Non so se capita anche a voi – ma quando si dice così in fondo lo si sa sempre, vero? – ma certi giorni scendi con il piede sbagliato dal letto, come se ricevessi un grattone in faccia ancor prima di alzarti in piedi. Già sai che sarà un giorno duro.
Magari apri la finestra, e c’è anche un tempo di merda. Tipo quello che non ha nemmeno il coraggio di essere davvero brutto, solo umido e freddo. Forse anche ventoso.
Vien voglia di tornare sotto le coperte, quelle volte lì, e voltare gallone, come si dice dalle mie parti, intendendo il girarsi sull’altro fianco, come a lasciarsi tutti i problemi e le preoccupazioni dietro le spalle.
Non so se sia questa predisposizione all’indisponenza con la quale ogni tanto devi fare i conti che rende poi tutto più fastidioso. Se ti fermi a riflettere, quella coda in macchina non è diversa da quella di ieri, e se ci pensi davvero bene anche l’altro giorno ti sei quasi spalmato sul pavimento infilando le scarpe. Oggi, però, gli stessi piccoli inconvenienti danno sui nervi, per non dire che fanno proprio girare il cazzo.
Come al solito il confine tra il percepito e il reale è labile, e il condizionamento mentale ha un’influenza potentissima. Un po’ come la storia che il semaforo è sempre rosso. Mica è vero, solo che tu ti ricordi solo delle volte che, con l’umore di traverso, friggi in attesa del verde.
Fatto sta che non ci sono grandi rimedi, quando ti svegli male. Si tratta solo di tirare avanti e aspettare momenti migliori. A meno che non ti imbatti in una di quelle canzoni che sembrano create apposta per mettere benzina nel motore e tirarti fuori dai guai. Canzoni tipo quelle dei Pearl Jam.
Eddie e i suoi, dopo le sperimentazioni di No Code – album comunque troppo a lungo sottovalutato – nel 1998 tornano ad un approccio musicale più improntato al rock classico. Esce Yield. Il singolo di lancio è un urlo di rabbia e rinascita, un canto liberatorio da iniettarsi in vena, un dito medio con il sorriso in faccia a chi non ti ha mai capito. Siamo abituati a chiamarla Given to fly.
McCready attacca un intro di chitarra liquida che sa di onde e spazi aperti, nella successione delle note chiaramente ispirato a Going to California dei Led Zeppelin, mentre Eddie dimostra una volta di più la sua strepitosa capacità interpretativa, oltre alla solita maestria nel regalare al mondo parole che non sembrano mai buttate lì a casaccio.
Avrebbe potuto essere collegato, ma si disconnesse
Un brutto periodo, niente sembrava poter salvarlo
Da solo in un corridoio, aspettando, era tagliato fuori
Si alzo ed andò via, scappò per centinaia di miglia
Arrivò fino all’oceano, si fece una canna
Si alzò il vento, e lo mise in ginocchio
Forse per la prima volta, però, è tutta la band ad essere protagonista, coinvolta anche nel processo creativo come non era mai successo prima, e questa perfetta unità d’intenti si propaga come un calore intimo e allo stesso tempo enorme. Te ne accorgi alla fine della prima strofa, quando il quadro dipinto dalle parole di Eddie si trasforma, in perfetta simbiosi con il groove del pezzo, in un’ansia di riscatto alla quale l’anima, in riserva e alla ricerca di una scossa che le permetta di ripartire, si aggrappa disperatamente.
Sembra quasi di sentirla, quella elettricità, nella ritmica di Gossard che aumenta il voltaggio, nel basso di Ament che si impossessa del tuo battito, nei colpi di Irons che iniziano a risuonare nei tricipiti femorali che non vogliono più restare fermi, e poi su, fino alla gola.
Un’onda arrivò, schiantandosi come un pugno al mento
Gli donò delle ali “Hey, guardatemi adesso”
Braccia completamente aperte con il mare come pavimento
Oh, che forza, oh, lui sta volando… su tutto
Le hai mai tenute le braccia così aperte? Per restare in equilibrio sul cornicione della tua esistenza, per abbracciare il mondo, o soltanto per dire sono qui, sono vivo e ci voglio credere?
Vien da farlo, mentre i Pearl Jam ti fanno il pieno. Viene quasi da immaginare che la vita possa essere giusta, onesta, compassionevole. Viene da pensare che esista un senso.
Ma a volte è proprio quando abbassi la guardia e azzardi un’aura di positività che nemmeno credevi di avere, che le bastonate arrivano più forti, e il travestimento cola come melma dal volto stralunato e sprezzante della realtà.
Tornò giù galleggiando perché voleva condividere
La sua chiave per i lucchetti delle catene che vedeva ovunque
Ma prima venne deriso, poi pugnalato
Da uomini ignoranti
Anche il pezzo torna a sciogliersi, rientrando nei canoni liquidi di McCready, mentre la batteria cadenza il ritmo di un cuore che sembra perdere il ritmo a lui più congeniale. Che ormai lo sai che il giochino è truccato e che tutto l’amore del mondo non è che un simulacro che hai deciso di inventare, sorta di training autogeno fallato.
Ma forse la vera forza non è nel crederci ancora, ma nel crederci nonostante. Forse la vera forza è nella grinta di Eddie, nell’ultima frase della strofa.
Beh, stronzi, è ancora in piedi
E di nuovo il pezzo cresce come una marea improvvisa, metafora degli alti e bassi della vita di tutti i giorni. Che a volte, se non hai di meglio, per tirarti su da una giornata nata con il piede sbagliato, sburlare ad un volume assassino un pezzo del genere fa il suo porco effetto.
Allarga le braccia, condividi l’amore, regalalo senza pretendere niente in cambio, urla assieme ad Eddie in faccia a tutti gli stronzi, reali o immaginari, che bloccano le tue sinapsi. Ridi.
Qualcuno, guardandoti, si chiederà cosa cazzo avrai mai da ridere.
Non lo sai neanche tu, in realtà, e proprio per quello inizierai a ridere più forte.

TESTO E TRADUZIONE