Quando nel 1985 esce Love dei The Cult, sembra irrimediabilmente fuori tempo massimo.
Le chitarre degli anni ’70 sono in soffitta da un po’, e sembra che la vita senza sintetizzatori sia impossibile. Imperversa il pop, la dance fa ballare ragazzi con jeans che dire a vita alta è una riduzione, e ragazze con capelli cotonati ed improbabili camicie svolazzanti, ma con le spalline.
Non è tutta merda, ovviamente, i new romantic Duran Duran, i Depeche Mode, i Cure, la seconda vita dei Joy Division sotto il nome di New Order, gli U2, solo per dirne alcuni, sono lì a dire qualcosa, ma la sensazione è quella di un manrovescio in faccia a chi ha portato il rock in giro per il mondo fino a pochi anni prima.
In questo ambiente di ciuffi, manager sorridenti e moda discutibile, i Cult lanciano l’album che proprio non c’entra un cazzo con tutto il resto, ma che, passo dopo passo, riesce incredibilmente a riportare nelle classifiche assoli di chitarra, sfondamento di tom, e acuti vecchio stampo.
Solo pochi anni dopo vedrà la luce la nuova versione dell’hard rock, e un po’ di merito va anche a questi ragazzi con background dark-wave.
Ma sarà che manca ancora un po’, sarà che ognuno è fatto a modo suo, il frontman del gruppo inglese, Ian Astbury, non è ancora affetto dal cazzodurismo e dalla misoginia che dominerà la scena di lì a venire. Attenzione al passato degli dei degli anni ’70, retaggio post-punk e new-wave la fanno da padrone, nella musica e nell’approccio dei ragazzi di Albione.
Black angel chiude l’album, e certi pezzi, ormai è risaputo che devono stare alla fine.
Ballata sanguinante che si apre con una schitarrata che sembra annunciare il pandemonio, e invece si placa, in un inferno terracqueo che da subito si fa dolente, complice anche la voce di Ian, perfetto strumento a complemento di chitarre e bassi.
Persino le tematiche sono a tratti diverse, nei Cult, rispetto al nichilismo che verrà negli anni successivi, tra leggende dei nativi americani e sviluppo di tematiche filosofiche legate alla new-age, e più in generale alla spiritualità in senso lato.
E poi c’è questa lingua, l’inglese, piegata al volere delle 26 lettere dell’alfabeto senza mai aderirvi completamente, una lingua dove ogni parola può avere un significato diverso in base al contesto. Verbale o storico che dir si voglia, perché ogni canzone vive nello stomaco di chi la ascolta, in relazione a quando la ascolta.
E’ così che il fugitive della prima strofa può essere un evaso, un fuggiasco, un vagabondo. Ma anche un sognatore fallito, in fuga dalla realtà.
Ed ora hai voglia di tornare a casa, l’esilio è durato troppo a lungo, ma gli uomini cattivi ti aspettano al varco, per arrestarti e metterti di nuovo in catene.
Lavora a più livelli, Black angel.
Perché le catene, quelle vere, c’erano nel 1985 e ci sono oggi, e se sei scappato da quella prigione non puoi nasconderti per sempre, e sei consapevole che un tuo ritorno a casa, di nuovo al sole della libertà vera, quella di camminare per la strada senza preoccuparti di chi ti vede, non è possibile. Forse sono io che sono tarato male, ma nell’incedere stanco e continuo del giro di chitarra mi sembra di vedere tutti quelli che sono scappati, e camminano lungo un fiume che è come un confine, uomini e donne senza più patria, apolidi bastardi senza che lo abbiano davvero scelto, con l’unica soluzione di continuare a muoversi, continuare a spostarsi, che tornare a casa è una merda di cosa impossibile, e per ogni passo i piedi fanno più male, e il freddo ti prende lì tra le spalle, mentre la gola brucia, il naso gocciola e la testa martella dalla fame, e al tuo fianco quell’ombra scura si fa sempre più vivida, compagna di viaggio sin dalla tua fuga scomposta, a ricordarti quella casa che non rivedrai, quegli affetti lasciati indietro che trasfigurano nell’angelo nero che ti accompagna, come un macigno che rende ancora più faticosi i passi, fino al momento in cui ti lascerai andare, vinto dalla signora con la falce, in quello che a tutti gli effetti è stato un lungo addio iniziato con il tuo primo passo da profugo.
Ma forse la fuga che hai intrapreso è solo quella dalla morte, e arriva sempre un punto in cui la stanchezza si fa più pesante, e sfuggire all’inevitabile fine è possibile solo per un po’, che il viaggio continua solo fino alla ricompensa eterna. E in quel momento fatale, davanti al vuoto che la fine prospetta, tutta l’amarezza, tutta la fatica sembrano svanire.
Entra la batteria, mentre la celestiale voce di Ian è accompagnata da un coro, quasi fosse esso stesso quell’angelo nero che vive al tuo fianco in ogni singolo istante della tua esistenza.
E’ una manifestazione di impotenza e rassegnazione, l’ammissione finale del fatto che la morte segue ogni tuo passo, e la scoperta non può che avvenire proprio mentre tutto sta finendo, quando ti rendi conto che quel miraggio che hai inseguito da sempre non era che il canto di una ingannevole sirena.
Proprio ora che sei vecchio ed in punto di morte realizzi quanto sarebbe vano cercare un ritorno alla vita, ma allo stesso tempo non puoi mettere un freno alle emozioni, quasi a chiedere un minuto in più.
Il solo di chitarra, scolastico ma assassino, trascina il pezzo verso il culmine, dove non c’è più spazio per i ripensamenti, solo per le emozioni che l’apertura del pezzo comunica.
E’ una simbiosi sonora tra voce e chitarra, ed è come ti entrasse dentro, e se la voce spezza le catene, nel lungo addio che ci assiste da sempre, la chitarra, libera finalmente dalle incombenze dell’assolo, taglia a metà l’anima, come la lama del triste mietitore, che tutti aspetta, tutti custodisce, tutti brama.

TESTO E TRADUZIONE