L’altra sera parlavo di musica con alcuni amici ed amiche. Quelle chiacchiere post quinta birra, sull’importanza di un gruppo rispetto ad un altro, sulle radici del rock e sull’influenza che alcuni gruppi o movimenti musicali hanno avuto per lo sviluppo di un determinato genere musicale.
Il punk, in questo senso (un po’ come il grunge quasi quindici anni dopo) risulta molto più importante a livello di cultura che non in ambito strettamente musicale.
Nel 1979 il punk inteso come movimento musicale è nato da poco più di due anni e già si avvia a morire, coerente con la propria indole autodistruttiva, ma soprattutto a causa dell’inevitabile evoluzione sonora a cui lo stesso non può che essere sottoposto. Palesemente elementare dal punto di vista stilistico, l’approccio alle sette note del punk è naturalmente destinato ad evolversi, di fatto snaturandosi e suicidandosi, ma proprio in forza dell’impatto culturale manifestato, la sua morte determina la nascita di un altro genere di rock, come se ogni terremoto di questa portata generasse un altro continente, portandosi dietro qualcosa del passato, ma completamente staccato da esso per altri versi.
Alle esequie del punk, sono già pronti a banchettare gli alfieri della new-wave e del post-punk.
Joy Division, Patti Smith, Television. E ancora XTC, Japan, Ultravox. Persino i primi U2.
Al funerale, non si vedono i Clash.
Loro se ne sono già andati, salpati verso nuovi orizzonti, forse perché musicalmente mai davvero punk, se non altro per la preparazione di base dei componenti. Dal punk si discostano anche per la connotazione politica e l’impegno dei testi, contrapposta al movimento anarcoide e nichilista più di maniera che reale dei Sex Pistols.
Mick Jones, lead guitar. Paul Simenon, bass. Joe Strummer, rhythm guitar. Topper Headon, drums. I primi tre a dividersi anche le parti canore.
Eccoli, i Clash, per un certo periodo l’unica band che conti.
Nel dicembre del 1979, sbattendosene altamente le balle delle etichette di genere, pubblicano l’album “London Calling”.
E’ un tornado, un maelstrom che avvisa anche i più distratti della fine della punk-era propriamente detta. Rock, garage, reggae, pop, si fondono in una miscela esplosiva e fortemente caratterizzata. E’ un successo planetario, ma soprattutto uno degli album più influenti della storia del rock.
La title track apre l’album, ed è semplicemente poderosa.
L’intro di chitarra è così elementare che sembra davvero facile fare musica, un riff di due accordi due, su un banale quattro quarti, ripetuto finché la batteria non sburla una rullata comunque scontata, e poco prima un basso a dare la linea melodica. Ma a posteriori, le cose sembrano sempre più facili, come quella finta di Pirlo che a furia di guardarla hai capito come si fa, e sembra stupida, ma intanto lui la fa e tutti continuano a cascarci, mentre tu ti imbalsami sul pallone come un sacco di patate.
Finisce la rullata ed entra la voce, e il messaggio che manda è così potente da generare una sorta di wormhole che riverbera nel passato e nel futuro, rendendoli qui e ora.
Londra chiama le città lontane, come durante la seconda guerra mondiale, allo stesso modo della BBC, durante i notiziari clandestini che andavano in onda nell’Europa occupata.
Ma la Londra che chiamava a raccolta il mondo libero per la guerra di liberazione dal nazifascismo è scomparsa, come schiacciata dal risultato stesso di quella liberazione, tra politiche estere di aggressione, e interne di liberismo ancora embrionale, ma che con la Thatcher appena eletta già lascia intravedere il laido futuro.
Ecco quindi che della swinging London degli anni ’60, con i suoi Beatles, i suoi Rolling Stones, i mod e Carnaby Street, restano solo le macerie. Straordinario in questo senso il verso see we ain’t got no swing, except for the ring of that truncheon thing, letteralmente “vedete che non abbiamo più lo swing, eccetto il roteare del manganello”, che swing può significare oscillare, ma anche roteare. La “Londra oscillante” tra le diverse mode, sempre cool e attiva, ha lasciato il passo alla Londra delle rivolte, dove il roteare dei manganelli non sembra più così à la page.
E’ il Regno Unito di fine anni ’70, con i problemi interni legati alle politiche liberiste della lady d ferro, ma la visione da Londra si estende a tutto il globo, schiacciato dalla paura della guerra fredda, e il disastro nucleare di Three Mile Island, Pennsylvania, Stati Uniti, diventa esempio raggelante della possibile fine.
C’è una nuova guerra da combattere, e i Clash chiamano alle armi, ma è una chiamata metaforica, un possente invito a non rinchiudersi nelle proprie paure, simbolicamente individuate come armadi dentro i quali ci ripariamo.
Il richiamo è quindi ambiguo. Forse Londra chiama a raccolta per soccorrere un mondo che si sta deteriorando a vista d’occhio, o forse chiede essa stessa aiuto, perché la lezione del passato sembra non essere servita. Le guerre si moltiplicano, il terrore nucleare imperversa, il disagio sociale cresce e il potere non trova altra soluzione che rafforzarsi nella propria auto-referenzialità, iniziando proprio in quegli anni a stringere i legami internazionali che sfoceranno poco meno di un decennio dopo nella caduta del muro di Berlino, e conseguentemente, nel tumore degenerativo della globalizzazione a cazzo di cane.
Ma quello dei Clash non vuole essere l’urlo del leader da seguire, è piuttosto una richiesta di presa di coscienza comune. Come lascia intuire la seconda strofa, il senso di ribellione deve nascere nelle teste delle singole persone, non essere l’imitazione dell’atteggiamento di una rock band.
Io non so se sia più consolante o deprimente il fatto che una canzone di quarant’anni fa abbia ancora il potere di risultare così attuale.
I Clash parlavano di pericolo nucleare, guerra incombente, mondo agli sgoccioli, e oggi siamo ancora qui, la minaccia non si è certo volatilizzata, ma nemmeno concretizzata.
Ma se allunghiamo un attimo il collo oltre la visione del mondo limitata a noi stessi, siamo davvero sicuri che questa minaccia non si sia realizzata?
Qualcuno si vede negata un po’ più di libertà, e la corda si stringe. Qualcun altro, proprio in questo istante, ci lascia le penne in una delle sporche guerre di potere attive nel mondo.
E il fatto che tutto questo non accada a noi non significa che non stia succedendo.
E questo, se ci pensate, un po’ spaventa, allora come oggi, domani come fra dieci, cento, mille anni, quando i Clash saranno ancora là, con il loro richiamo, che tenere le orecchie dritte e l’occhio vigile non è mai sbagliato.

TESTO E TRADUZIONE