Poi ci sono quei pezzi che ti affogano dentro, senza un motivo logico. Non parlano neanche, o almeno, non lo fanno alla tua parte razionale. Spesso sono messi alla fine di un album, probabilmente perché la reale portata emozionale sarebbe stordente se inserita in mezzo, o, ancora peggio, come prima traccia di un disco, lasciando macerie dentro l’animo e rendendo inutile la prosecuzione dell’ascolto.
Street Spirit è così, persino al di là del concetto di bello o brutto, capolavoro o insignificanza.
E’ un “no contest” sigillato dentro la tua anima.
Street Spirit è una sorta di virus ebola del comparto emotivo di ogni persona, perché ogni arpeggio di chitarra, ogni suono che si aggiunge a quello, dall’inizio alla fine, è una coltellata che penetra la carne e la lacera. E nonostante questo, il dolore non esiste. Il dolore è in una dimensione non contemplata dalla maestosità dei suoni ossessivi ricreati da Thom e i suoi.
Ogni parola di Thom Yorke si fa strumento a sua volta, in simbiosi quasi innaturale con la musica.
La monotona ripetitività dell’esistenza comune genera una mancanza di slanci vitali che opprime, ed è come se sentissi questa sensazione come una cosa reale, che ti tocca, mettendoti a disagio e amplificando la tua apatica insoddisfazione.
E’ come tutte quelle cose messe in ordine, ti dice Thom, mentre il giro di chitarra è un continuo ondeggiare che parte e ritorna allo stesso punto, quelle cose sistemate perfettamente, in una sorta di compulsione atta a mascherare il vuoto interiore, senza forse neanche renderti conto che questo fittizio assetto così preciso in cui incastoni ogni tuo passo non è precostituito, ma sparirà con te, a dimostrazione di una struttura mentale quasi autoimposta, lontana dalla logica naturale della nostra esistenza.
La bacchetta ticchetta sul bordo del rullante, quasi fosse un deviato orologio biologico atto a scandire un tempo macinato al ritmo delle macchine, mentre Thom attacca la seconda strofa.
E’ la vita tecnologica stessa, o meglio l’evoluzione tecnologica umana, che è messa in discussione, perché anche se ti sei affidato ad una serie di apparati che ti hanno reso la vita più semplice, confortevole e agiata, lo scotto da pagare è stato l’appalto di buona parte della tua anima, asservita a logiche diametralmente opposte a quelle necessarie al benessere del tuo io interiore. Macchine che non riescono ad interpretare una minima parte dei tuoi pensieri ancestrali, che non pongono rimedio alla paranoica sensazione di sentirti accerchiato, ma, anzi, la amplificano.
Solo qualche anno dopo, in Italia, un geniale tizio delle mie parti riassumerà il tutto in “comodo, ma come dire.. poca soddisfazione”.
Intanto, Thom prosegue nel suo canto disperato e desolato.
Forse l’unica soluzione per preservare e in parte salvare la propria essenza sarebbe tornare bambini, quando si facevano i girotondi, e non esistevano differenze sociali e culturali a dividere e classificare le persone.
Salvarsi in questo modo, tornando ad una dimensione meno artificiale, dove la razionalità ha un ruolo di supporto e non di guida indiscussa, prima che il mondo ti soffochi, facendoti scomparire.
Il canto dolente di Thom prosegue, in un coro che è una nenia onirica, che non fa altro che trascinarti ancora di più nella dimensione parallela generata dal pezzo, prima che entri un’altra chitarra, e di colpo ti accorgi che quello che sembrava essere un affresco lo-fi con arpeggi e voci è in realtà un mondo a sé stante, pregno di suoni e disagi e malinconia.
Ed in questo pianeta anestetizzato, l’istinto di sopravvivenza non smette di gridare, pur consapevole del suo ruolo di morto che cammina, perché la necessità di vivere sul serio si fa sentire, dal momento in cui nasci a quello in cui morirai realmente. Ma se la morte è sempre al tuo fianco, non è quella finale, definitiva, catartica, quanto quella malvagia e bastarda e sporca della progressiva rinuncia alla tua parte emozionale.
Non accettare un’esistenza totalmente bugiarda sta a te, riprendere in mano almeno in parte la spiritualità che la tua anima agogna, perché tanto tutte queste cose tenute cosi in ordine, tutto il tuo essere composto, vivendo all’interno di questo schema precostituito ed in parte innaturale, in fila senza disturbare, a farti macerare dentro dalla confusione che non lasci uscire, né tantomeno interpretare, tutte queste cose sono destinate a sparire con te, senza lasciare un segno del loro passaggio, se non una vita vissuta a metà.
Forse, l’unica cosa da fare è credere nell’amore.
Per la vita.
Per le persone.
Per te stesso, contro la logica da catena di produzione, per riprenderti un po’ del potere primordiale che ti guidava, e che ancora ti permette di respirare, senza che un ragionamento o una macchina ti dicano che è giusto farlo.

Street Spirit mette a disagio. Disturba. Svuota.
Thom ebbe a dire su questo pezzo che non la scrissero loro, in realtà, ma che furono solo il tramite.
Disse anche qualcosa sul fatto che lui non avrebbe mai provato a scrivere qualcosa di così cupo.
Forse viene da un universo parallelo.
Forse dal futuro.
Forse dal passato, somma di tutte le anime disperate e stanche che si sono ribellate alle sovrastrutture della società, e hanno immerso la propria anima nell’amore. Vivendolo appieno, o restandone uccisi, affogati da una sensazione che è semplicemente troppo intensa per lasciare indifferenti.

TESTO E TRADUZIONE