La capacità compositiva di alcuni artisti è direttamente proporzionale alla loro esperienza nel mondo della musica. Ci vuole tempo per riuscire ad incasellare tutto nel modo corretto. All’inizio, gli arrangiamenti sono meno curati e le abilità tecniche sono in divenire.
Il songwriting, invece, è probabilmente innato. Da migliorare anche quello, rendendolo aderente alla forma-canzone, ma scrivere testi di un certo tipo ha più a che fare con l’empatia e l’abilità di osservare il mondo e trarne conseguenze che per altri non sono automatiche, che non con la divisione in quartine delle storie.
Musicalmente, il Bruce Springsteen del primo album è ancora acerbo. I brani non hanno quell’omogeneità di fondo che solo un’ottima produzione permette di raggiungere; probabilmente manca anche una totale consapevolezza delle proprie possibilità.
Forse disporre da subito di una band della madonna come quella che poi diventerà il primo nucleo della E-Street deve essere un po’ come trovarsi in un parcheggio vuoto e non sapere dove mettere la macchina. Una specie di onnipotenza in ciabatte.
Ma lo storytelling, quello è già tutto lì.
Ci sarà tempo, per sistemare gli arrangiamenti, dare un suono più corposo, migliorare il cantato e l’interpretazione, tanto che molti dei pezzi del primo disco hanno nel tempo assunto una potenza maestosa nelle versioni live, mantenendo inalterata la freschezza delle versioni originali, a cui si sono aggiunte le capacità attuali.
Lost in the flood, già di suo uno dei migliori episodi dell’esordio, nel live al Madison Square Garden del 2001, si trasforma in una epopea rock, curata in ogni piccolo dettaglio per colpire non solo attraverso uno dei testi più simbolici e pessimisti dell’intera discografia di Bruce, ma anche per merito di una straordinaria esecuzione, manuale di come si esegue un pezzo rock live.
Tre storie si intrecciano nella tempesta, una tempesta interiore che ti fa perdere la direzione, e anche cercare di capire come potrai uscirne è faticoso. Un diluvio simbolico, emblema di tutti gli avvenimenti che indirizzano la tua esistenza, e a cui avresti potuto rispondere in modo diverso, cambiando forse la matrice che ti ha portato a quel punto dove non sai più cosa sia giusto e cosa sbagliato.
Non è però un caso che venga nominato il diluvio, in un pezzo che echeggia di furia iconoclasta verso il mondo cattolico, dove la redenzione è impossibile e il perdono dei peccati del tutto inutile.
Le conseguenze delle azioni riverberano a distanza di anni nella vita, e se ti sei perso nella burrasca a volte davvero non puoi dire quando tutto abbia iniziato ad andare in merda.
Un soldato malconcio sta tornando a casa, ma la sua città sembra ostile al suo ritorno, o forse sono solo le visioni del passato da guerriero bastardo a distorcere la sua realtà. L’effetto della guerra è devastante non solo per i morti, ma anche per chi alla guerra sopravvive, e tornando a casa si trova così diverso da non riconoscere più le facce amiche, trasfigurandole in un incubo ad occhi aperti dove nulla è senza peccato, e il morboso aleggia come una nebbia che ottenebra la mente, spezza la ragione e non lascia via di scampo. Il soldato affonda nelle sabbie mobili dei suoi ricordi, non distinguendo più il presente pacifico dal suo passato orribile, e lascia che la sua anima anneghi nel diluvio che esplode dentro di lui.
Il tipico ragazzo americano ha evitato la guerra, ma ha pure lui i propri demoni da affrontare. Forse annientato da una vita senza scopo, gareggia sulla sua Chevy come se ogni chilometro in più lo allontanasse dalla mediocrità, come se spingendo il piede più a fondo potesse scappare da quella provincia che dentro di lui brucia come sale sulle ferite. Sulla fiancata dell’auto ha scritto destinato alla gloria, ma la gloria non è per tutti, e ci vuole un coraggio da leoni per ammettere di non essere speciali e capire che se per gli altri sei Jimmy il Santo, per te stesso non sei nient’altro che un altro coglione che gira in macchina. Meglio fuggire, per sempre, correndo verso quella tempesta che si agita, spargere il proprio sangue sulla strada, rinunciare alla vita per raggiungere la gloria nelle storie dei ragazzi che parleranno di te come una leggenda, e di come il tuo sangue sembrasse olio.
Giù in città non va certo meglio. Una banda di tossici viene braccata dalla polizia, e le pallottole volano come bestemmie sulla bocca dei rinnegati, mentre un pederasta cerca di approfittare della situazione per adescare qualche ragazzino, ma viene freddato dai colpi sparati forse dalla polizia, forse dalla gang, e anche un tossico viene steso da un poliziotto, proprio appena girato l’angolo, in una scena cruda come solo la vita di strada sa essere. Ma nonostante la situazione di degrado urbano e criminalità, l’attenzione di Bruce sembra più rivolta ad un fighetto che vive la scena come uno spettacolo, in una glorificazione della violenza come aneddoto da raccontare, in anticipo di quasi quarant’anni sulla spettacolarizzazione della morte a cui assistiamo sempre più spesso.
Il comune denominatore per ogni personaggio è l’impossibilità di sfuggire al proprio tumulto interiore, vittime del loro personale diluvio, scavati nella profondità dell’anima dai demoni che cavalcano o dai quali sono cavalcati.
Quello stesso diluvio che nella Bibbia lava i peccati, stermina per ricostruire, in una purificazione nefasta e necessaria, in questo pezzo diventa pura presa di coscienza della realtà a cui si è soggetti, rassegnati a non riuscire a cambiare, solo persi a domandarsi dove e quando le cose hanno preso questa piega, come se un momento della vita fosse abbastanza significativo da spiegare il perché del soldato annientato dai suoi ricordi, o del ragazzo annoiato fino a preferire la morte. Come se fosse possibile ridurre ad una singola scelta del passato il fatto che ora sei diventato un pederasta, o un tossico di una gang, o una persona così anestetizzata da quello che ti succede intorno da farti scorrere addosso la violenza come atto di normalità.
Ma non esiste una spiegazione, non esiste un motivo, né un singolo atto che ti ha portato ad essere come sei.
Ognuno ha dentro una tempesta che urla, e sbatte le porte, e fa tremare i polsi.
La differenza sta nel riuscire a non perdersi dentro di essa, e forse quella differenza si chiama fortuna.
Non si tratta di giustificare ogni comportamento.
Solo cercare di comprenderlo, ed ammettere che in altre circostanze, dentro quell’uragano che grida forte nello stomaco, anche noi ci saremmo potuti perdere.

TESTO E TRADUZIONE