L’altra sera sono stato a cena con Manuel Agnelli.
Eravamo in uno di quei posti spartani, con i tavoli quadrati che appoggiano male e ballano. Tavoli di vero legno, almeno, coperti con quelle classiche tovaglie a quadrettoni bianchi e rossi.
Assomigliava un po’ ad un posto che mi sembrava di conoscere, tipo quello dove avevo fatto un capodanno tra amici circa venticinque anni fa, ma da un’altra angolazione rispetto a quella che mi ricordo di quella sera.
C’era un palco, di questo sono sicuro.
Sta di fatto che eravamo lì a parlare precisamente non so di cosa – mi pare che Manuel mi stesse dicendo qualcosa sul fatto che Max Gazzé vende le partite e sbaglia apposta i gol – quando mi sono reso conto che quello che all’inizio mi era sembrato il frontman degli Afterhours in realtà era Simon LeBon che mi raccontava aneddoti su quando i Duran Duran dominavano l’universo.
Perché la grande lezione che si può ricavare da tutto questo è che non si dovrebbe mai mangiare una cena pesante poco prima di andare a dormire, che poi il cervello si incasina e sbarella.
In ogni caso, la buona notizia è che mi sono svegliato pensando ai Duran Duran, e per qualche istante, prima che la dura realtà di un’altra giornata di lavoro mi desse una pedata sulle palle, mi è sembrato di essere ritornato ad una mattina di tanti anni fa, quando la radiosveglia che ogni giorno cancellava il sonno si accese sulle note di Save a prayer.
C’è stato davvero un periodo, negli anni ottanta, in cui i Duran Duran erano assurti al ruolo di popstar mondiali, anche se in tutta sincerità non sono mai stati presi molto sul serio. Troppo belli e troppo adorati dalle teenager per essere anche bravi.
In realtà, gli inglesi bravi lo erano, non poco, ed hanno lasciato ai posteri parecchi pezzi di livello, tra cui probabilmente spicca proprio Save a prayer, brano tratto dall’album Rio, del 1982, forse la loro miglior opera complessiva.
Forse sarà la sensazione del ricordo di quella mattina, ma Save a prayer sembra fatta apposta per traghettare la mente fuori – o dentro – un sogno.
L’intro, con un suono che si fa liquido nella progressione delle note, proprio come dentro ad un sogno dove l’atmosfera conta tanto – se non più – dello svilupparsi degli eventi, e poi di colpo il decadente romanticismo delle tastiere, richiamo d’amore malinconico ed urgente di animali soli nella notte.
La musica ti porta lungo una strada di città, tu che alzi lo sguardo e la vedi. I vostri occhi si mettono in contatto per pochi secondi, quanto basta per stabilire una connessione, e il desiderio inizia brillare nella vostra mente ancor prima che nelle vostre iridi.
Piove, forse, e le luci lampeggianti della vita urbana si riflettono sulle superfici bagnate.
Sei bella, lo sai?
Mi sorridi, un po’ a disagio, ma nei tuoi occhi vedo la stessa brama che sento nel mio stomaco.
Ti prendo per mano, e ci portiamo via insieme, senza sapere nulla l’uno dell’altra, mentre cerco di vincere le tue paure.
Mi piaci, e quando ti ho spostato i capelli dietro l’orecchio e le mie dita hanno toccato il tuo collo, non dirmi che non hai sentito quella scarica di elettricità.
Perciò non lasciare che tutto quello che ci hanno insegnato sull’amore e sulla vita, cancelli questo istante. Se quello che vuoi è stare un po’ con me, fai un bel respiro e lascia che dalla pelle esca la tua vera essenza.
Non preoccuparti di domani.
Domani potrebbe non arrivare mai, e a volte l’unica cosa che ha davvero senso è lasciarlo là, alla fine della notte, quando tutto potrebbe essere diverso, quando questa chimica naturale ed irresistibile potrebbe già essere finita, oppure potrebbe essere ancora più forte di adesso.
Ma non pensi che sia un po’ sciocco preoccuparsene adesso?
Non pensi che sia un peccato pensare a tutte le conseguenze, a tutto quello che potrebbe succedere come no, lasciando che il nostro incontro resti un sogno irrealizzato, da rimpiangere, forse, nel buio della tua stanza da letto, cercando di immaginare quello che sarebbe potuto essere e non è stato?
Alcuni potrebbero chiamare questa serata, questo nostro incontro l’avventura di una notte, come se fosse qualcosa di negativo, come se questo ci rendesse cattivi rispetto a quelli che chiudono i propri desideri dentro uno scrigno e poi lo gettano in fondo ad un pozzo.
Sai cosa? Noi lo potremmo chiamare paradiso, cara.
E che duri quanto deve durare, una notte, un anno, una vita intera.
Allora non preoccuparti, non ci sono speranze diverse da quelle che vorremo che saranno, non ci sono invocazioni, né preghiere da dire.
Ci siamo solo io e te, ora. Le preghiere, quelle, tienile per domani.
E nei neon della notte ti sembra di vedervi, quasi fossi staccato dal tuo essere, a volare sopra i vostri corpi nudi e sorridenti.
Poi il momento passa, il suono dei tuoi passi rimbomba come fossi dentro una galleria, e quell’istante, dilatato nell’incrocio dei vostri occhi scoperti, finisce. Continui a camminare, ti guardi indietro una sola volta, ma non nel momento in cui lo fa, forse, lei. Che a volte non serve dormire per sognare, e ogni tanto il tempo si frantuma, creando un’intercapedine di minuti, ore, anni, e un secondo diventa lungo abbastanza da da farci stare le note di un’intera canzone. A volte, quella roba lì, la chiami deja-vu. Ricordo di emozioni mai provate realmente, ma vissute abbastanza intensamente da credere siano familiari.
La voce di Simon, dolente, addolorata, si allontana, nel sogno eterno della piena realizzazione dei tuoi desideri, mentre le tastiere di Nick Rhodes ti portano verso un’altra dimensione, quella dove i sogni non finiscono mai, e il tempo è un concetto senza significato.

TESTO E TRADUZIONE