Sento parlare di lui la prima volta tipo verso il ’97, e mi sta sul cazzo per partito preso.
Piace ai ragazzini più giovani, ed io, dall’alto dei miei vent’anni, ritengo che se lo ascoltano i teenager deve essere per forza un cretino, che loro non sanno cosa sia la vera musica.
Poi in quel periodo faccio l’impegnato, ho recuperato Guccini e Bob Dylan, leggo i grandi classici della letteratura, teorizzo su tutto con la saccenza fastidiosa di chi la sa lunga senza sapere un cazzo e tendo ad una visione manichea dell’esistenza. Roba da infilarsi proprio ora in un buco spazio-temporale solo per tornare indietro di vent’anni e darmi una testata in faccia, ma tant’è. Forse è così per ogni età, e per quanto ne so tra cinque minuti potrebbe suonare alla porta un mio io sessantenne per darmi un calcio nelle palle. Nel dubbio, se suonano adesso, non apro.
Sta di fatto che senza nemmeno ascoltare una singola nota di Marilyn Manson, decido che un tipo del genere non fa per me.
Serve aspettare il 1999, prima che una breccia si apra nel mio muretto mentale. Al cinema c’è Matrix, se non è una rivoluzione, poco ci manca, e nella colonna sonora c’è quel brano che ha un tiro della madonna, Rock is dead.
Penso che per abbattere i pregiudizi, da quelli ridicoli come questo a quelli più tosti ed importanti, basti almeno porsi il dubbio, poi la strada è tutta in discesa.
Matrix instilla il sospetto che quel tipo non sia integralmente un coglione, e nel tardo autunno del 2000, durante un pomeriggio al bar con la tv sintonizzata su RockTV parte The Nobodies. Finisco la birra, esco dal locale e vado a comprare Holy Wood, il quarto album di Manson.
Marilyn Manson nasce nella profonda provincia americana come Brian Warner, e decide che il suo alter-ego artistico sorgerà fondendo il nome di Marilyn Monroe e il cognome di Charles Manson. Sogno e incubo, critica ed apprezzamento, fusi insieme a sottolineare la dualità della cultura americana.
Se da un punto di vista musicale, pur con vette di assoluto rispetto, non si può dire che abbia inventato nulla di nuovo, passando dall’industrial-rock con la produzione di quel Re Mida di Trent Reznor nel capolavoro Antichrist Superstar, al glam-rock di ispirazione Bowieana in Mechanical Animal, senza dimenticare il consistente debito che permea tutta la sua carriera nei confronti dei Christian Death e di Rozz Williams, l’impatto di Mr. Manson è clamoroso soprattutto a livello culturale e mediatico.
Intelligente, carismatico e commercialmente geniale, Manson cavalca per qualche anno l’onda di indignazione che scatena ogni sua uscita pubblica, accumulando sempre maggiore notorietà proprio grazie alle polemiche che senatori, religiosi, semplici associazioni di genitori creano contro di lui. Mima pompini ai musicisti della sua band durante i concerti, aderisce alla chiesa di Satana di Anton LaVey facendosi nominare Reverendo, critica aspramente la medio-borghesia americana, ipocrita ed indottrinata dai mass-media.
E quando nel 1999 Eric Harris e Dylan Klebold massacrano a colpi di arma da fuoco tredici persone alla Columbine High Tech, i media non si lasciano sfuggire l’occasione di porre sotto la lente d’ingrandimento tutta la cultura giovanile, dai videogiochi violenti alla musica. Manson diventa il perfetto capro espiatorio per una società che non vuole interrogarsi troppo sulla facilità dell’accesso alle armi, né sulla cultura di standardizzazione che esaspera gli adolescenti.
L’album che inconsapevolmente mi ritrovo fra le mani quel pomeriggio è la risposta dell’artista a questo fuoco incrociato. Un disco cattivo, intriso di negatività, che riverbera non solo nei notevoli testi ma anche nell’impostazione musicale cupa e aggressiva.
In the shadow of the valley of death arriva come settima traccia, dopo un bombardamento sonoro quasi costante dall’inizio dell’opera, e pur adottando un registro musicale differente rispetto alle prime sei canzoni, si rivela essere forse il brano più violento in assoluto.
Suoni indistinti che mescolano grida di neonati e inquietanti passi di marcia ad un vento desertico che puzza di putrefazione aprono il pezzo, prima che una chitarra acustica faccia capire che non si scherza più. Anche la rabbia pare svanita, lasciando il posto ad un consapevole pessimismo cosmico.
Non abbiamo futuro
Il paradiso non fu creato per me
Manson è tetro, spettrale, ma contrariamente ad altri episodi della sua carriera non intimidisce.
A volte mi sento così solo, a volte mi sento scartato
E vorrei essere stato abbastanza buono, così saprei di non essere solo
Il timbro vocale che più volte ha inquietato adotta in questo caso un registro di cosciente depressione, come se il cantante avesse infine preso atto del proprio ruolo nel circo della cultura di massa. In sottofondo, un coro riempie l’aria, con un tappeto sonoro di notevole impatto, quasi fossero inquisitori incappucciati che si avvicinano con le torce infiammate.
Ma è proprio nel momento in cui Manson sembra apparire più nudo e vulnerabile che due colpi di batteria guidano la reazione.
La morte è un poliziotto, la morte è un prete
La morte è lo stereo, la morte è una TV
La morte sono i tarocchi, la morte è un angelo
La morte è il nostro dio, e ci ucciderà tutti
Come fosse il proprio epitaffio prima di venire sopraffatto dagli inquisitori che ormai lo circondano, il Reverendo sferra l’attacco definitivo contro le istituzioni create per mantenere docili ed ammaestrati i popoli, contro i mass-media capaci di spettacolarizzare qualsiasi tragedia, contro le credenze che ci legano in una stasi di provvidenza che tutto sistema, togliendoci la responsabilità della nostra esistenza, prima della lapidaria conclusione: la morte, la violenza, la prevaricazione, siano esse fisiche o verbali o indirette, guidano la nostra essenza.
La stessa morte che ha messo radici dentro di lui, albero agonizzante già ridotto in cenere, involucro di carne ormai insensibile, pronto a bruciare in nome di tutti i peccati commessi e non evitati.
Desolante come la perdita di ogni speranza, In the shadow of the valley of death si chiude così, tra cenere, illusioni svanite e verità che non consolano, lasciando il dubbio di essere di fronte a qualcosa di simile ad un capolavoro.

TESTO E TRADUZIONE