Oh.
Io ci credo, al fatto che le canzoni siano lì, ferme in attesa di quel momento, quello quando diventano improvvisamente necessarie.
Passi giorni, mesi, a volte pure anni, a trattarle da sottofondo; hai come scusa quella sei un po’ confuso da quella roba astratta che dicono essere vita, e che spesso è solo coazione a ripetere. Magari ti stai facendo la barba, oppure cucini, forse bevi una birra; e quelle là sotto, a farsi i cazzi propri di rimando alla tua indifferenza.
Poi, di colpo, ti accorgi di loro.
Nessun dramma, lo sai che la musica mica porta rancore. Magari sei tu, piuttosto, che poi ti rimproveri dei momenti del passato in cui sarebbero state giuste, e tu invece a infilarti le dita nel naso mentre pensi a quando scatterà il verde. Non molto diverso da quello che succede nei rapporti umani, a pensarci bene, ma va beh. Si fa sempre quel che si può, diceva il vecchio saggio, e la puzza di quello che poteva essere e non è stato è peggiore di quella dei fiori lasciati nell’acqua per giorni interi, quindi meglio non pensarci troppo.
Però ad una teoria del genere io ci credo sul serio, come credo che ogni canzone abbia la propria situazione perfetta. Senza quella mattina sul terrazzo col caffè turco mica l’avresti apprezzata. Non fossi uscito a camminare con la musica in cuffia, non ti sarebbe piaciuta così tanto. Cose così, insomma. Perché con le canzoni basta una volta sola, e poi tutta una vita a cercare di ricreare quella sensazione, che se sei fortunato anche torna, ma mica è così necessario, né peraltro comune che lo faccia. Come a vivere di rendita, cercando di dilatare il più a lungo possibile l’impressione che ha lasciato la prima volta. Che ancora ti vien da pensare a certi rapporti umani, ma chiudiamola qui che se no non se ne esce.
Tipo quelle canzoni da macchina di notte, comunque.
Su una strada da tre del mattino, un buio di tarda primavera con l’umidità del temporale che svapora piano, e la temperatura che non hai ancora capito se fa freddo o fa caldo, o fa sudore dietro il coppino ma geloni ai piedi. Che tu, nel dubbio, tiri mezzo giù il finestrino, ma accendi il riscaldamento, e vaffanculo.
Serve il pezzo giusto, in una situazione del genere.
Lo dico per esperienza diretta, eh. Che in quei casi lì è un attimo trovarsi lo shuffle che ti propone A modo mio dei Negrita, che lo sanno anche i sassi che è una canzone da sole in faccia mentre vai al bar.
Serve un pezzo tipo degli americani War on drugs, che dal 2008 battono le strade del rock americano, e che dopo l’addio di Kurt Vile – che sceglie con successo la carriera solista – sono una creatura ormai saldamente nelle mani del frontman Adam Granduciel, che ne ha smussato gli angoli, perfezionando le sonorità, in un ritorno al futuro sempre in bilico tra classic american rock e decise virate space e shoegaze.
Nel 2014 si spalancano le porte del successo mondiale, per merito del meraviglioso Lost in a dream.
Tappeti di tastiere e suoni dilatati si alternano a chitarre ed arrangiamenti nel solco dei grandi classici americani, mentre più di una volta il tempo motorik racconta di una strada che vorresti percorrere.
Tre anni dopo, è la volta di A deeper understanding, che persegue la stessa rotta, confermando la classe della band capitanata da Adam.
E’ rock vero, bello, puro. Una rarità, nel 2017.
Sta di fatto che è andata proprio così, stasera. Skip dopo skip, alla ricerca di qualcosa che stesse bene con la notte, e la strada, e i pensieri, e tutto il resto. E’ così che è partita In Chains, l’ottava traccia dell’ultimo album, che quando inizia più che alla guida di una macchina a noleggio su una provinciale di merda tra la pianura e l’appennino ti pare di avere sotto il culo una di quelle auto da cinema, e che le ruote tocchino una striscia di catrame da Oscar.
Il pianoforte in ingresso sembra faccia le capriole, e all’improvviso eccolo, il momento che arriva.
Che per quanto ne sai tu, forse era lì che aspettava lungo l’argine, in attesa di quell’istante perfetto.
Ed ora sei qui, che ascolti In chains a ciclo continuo, rientrato a casa ma con la mente ancora sulla strada, a modellare sulla notte le note del pezzo, quasi che la musica fosse un profumo, in grado di aprire un varco temporale, e le parole di Adam a completare il puzzle costruito dal muro sonoro.
Esco come al solito, gridando il tuo nome
Provando a non odiare me stesso, per essermi messo in mezzo
Ancora una volta il tema è un bastardo, tormentato rapporto di coppia. Ma forse questa volta la prospettiva è diversa rispetto al solito.
Non ho mai pensato che la persona che lascia, in una relazione, sia quella che soffre meno. A volte, le circostanze portano a sviluppi che non potevi neanche immaginare, e ti pare davvero di trovarti incatenato in una situazione dove odio e amore si contrappongono, dove il bisogno dell’altra persona è comunque molto forte, pur se in opposizione al bisogno di serenità che ne deriverebbe dall’abbandonarla.
Ma voglio ancora festeggiare il nostro amore, mi sono tormentato come un sedicenne
Potrei morire qui, sono stato imprigionato e liberato
C’è una ragazza là fuori con il silenzio negli occhi, la sua verità è nell’oscurità
A volte non c’è un percorso lineare, nella fine di un amore. I dubbi, le paure, la responsabilità di concludere un sentiero battuto insieme sono enormi, e pesano come macigni nell’animo di chi prende questa decisione. Tutta una esistenza comune fatta di mutuo sostegno, abitudini, affetto, si manifesta con una forza sorprendente proprio nel momento in cui la decisione dovrebbe essere irrevocabile. E gli addii diventano arrivederci, i mai diventano forse, le sicurezze diventano non lo so, per poi tornare alla loro forma originaria, prima di tornare indietro e ripercorrere nuovamente una strada già battuta.
Non ci sono catene per tenerti qui
A cui legarti, per perderti
Forse è l’ignoto, che spaventa. Verrebbe voglia di chiedere più tempo all’altra persona, in attesa di capire se la tempesta in atto è solo un temporale, oppure se le cose stanno realmente andando in merda.
O forse, soltanto, le cose succedono, e l’unica cosa che si può chiedere è comprensione, con la consapevolezza che sarebbe potuto succedere il contrario, e che l’altra persona si sarebbe potuta trovare al tuo posto, e tu al suo.
Tutti quei cambiamenti dappertutto, vai avanti e prendi la mia mano
Tienimi stretto, ora lasciami andare
Prova e capirai
Come se fosse su una strada circolare, Adam parte e ritorna allo stesso punto, si allontana e poi nuovamente si avvicina, e il desiderio di continuare a stringerla è forte almeno quanto quello di continuare il viaggio da solo.
Credo in tutto il potere, nel fare quello che possiamo
Possiamo provare e imparare per superarlo, e poi uscire dall’altra parte
Non ti vedo per niente venire di fronte a me, come possiamo decidere cosa dobbiamo fare?
Non leggo la tua mente, dimmi la verità
E all’improvviso è tutto più chiaro. Arrivi quasi a capire il perché del momento perfetto. Certo, hanno giocato la notte, la situazione, il muro sonoro, la strada, lo stile, il tempo motorik. Ma, in fondo, ti sei lasciato rapire perché era l’istante giusto per mettere in fila le cose, fare pace con il passato e comprendere che a volte l’unica cosa che si può fare è essere veri, e dare il meglio di sé, e poi vada come vada.
O almeno sembra dica quello, In chains, alla fine, quando inizia la lunga coda, e l’armonica si infila tra i tuoi denti, dilata quel tanto che basta lo spazio tra le labbra, lascia che le gote si alzino verso gli occhi, mentre un soffio d’aria ti esce dal naso.
Dicono si faccia chiamare sorriso, un robo del genere. E che – solo a volte, per carità – faccia comunella con una coppia di occhi umidi. Dicono girino insieme, quei tre lì, soprattutto di notte, fuori da qualche locale che ormai non esiste più, mentre salgono su un tram pieno di ricordi, che sferraglia come un’armonica che non ha più rimpianti, e si allontana con il suono che fa l’aria che entra dal finestrino, la strada che scorre sotto le ruote, In chains che si dissolve.

TESTO E TRADUZIONE