Nel 1996, avevo ancora l’abitudine di andare al cinema, ogni tanto.
C’erano ancora i veri cinema, e non i baracconi con 20 sale e 18 film di merda, e forse anche per questo motivo quello che ti aspettava prima dell’inizio della proiezione non erano pubblicità assortite e solo due o tre trailer di altri film (del cazzo), ma una sorta di intera rubrica dedicata esclusivamente ai film in uscita, in alcuni casi anche sei o sette.
Addirittura, ricordo che anche in TV poteva capitare di trovare, sulle reti generaliste, un programma che durava una ventina di minuti, che se la memoria non mi inganna si chiamava “Appuntamento al cinema”.
Sta di fatto che nel 1996, in una delle serate dedicate al cinema, andai a vedere non ricordo quale film, e uno dei trailer era questa roba che sembrava un po’ malata. Poi scoprii che era UN SACCO malata. Comunque, nel trailer, un giro di chitarra catturò la mia attenzione, e un grido mi attaccò letteralmente al seggiolino.
C’era quella voce, quella potenza di suono che mi pareva ineguagliabile. E le immagini abbinate di quel genio disadattato di Lars Von Trier fecero il resto.
Confesso l’ignoranza dell’epoca, non avevo idea di chi fosse il gruppo.
Sapevo solo che era tritolo nelle vene.
All’epoca le ricerche erano un filo più complicate di adesso, Wikipedia era solo la memoria verbale delle persone che ti stavano intorno, bisognava interagire con gli altri per nutrirsi di informazioni del genere.
Come primo passo, dovevo dividere le persone in chi aveva visto Le Onde del Destino e chi no. Mica potevo arrivare a casa e chiedere a mio padre “Pà, c’è una canzone in un film che è ora al cinema che fa AAAAAHHH AHHHHHH AHHHHH AAAAAHHH, sai percaso qual è?”. Mi avrebbe preso per imbecille. Infatti, lo chiesi, e il suo sguardo fu inequivocabile. Non ottenni comunque risposta.
L’altra soluzione era affidarsi a chi aveva visto il film, o sperare di vedere di nuovo il trailer su “Appuntamento al cinema”. Andò proprio così. Saltai quasi sul divano di casa, indicando il televisore.
Serafico, il mio vecchio rispose: “Sono i Deep Purple”.
Da lì, la strada fu in discesa, e conobbi Child In Time, che ha un testo di poche parole, e riecheggia dal 1970 ai giorni nostri con il suo significato violento e angosciante.
Un intro di organo celebre e immortale avvia il capolavoro della band inglese e forse del rock tutto.
Ogni suono è una maceria, un post-apocalittico schizzo di vita perduta, e in questo humus disperato un adulto si rivolge ad un bambino, in una lezione di vita spietata come le bombe che venivano sganciate allora come oggi, cruenta come il sangue che sgorga dai fori di proiettile, oggi come sempre.
Esiste una linea sottile, nel confine tra bene e male, dice l’adulto, e con il tempo la vedrai, ma probabilmente non ti servirà in ogni caso, perché la follia umana è affamata e cieca, e quella linea, nel mondo reale, è continuamente valicata, e farne le spese è un istante.
La violenza è sempre cieca, e picchia un po’ a caso, e anche ammesso che la punizione sia dovuta per i peccatori e la redenzione giusta per gli innocenti, la distinzione è inutile.
Il male è arbitrario, senza coscienza e senza regole.
Al di qua o al di là della linea, le conseguenze non dipenderanno mai solo dal singolo comportamento, perché ogni proiettile ha un rimbalzo, e le traiettorie del dolore e della sofferenza sono insondabili.
Ed è qui, che le parole finiscono e inizia la leggenda.
Ian Gillian apre le proprie corde vocali in una sottile litania, che secondo dopo secondo si innalza dagli abissi e trasporta l’inferno in superficie, con una potenza vocale strabiliante e disperata.
All’apice di questo urlo ansioso e senza speranza, Gillian, si ferma, e Blackmore lascia alle corde di chitarra ogni suo commento, in un assolo violento come bombe al napalm sparate in faccia a civili inermi, mentre le tastiere di Lord in sottofondo si sovrappongono alla chitarra, in un attacco congiunto che lascia storditi, atterriti e vinti.
Ma non è ancora finita.
Come in un inquietante circolo di vita violentata, dopo i bombardamenti torna la pace, che in realtà pace non è, ma è solamente desolazione. Si riparte, come se la lezione dell’adulto al bimbo non fosse servita, come se il bambino, una volta adulto, parlasse ad un altro bambino, con le stesse parole, con la stessa angoscia, sapendo che non esistono innocenti, e che il ciclo non potrà essere spezzato.
E ancora, chiudi gli occhi, abbassa la testa e spera in bene, ragazzo, è tempo di una nuova guerra, e Ian Gillian torna dove era, dove insegna a cantare a Lucifero, se possibile ancora più angosciato, fino al parossismo, fino a strappare il velo del tempo e lasciare il mondo vuoto.
Finalmente silenzioso e pacificato.
Senza umanità.

TESTO E TRADUZIONE