Il singolo di lancio dell’album dei R.E.M. Automatic for the people, anno di grazia 1992, fu Drive.
Che già sistemarla come canzone di apertura dell’opera poteva essere apparentemente azzardato, ma addirittura promuoverla come singolo anticipato sembrava contro ogni logica promozionale. In pratica, veniva dato in pasto alle rotazioni radio un pezzo che non aveva nulla di accattivante o semplicemente “pop”, né uno straccio di ritornello che rimanesse in testa, o questo perlomeno si credeva.
Perché, dice, Drive è spettrale, scarna e troppo lunga, per essere una hit. Sembra suonata in una gigantesca sala deserta, con l’eco della voce di Michael Stipe che riverbera da un muro all’altro. Porta alla mente immagini in bianco e nero di inquietudini parcheggiate nelle profondità della mente, flash accecanti di rivoluzioni solo accennate.
Eppure, fu un successo strepitoso.
Sarà che l’intero album è un capolavoro assoluto, sarà che il pubblico non è così scemo come gli uffici marketing pensano, sarà che Drive è a sua volta una delle massime vette della capacità compositiva della band di Athens, Georgia.
Automatic for the people esce a distanza di circa un anno dalla decisione della presidenza USA di Bush senior di attaccare l’Iraq, con il conseguente scoppio della prima guerra del Golfo, ed è indubbio che la situazione politica del periodo abbia avuto un’influenza sui contenuti del disco. Dolore, morte e disillusione sono evidenti in molti brani.
Smack, crack, bushwhacked.
Sono le prime parole dell’album, le prime parole di Drive.
L’arpeggio di chitarra di Peter Buck introduce la voce asettica di Michael Stipe, interprete magistrale che in questo pezzo abbandona ogni velleità di canto melodico, favorendo un approccio minimale e contenuto che contribuisce a consolidare l’aria grave del brano.
Picchiati, spezzati, assaliti.
Che in realtà bushwhacked – impossibile non notare la precisa scelta della parola, con quella radice così Presidenziale – può anche essere mandati in guerra, o vittime di un’imboscata, o messi nel sacco, o ancora, per estensione, presi per il culo. Chiaro, no?
Lasciate che mettano qualcun altro sulla griglia.
L’incedere solenne del pezzo trasmette da subito una sensazione di deferenza. Sarà anche only rock and roll, ma si percepisce che il messaggio è tutt’altro che da due soldi.
Hey, ragazzi, rock and roll
Nessuno vi dice dove andare
Attenzione, ragazzi, non fatevi rimbambire da chi vi dice cosa fare e dove andare, predica Michael, nessuno può decidere la vostra strada.
La melodia ipnotica si arrotola su sé stessa, tornando al punto di partenza, mentre la cadenza del cantato resta identica parola dopo parola, prima di aprirsi leggermente in una prima idea di movimento, su un tappeto sonoro consolatorio che si contrappone al glaciale arpeggio di Peter Buck.
E se io andassi, e se tu camminassi
E se (invece) ballassimo (il rock and roll) tutta la notte?
Gli anni ’80 sono finiti da poco, e la massificazione sembra dover decidere per tutti chi è dentro e chi è fuori, non solo nell’ordinamento sociale, ma anche nella determinazione degli standard personali di bello o brutto, giusto o sbagliato, possibile od inaccettabile. Ma ognuno ha il proprio passo, e nessuno potrà stabilire se sia più gradito camminare, correre, o soltanto ballare al suono del rock per tutta la notte.
Ecco di nuovo la visione del rock come concetto espressivo di libertà, di piena affermazione della propria indole.
E poi quel tick-tock, quell’incessante battere dei secondi sul tavolo, che il tempo è uno stronzo che ti fa lo sgambetto quando meno te lo aspetti, e hai voglia di provare a rialzarti che il bastardo là si diverte un casino a legarti insieme i lacci delle scarpe mentre sei distratto.
Come dire non perdete tempo, ragazzi, basta poco per rimanere fottuti, perdere il proprio ritmo e senza capire trovarsi diverso da quello che credevi, volevi, speravi di essere.
Hey, ragazzi, datevi una mossa
Solo che cercare di smuovere questo immobilismo innaturale, questa paralisi della speranza, sembra difficile, quasi impossibile, ecco il motivo della coazione a ripetere del brano, il perché di questa spirale apatica che riporta a zero ogni pensiero di libertà personale, assecondata alla perfezione dalla ripetitività angosciante delle strofe.
Ma è proprio quando il blocco sembra diventare immutabile, quando inizi a pensare che forse sei fuori di testa, quando la rassegnazione cresce per tutto quello che senti di non poter essere, che qualcosa cambia, e Peter Buck ti entra direttamente nelle vene.
Un assolo improvviso come quelle vecchie sveglie rumorose che ti svegli con il cuore in gola e una bestemmia in bocca, mentre il suono riempie ogni tuo organo, e imponenti violini si sparpagliano fuori dalle casse come colori violenti su una tela frigida, e le singole corde della Rickenbacker 360 di Peter ululano affamate.
Un tipo con il cranio pelato e un sorriso saggio, con un paio di occhialini rotondi che John Lennon lèvati, un giorno pare disse sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.
Il rock forse è un po’ così.
Non parla a nuora perché suocera intenda, parla direttamente al tuo stomaco, senza mediazioni o raccomandazioni, è l’amico che fa tana libera tutti – il senso di Ollie in come free è pressappoco quello – e la libertà di essere te stesso non è negoziabile, almeno finché quel tick-tock continuerà ad avere un senso di urgenza, paura, passione.

TESTO E TRADUZIONE