Questa la riconosci anche se non è suonata, pure se manca l’audio.
Passi per strada mentre fumi, magari fa tanto caldo che chi è fermo in auto ad un semaforo non ha i finestrini giù, ma va di aria condizionata, e uno di questi vedi che ha le braccia messe a mo’ di chitarra e muove le dita.
E a un certo punto spara un tom-tom con la mano sul volante.
Ah, Hotel California.
Probabilmente, senza, ci piacerebbe un po’ meno il mondo al di là dell’oceano, se non altro come immaginario collettivo.
L’autostrada, il deserto, l’epica del viaggio, il malinconico incedere dell’esistenza partono già prima che inizino le parole.
Si percepiscono in quell’arpeggio di chitarra, e se ascolti a modo, tra un accordo e l’altro, senti il vento.
Poi quel doppio tom, e la voce di Don Henley ti conferma che stai davvero guidando su una scura autostrada deserta, con il vento tra i capelli, mentre fumi una canna.
E qui, sarà che sei un po’ stonato, sarà che si sta facendo notte e sei stanco, decidi di fermarti.
Ed eccolo, l’Hotel California.
L’edonismo di un’America popolata da debosciati, in un mondo pregno di anime perdute e sogni infranti, oscura parabola del sogno americano, così accogliente, così divertente, ma allo stesso tempo così dissoluto e nocivo.
Un passato evaporato, quello del 1969, dove, in un doppio senso straordinariamente americano, lo spirito può essere inteso come il vino che il protagonista chiede, ma anche come quella forza che aveva mosso la “summer of love”, ormai svanita, ultima speranza di un futuro diverso da quello segnato, o forse al tempo stesso complice inconsapevole del contrappasso.
Sembra Mulholland Drive di David Lynch, Hotel California, con le sue atmosfere grottesche e rarefatte.
Ma se fossimo in un film di Lynch il protagonista potrebbe essere morto.
E allora l’Hotel California, potrebbe essere una specie di inferno, popolato da demoni che si tengono impegnati in ogni modo per non pensare, dove i ricordi del passato esistono solo per riportarti ad un presente differente, con un cielo fatto di specchi, che riflette solo la nostra immagine distorta, pallida imitazione delle entità superiori che ci inventiamo, e violenze ripetute all’infinito senza una vera ragione. Un inferno impossibile da abbandonare.
Sounds familiar?
Hotel California a tratti sembra però anche Trainspotting di Danny Boyle, con i suoi personaggi amorali e autodistruttivi.
Ma se fosse un film di Boyle, il protagonista potrebbe essere un tossico, un ossessionato.
L’Hotel diventerebbe un luogo dell’anima, una viscida dipendenza, che ti trascina a sé in ogni momento, anche quando cerchi di scappare, dove altri tossici cercano consolazione per la propria anima malata, sapendo perfettamente che la stessa non può essere curata in altro modo. Dove anche la più grande volontà di cambiamento della propria condizione, risulta comunque inutile. La dipendenza è sempre il proprio padrone, e nemmeno questa volta è stato possibile ucciderla. E l’Hotel è sempre lì. Paga il conto quante volte vuoi. Non sarà mai abbastanza per andarsene.
Sounds familiar too?
Ah, ecco.
Perché forse allora oggi l’Hotel California è la merda di società dove se non hai successo sei un fallito, e se hai successo devi averlo secondo i crismi stabiliti. Dove devi operare sempre per addizione, mai per sottrazione. Se non sei soddisfatto è perché non hai abbastanza. Se non hai abbastanza è perché non ti sei dato da fare. Se ti accontenti sei nella migliore delle ipotesi un ingenuo, più facilmente un coglione. E’ il morbo che dagli Stati Uniti si è diffuso in tutto il mondo occidentale, incapaci ormai di godere del solo fatto di essere.
Schiavi promotori del ganglio che mantiene schiavi, votati all’autodistruzione senziente dell’anima, dove puoi avere quello che vuoi, l’importante è che non sia la libertà di volere qualcos’altro.
La catena, per quanto lunga possa essere, rimane sempre una catena.
L’Hotel rimane sempre qui.
Tu, anche.
A meno che non ti venga in mente di volere il check-out definitivo, e anche in quel caso te ne andrai alle regole dell’Hotel stesso, rimanendone dunque in ogni caso intrappolato dentro.
Non si scappa, tìo.
Goditi quello che si può, l’Hotel è un posto così carino, in fondo.
Ma non importa, parte il solo.
Senti quelle due chitarre come si incrociano rincorrendosi. Se ascolti a modo, puoi sentire il vento.
Almeno lui, forse, libero.

TESTO E TRADUZIONE