò a finire, ma ricordo che gli animi sembravano essersi scaldati parecchio, mentre Dodi Battaglia continuava a ripetere che il suo posto era là, stronzetto il giusto da provare ad autoassolversi per il tradimento appena compiuto, ma sincero abbastanza da trasmettere la malinconia di una avventura che non avrebbe mai avuto seguito.
Oppure mi vengono in mente quelle serate sdraiato sul letto di camera mia, ad ascoltare i migliori successi del gruppo, completamente immerso nella mia discutibile passione, contraltare nazional-popolare ai suoni grunge che macinavo in altre occasioni. E’ che, da adolescente, di questa mia inclinazione me ne vergognavo come un cane anche in famiglia, e allora o tenevo il volume molto basso, o mi chiudevo in un ascolto cuffiato, che rendeva ancora più pregni di pathos (leggi sfiga) i miei ondivaghi sedici anni.
Sta di fatto che nella mia macchina i Pooh non mancano quasi mai, e se spesso canticchio le canzoni distrattamente mentre guido, quando parte Ci penserò domani alzo sempre un po’ il volume, mi accendo una sigaretta e mi godo la canzone che preferisco della band.
Nati formalmente nel 1966, i Pooh hanno raggiunto la loro formazione come oggi la conosciamo – Red Canzian, Roby Facchinetti, Dodi Battaglia e Stefano D’Orazio – solo nel 1974, con l’addio di Riccardo Fogli, mentre l’anima fondante del gruppo, Valerio Negrini, si era defilato due anni prima, pur rimanendo il paroliere di punta praticamente fino alla sua morte nel 2013.
Nel 1978, proprio su un testo di Negrini, Dodi Battaglia crea una melodia malinconica ed eterea, musicando un racconto che ha i tratti uggiosi della pioggia autunnale, una di quelle storie che iniziano con un campanello che suona quando meno te lo aspetti, mentre sei in casa in un martedì sera significativo come un discorso di Adinolfi.
E’ lei.
Con i capelli bagnati dalla pioggia, che per una strana traiettoria di rimbalzo dell’acqua si deve essere infilata anche nelle iridi.
Negrini ha sempre avuto una potenza speciale nel creare autentiche sceneggiature in terzine, ed anche in questo caso non tradisce. E’ naturale trovarsi calati nella storia e visualizzarla come fosse un corto cinematografico. Le scale, i vicini di casa che osservano lei e i suoi vestiti strani – probabile richiamo alla emancipazione della ragazza, diversa rispetto agli standard femminili dell’epoca – le spalle che si appoggiano alla porta come fosse necessario qualcosa per sostenersi dopo un periodo difficile.
Lei è la tua ex compagna a cui ogni tanto, forse, pensi ancora. Lei che aveva preso un’altra strada, scegliendo un altro uomo, e che stanotte è tornata da te, smarrita e in cerca di una voce amica dopo la fine della sua relazione. Perché quello che c’è fra di voi è uno strano rapporto di amicizia tra due persone che si sono amate e che, a dispetto delle regole un po’ adolescenziali prosegue a suo modo.
Ci penserò domani è un pezzo che trasuda una larghezza di vedute tutta sua, tanto anacronistica nel 1978 da dare l’idea di essere addirittura casuale, ma che colpisce in profondità proprio per il suo essere così distante dai luoghi comuni a base di rimozione sistematica della memoria che accompagnano la fine di una storia d’amore.
La inviti ad entrare, e mentre la guardi così vulnerabile senti una stretta al cuore, che l’amore sarà anche finito ma si vede che non ha detto un cazzo all’affetto.
L’aria della canzone non tradisce una stilla di rivendicazione su un passato perduto per sempre, e Roby Facchinetti si fa perfetto interprete di questa serenità malinconica. Non ci sono conti in sospeso da sistemare, soltanto una persona a cui si vuole un gigantesco bene in difficoltà.
Si parla, si beve, si scherza, anche, scacciando per qualche momento i brutti pensieri di lei e i tuoi ricordi che grattano la parete dello stomaco, e Negrini è un maestro nel dipingere con poche parole quello che è stato tra di voi e quello che non potrà mai più essere.
Si calmò, guardandosi intorno e parlammo di me, bevendo più volte
Si sdraiò in mezzo ai cuscini e mi disse “con te ero io la più forte”
Disse poi inseguendo un pensiero
“E’ vero, con te io stavo bene, e se io fossi una donna che torna è qui che tornerei”
Ed è ancora più poetico nell’affresco successivo, quando richiamando il titolo del pezzo lascia il dubbio su cosa sia accaduto quella notte.
Ci penserò domani, dice lei, come a rimandare oltre la notte cattiva tutte le decisioni che sarà necessario prendere, impostando nuovamente da capo il proprio futuro.
Ci penserò domani, poche parole che si accoppiano alla perfezione con la dimensione onirica della musica, salva in una dimensione che non esiste nel mondo reale e che stasera ha i contorni del tuo appartamento, al riparo dalla pioggia che continua a picchiare duro come tutti i rimorsi per le decisioni sbagliate prese in passato.
Red Canzian porta a scuola pletore di bassisti con il suo solo impressionante, possibile grazie alla rimozione dei tasti presenti sullo strumento, e chissà che alla fine non abbiate riscoperto un po’ di quella dolcezza che era normale avere insieme. Lascia stare, non vogliamo saperlo, non sono fatti nostri, in fondo.
Quando ti svegli, è già mattina. E ancora una volta Negrini sintetizza con due parole un mondo di sottintesi. Lei è al telefono, parla in inglese, e regge in mano un caffè. La notte è passata, e lei sembra già in un altro mondo, uno di cui non fai più parte in modo continuativo, e il dettaglio della telefonata in inglese rende esattamente questo senso di incomunicabilità. Il sorriso è di una che non resta, e lo sapevi, lo hai sempre saputo, ma se ci pensi a modo, un po’ lo avevi sperato che sarebbe stato diverso da così, perché in fondo di quello si vive, e le cose a volte non finiscono quando finiscono ma molto, molto tempo dopo, se mai lo fanno sul serio.
Lei prende un taxi, ti guarda intensamente e ti dice di non cambiare mai, e se ti guardi indietro ti sembra di vedere di nuovo quella scena in cui lei se ne va, ma questa volta non c’è dolore, solo un velo di tristezza che offusca l’anima.
E quello, forse, non si cancellerà mai.

TESTO