Stavolta niente incipit ad effetto o aneddoti strampalati per arrivare a parlare di un brano, perché sono circa 450 giorni che sto cercando di tradurre in modo consono la canzone Spectacular rival, di George Ezra, forse il pezzo migliore del suo album d’esordio, Wanted on voyage, per poi provare a parlarne qui, cercando di trasmettere almeno in parte quel misto di meraviglia, disagio e ansia che il pezzo restituisce ogni volta.
George Ezra è un piccolo grande fenomeno esploso nel 2014, e il suo primo lavoro è una delle cose più brillanti in ambito pop uscite da almeno un decennio a questa parte.
Allo stato attuale dell’impresa, sono quasi certo che la traduzione sia in buona parte corretta, ma solo l’altra mattina, sorseggiando una tazza di caffè turco, ho presumibilmente trovato il giusto significato di una parola che rende forse più sensata la chiave di lettura necessaria per parlare del pezzo.
Il tutto senza dimenticare che, anche nell’era globale in cui ci troviamo, non è possibile trovare uniformità sulle parole che George canta, e se manca l’uniformità tra madrelingua inglesi, figuriamoci se posso saltarci fuori io.
Immaginare con questi presupposti di affrontare l’interpretazione del pezzo, cercando di capire che cazzo hai voluto dire, piccolo George, tu e la tua voce da baritono che pare abituato più al bourbon che alla coca-cola, nonostante all’uscita del disco avessi solo 21 (ventuno!) anni, è un’impresa ardua.
Ma alla fine ho pensato sticazzi, il pezzo è troppo valido per lasciarlo morire lì in attesa di una rivelazione, peraltro solamente supposta, che possa arrivare a mettere il punto definitivo su che cosa dica, ad esempio, nella seconda frase, se cut those stares (che potrebbe essere qualcosa tipo “dacci un taglio con gli sguardi”) oppure cutthroat stares (ovvero tipo “sguardi assassini”), piuttosto che definire con chiarezza che caspita significa sherbet dips (è la marca di un dolce? Un modo di dire per indicare l’eiaculazione precoce? Una sveltina? Danny DeVito in incognito?).
E quindi io mi butto, dico la mia, e sarà un piacere, nel caso, essere smentito.
Sta di fatto che il britannico in questo pezzo l’ha proprio fatta grossa, tra inquietudini sonore che fin dal primo istante ghermiscono ed ipnotizzano, e un’interpretazione canora degna del miglior Nick Cave.
In effetti, le attinenze con certi brani del bardo australiano sono evidenti, non ultimo l’utilizzo di timbri musicali tipici della scena gothic e dark.
Pulsa sesso in ogni suono, Spectacular rival.
Un desiderio persistente, che cresce secondo dopo secondo nelle parole di George, che pare siano schiave della limitata dottrina a cui siamo abituati da decenni, quella dell’uomo predatore per natura e della donna vittima degli istinti animaleschi di lui.
Eccoti, allora, maschio alfa nei panni del lupo, in totale controllo della scena, tra respiri violenti e occhiate cariche di energia tribale. Fino a che non decidi di interrompere l’impasse di sguardi, invitandola a ballare; lei, che in questo gioco delle parti diventa una favolosa rivale, nelle tue intenzioni inconsapevole vittima designata, principessa sciocca in cerca dell’amore mentre dentro di te pulsa un prurito molto più prosaico.
Le parole si riempiono di biasimo, quando arrivi a definirla beautiful punchbag, dove quel letterale sacco da boxe è più corretto interpretarlo nel suo significato di donna attratta dai cattivi ragazzi, dai belli e dannati, il cui fascino sembra ancora fare così presa. Il fatto che stasera il presunto bello e dannato possa essere tu non pare però crearti alcun tipo di scrupolo morale, pur sottintendendo che se continuerà a frequentare pessimi soggetti come te per lei sarà molto dura scrollarsi di dosso un giudizio che pare già una sentenza. Un tono quasi paternalistico, accentuato in maniera magistrale dalla voce di questo ragazzo che potrebbe tanto essere un vecchio saggio che abita sul monte tanto uno zio appiccicoso e lascivo, e che svela quel retropensiero ormai così inculcato da diventare un fastidioso impulso involontario.
La donna libera, in fondo, è un po’ puttana. E più che farlo notare, davvero non puoi, che per un uomo in fondo è diverso.
Pilatesco, autoassolutorio, stronzo biasimo maschile.
Ad ogni buon conto, la voce di George sembra abbandonarsi all’amplesso, nell’immaginaria conclusione di questo corteggiamento frullato assieme alla sfida di farla tua, e ogni corda vocale freme di ombre umide e abbracci caldi.
Sembra quasi di sentirlo in bocca, il sapore di quelle labbra, un misto di illusione, nicotina, rossetto e sudore.
Il sesso occasionale diventa metafora dello scontro tra la preda, incapace di sfuggire alla propria innata natura di ingenua e debole creatura, e il predatore, schivo sulle prime per precisa tattica di attacco, e successivamente spietato laceratore di sentimenti.
Ma la sorpresa è dietro l’angolo, e abbandonati i panni del re della foresta, il pensiero che anche lei sia un essere umano che si è concessa la sacrosanta libertà di una fugace notte d’amore ti si insinua sotto la pelle.
E basta il solo pensiero di questa autonomia che non avevi notato, troppo preso dalla foia del momento, per spaventarti ed allo stesso tempo attrarti.
Non vuoi tenermi stretto, favolosa rivale?
Potrei amarti per sempre.
No, non stavolta. Non tu. La tua supponenza ti ha sconfitto, e la stanza si svuota rapidamente di tutta la carica sessuale, mentre la musica cresce e riempie ogni anfratto della tua mente, lasciando spazio solo ai tuoi rimpianti che saettano come scariche elettriche nel suono dei violini, nei tuoi pensieri di persecuzione per un’altra notte sbagliata, per un’altra occasione persa.
Lei intanto se ne va, rivale infine vittoriosa, se non altro per aver evitato i giudizi da quattro soldi, lasciandoti al confine dell’umiliazione, distrutto e vittima dei tuoi stessi pregiudizi, predatore trasformato in preda alla prova della verità, ma ancora convinto del proprio ruolo, tanto da credere che un posto in paradiso per il tuo culo ci dovrà essere prima o poi, incolpando la sfortuna per tutto quello che è andato storto, quando l’unica sfortuna che hai è quella di essere un po’ stronzo.

TESTO E TRADUZIONE