Piero e Ghigo vengono da lontano.
Non geograficamente, che in quel senso, per me che li guardo da qui, sono adagiati dall’altra parte dell’Appennino, in quella città che i distratti chiamano Firenze.
Vengono da lontano perché nascono in un’altra epoca storica, quella dei Diaframma e della città toscana centro nevralgico della posticipata scena new-wave, dark e post-punk italiana.
In quel caleidoscopio artistico di metà anni ottanta, Piero e Ghigo hanno come compagni di viaggio musicisti sublimi, Gianni Maroccolo al basso, Antonio Aiazzi alle tastiere e il compianto Ringo de Palma alla batteria. Ghigo incendia con i suoi riff, Piero, canta, compone testi poetici e visionari, recita come un consumato attore e interpreta come pochi, soprattutto dal vivo, la parte del frontman.
Insieme, sono i Litfiba, e iniziano a fare rumore, rumore sul serio, nel 1985.
Nel giro di tre anni piazzano una tripletta da sogno, mischiando punk, new-wave, musiche orientali e sonorità cupe assieme ad accelerazioni hard rock e psichedelia.
Desaparecido, 17 Re, Litfiba 3.
La trilogia del potere è una roba che in Italia non si era ancora sentita, e che non si è più ripetuta.
Ma ogni viaggio ha una fine, e dopo Liftiba 3 qualcosa si rompe. Divergenze artistiche allontanano Maroccolo e Aiazzi, mentre Ringo de Palma è costretto ad abbandonare la band per problemi di salute. Morirà nel 1990, altra vittima della bastarda.
Piero e Ghigo restano di fatto soli, a sventolare la bandiera dei Litfiba, cambiando in poco tempo la direzione artistica del gruppo, dalla new-wave mediterranea ad un puro suono hard-rock.
Si è molto parlato del presunto opportunismo del duo. Nei primi anni ’90 l’avvento del grunge e la riscoperta delle sonorità degli anni settanta mettono nuovamente al centro della musica mainstream le chitarre, e il cambio di rotta che i Litfiba intraprendono segue effettivamente questa nuova ondata.
Opportunismo o meno, credo che ogni artista vada giudicato per il risultato del suo lavoro, e non per la quantità di denaro che si intasca, né per l’aderenza o meno alle “mode” musicali del momento, altrimenti dei Litfiba staremmo tutti qui ad ascoltare esclusivamente la colonna sonora dell’Eneide di Krypton.
‘Sto pippone dell’erano più genuini prima, ora si sono venduti, applicabile più o meno a qualsiasi band abbia mai pubblicato almeno due album, ha francamente rotto il cazzo.
El Diablo, del 1990, traccia la nuova linea, ma è nel 1993, con Terremoto che il sound della band sparecchia sul serio lo stivale italico.
Mai titolo di un album aveva manifestato così chiaramente l’effetto che provoca l’ascolto dello stesso.
Terremoto è davvero un movimento tellurico di potenza inaudita, una vigorosa scossa musicale, calata nella realtà italiana già squassata da avvenimenti di importanza cruciale come gli attentati di mafia e Tangentopoli.
Terremoto è un disco così politico, così incazzato, che per me, che all’epoca avevo sedici anni, fu una delle spinte ad interessarsi al mondo fuori, a guardare con occhio finalmente attento quello che succedeva nelle stanze dei bottoni. Con questo non voglio sovrastimare la sua importanza sociale, solo rimarcare come certe volte per gli adolescenti come ero io nel 1993, il viatico migliore per interessarsi al mondo possa essere la musica.
Terremoto è l’album dei Litfiba più ispirato a sonorità pesanti, e non è un mistero che l’influenza (fin nella copertina del disco) del Black Album dei Metallica, uscito due anni prima, abbia sicuramente contribuito alla creazione di questo muro di chitarre distorte e batteria possente.
Nove tracce, di cui solo una probabilmente trascurabile, Firenze sogna. Sette tracce di una valenza musicale e lirica straordinaria.
E poi, Fata Morgana, che forse è qualcosa di più, che trascende il reale.
A sua volta profetica fin dal titolo, Fata Morgana è il canto sfuggente dell’illusione, come quei miraggi desertici da cui prende il nome.
Un leggero arpeggio orientaleggiante apre il pezzo, come a squarciare il velo tra ciò che è vero e ciò che non lo è. Sembra di passare dalla veglia al sonno, mentre la profonda voce di Piero trascina la tua mente verso un sogno fatto di visioni desertiche e desideri inconsci.
Nei sogni la percezione di quello che ritieni reale assume un peso totalmente diverso; il mistero della mente umana si incarta su sé stesso, generando immagini casuali, che parlano al tuo essere a più livelli, dal labile ricordo del sogno che ti porti dietro una volta sveglio, fino alle sensazioni che ti restano attaccate alle pareti degli organi interni come fossero frutti appiccicosi spappolati tra le tue mani.
La sete di vita brucia nella gola dell’anima, quando il deserto non è quello vero, ma quello che percorri per ogni istante della tua insoddisfatta esistenza, alla ricerca di qualcosa che ti dia un segno di abbastanza valore per non smarrirsi del tutto. E’ facile, quando vengono a mancare del tutto le coordinate della propria indole non assecondata, perdersi dietro labili illusioni.
La confusa litania di Piero si trasforma da richiesta d’aiuto a grido di ribellione, urlo ancestrale di forza vitale, mentre la batteria inizia a pompare con più vigore, e il riff di Ghigo esce dal sogno, diventa nitido, cristallino.
E se le chimere continuano a blandirti, creando scale che credi utili a sollevarti al di sopra della totale assenza di emozioni, e che invece non sono altro che fantasmi creati dalla tua bramosia di provare nuovamente qualcosa, l’inganno è prossimo ad esserti svelato.
Fata Morgana ha già cambiato ogni profilo
Aspetto a parlare prima che l’illusione si sia mossa
Ormai non c’è più differenza tra quello che vedi e quello che vorresti vedere, il mistero è rivelato, e l’epifania esplode con la potenza di una palla demolitrice, a distruggere le visioni di un sogno che per troppo tempo ti ha condizionato la vita reale.
Hai sete di vita, significa che sei vivo. E una volta accettato questo dato di fatto, torni a sentirla, la vita, in fondo agli occhi, pronta ad essere presa ancora per quello che è.
Nient’altro importa.

TESTO