A volte il futuro viene preconizzato con una chiarezza sorprendente.
Prima di Ok Computer, prima cioè che l’universo intero si inchinasse al genio di Yorke e soci, i Radiohead danno alla luce The Bends.
E’ il 1995.
Cobain è morto, il comunismo pure, in Jugoslavia ci si massacra da qualche anno secondo le solite logiche di mantenimento del potere, mascherando il tutto per inevitabili sentimenti popolari, mentre chi di dovere si interroga su come metterlo nel culo a lungo raggio più o meno a tutti.
Il rock convenzionale non sta molto bene, forse è colpa del grunge, forse chi imbraccia le chitarre percepisce che può e deve dare di più, e senza troppi rimpianti appalta interamente al pop l’onere della logica “don’t worry, be happy”.
Forse, semplicemente, è ora di cambiare.
I Radiohead di “The Bends” sono già lontani anni luce dal loro esordio brit-pasticciato-rock, e se nel primo album lo spleen esistenziale era confinato solo in alcuni brani, con la manifestazione di un disagio personale a cui ancora Yorke non era riuscito a dare il giusto respiro, in questo secondo lavoro i temi sembrano allargarsi, e con essi allo stesso tempo si fanno più caratteristici i suoni e l’utilizzo stesso della forma canzone. Non siamo ancora catapultati nella apatia disturbante di Ok Computer, ma a tratti si inizia a percepire dove il gruppo potrà dirigersi.
Si capisce, con una chiarezza sorprendente, appunto.
Il giro di chitarra che apre il pezzo è semplice, quasi scontato, ma subito vieni preso per mano dalla voce di Thom, dolce come una carezza.
Nella prima strofa conosciamo una donna, è lei che compra questo bizzarro annaffiatoio di plastica. Che già mettere un annaffiatoio di plastica verde non solo in una canzone, ma come prima frase di una canzone, significa che comunque qualcosa che non gira come per tutti gli altri nella testa devi averlo. E comunque lo compra da un uomo di gomma, e lo userà su una piantina di gomma, piantata in un vaso finto di plastica. Si deve liberare del suo passato, cancellare sé stessa, e non trova niente di meglio che circondarsi di futilità e finzione, forse per non pensare a quella cosa sporca chiamata vita reale.
Questo la indispone, ma l’estasi della vacuità non le impedisce di comportarsi come se tutto fosse normale, continuando ad annaffiare le sue piante finte, in questa parodia di vita da supermarket in offerta, e il fastidio è più una reazione istintiva, vinta quasi subito dalla disillusione, la stessa presente nella voce di Thom.
Il pezzo si arricchisce musicalmente con l’ingresso della batteria e delle tastiere, pur rimanendo soffusa e malinconica.
Lei vive con un uomo che è esso stesso essenza di una finzione portata avanti per troppo tempo. Un uomo descritto come fosse di polistirolo, depresso e marcio. Negli anni ottanta si è arricchito attraverso operazioni di chirurgia estetica, probabilmente rimanendone lui stesso vittima.
E’ difficile distinguere la metafora dal letterale, ma il fascino malato di questa strofa è proprio in questa ambivalenza. Il decennio dell’apparire ha lasciato scorie non solo sui volti deturpati dagli innesti di botox, ma anche nell’animo stesso delle persone, ormai completamente assuefatte ad indossare una maschera, al punto da non riconoscere più il proprio io vero da quello finto. E anche se la gravità vince sempre, non ci è dato sapere se il fastidio che questo uomo provi sia legato al fatto in sé, oppure a quello che questo gli ricorda. Un’essenza ormai svanita, piegata nell’apparenza e nell’essere alle convenzioni sociali sempre più necessarie da rispettare per essere accettati.
Un mondo asettico e privo di slanci, copia distratta di una vita reale ormai dimenticata.
Sembra uscita da una puntata di Black Mirror quindici anni prima, Fake plastic trees.
La canzone, sospesa nell’apatia fino a questo momento, si carica di un pathos che non lascerebbe indifferente nemmeno Jean Reno in Leon. La voce di Thom si gonfia, cresce, raggiunge vette meravigliose, svelando per l’ennesima volta l’ampio registro vocale di questo artista, liberando anche se solo per poche frasi le emozioni, in uno dei punti di maggior commozione dell’intera discografia di questi inglesi un po’ paranoici.
Thom va sul personale, ed è significativo che la canzone si apra proprio in questo momento, quasi a comunicare come le uniche emozioni che sia ancora possibile provare debbano per forza riguardare la propria sfera privata, considerando il rapporto con il mondo esterno ormai del tutto compromesso.
Ma è più uno sfogo di rabbia, quello di Thom, nelle disperate parole soverchiate dalle chitarre, perché anche l’amore è di plastica, ormai.
Lei sembra reale, ha il sapore del reale, dice.
Già. Anche lei è così, vero Thom?
E’ il tuo finto amore di plastica.
E forse è stata tutta una scusa, quel mondo falso che hai dipinto, perché è solo quella delusione lì che ti fa capire tutte le altre, quando l’epifania del mondo di plastica colpisce anche quello che credevi fosse al sicuro, vero come sangue e carne e ossa e lacrime e vita, e che invece si rivela per quello che è, una lega autoprodotta dalle tue paure e dai tuoi bisogni.
E nonostante tutto, non puoi fare a meno di provarlo, questo amore, anche se sai perfettamente che quella di cui sei innamorato è solo l’immagine che l’altra persona ti vuole rendere, o, ancora peggio, è l’immagine che tu ti sei creato di lei che ti sembra speciale, e solo attraverso le tue necessità diventa importante.
In ogni caso è solamente un’altra finzione, un’altra pianta di plastica, la più tossica, la più bastarda.
E’ l’ultimo grande inganno di cui ti rendi complice, vittima e carnefice allo stesso tempo. Una truffa nella quale sei attore consenziente che si finge smemorato, per la possibilità di sentirti accettato, che ti disturba per l’essenza stessa della sua natura finta, ma ti infastidisce anche perché farne a meno sarebbe forse una rinuncia ancora superiore.
Ah, se potessi essere stato quello che volevi tu.
Anche finto.
Mi sarei accontentato. Sarebbe stata una merda, forse, ma mi sarei accontentato.
Sembra tu dica così, Thom.
E invece sei qui a osservare questo mondo falso e preda del consumismo più sfrenato, pronto a riempirti l’esistenza di futilità false, per dimenticare quella più falsa di tutte.
E si chiude così, lasciandoti intrappolato nell’idea stessa di finzione che ti disgusta, come quelle piantine che annaffi per sentirti utile, quel viso che fai finta di riconoscere, quella persona che vuoi credere essere speciale.

TESTO E TRADUZIONE