E poi ci sono quelle un po’ così, che dopo ci pensi e ti sembra che fossero lì ad aspettarti da chissà quanto.
Non è quasi mai un colpo di fulmine, con quelle lì, è piuttosto una lenta assuefazione.
Sono quelle carine, forse pure un po’ semplici.
Quelle che nascono da un particolare, che per giorni e giorni ti gira in testa.
Il pianoforte, e “Lo sai che ti ho sognata per 29 anni, prima di incontrarti?”.
Slow show dei National è così.
Bel gruppo, questi capitanati da Matt Berninger.
Il primo album che conobbi fu per il titolo che faceva tanto sporco malinconico.
Sad songs for dirty lovers.
Preso.
Così, un po’ alla cazzo.
Fino a che loro non hanno preso me.
I National sono un temporale lontano, che porta aria fredda e voglia di un cappotto, mentre tu ancora distante osservi le nuvole che si incendiano in lampi improvvisi, e un vento sottile fa cadere le prime foglie.
Comunque, da quel giorno non li ho più abbandonati.
Slow show, del 2007, dall’album Boxer, debbo però ammettere che mi era sfuggita.
O meglio, quel pianoforte, quella frase finale, beh, quelle sono lì dal primo ascolto.
E’ che proprio non riusciva ad entrarmi in testa quale canzone fosse, all’inizio.
Io ascoltavo, e mi sembrava di non trovarla mai, di non riconoscerla mai. Ecco cosa succede quando metti sul telefono tremila canzoni in shuffle.
Finché, di nuovo, lei mi ha aspettato e mi ha trovato.
Ciao, sono Slow show, mi cercavi?
Il protagonista è a una festa, probabilmente, ma qualcosa ha preso in ostaggio la sua mente, qualcosa che sembra voler mettere in discussione tutto il suo mondo. Non presta attenzione a quello che accade attorno a lui, e la sensazione di essere impreparato a quello che sta succedendo cresce sempre di più.
Il campionario emozionale umano è infinito, ma solo una di queste reazioni chimiche ti fa sentire un perfetto cretino, con le ginocchia che tremano e l’idea che quello che hai fatto fino ad oggi sia una enorme stronzata inutile.
Io me lo immagino così, questo compagno di viaggio che dura il tempo di una canzone, seduto al bancone di un bar, riflessivo e con un sorriso malinconico e imbarazzato sulle labbra, mentre intorno a lui la vita scorre su un’altra frequenza.
Me lo immagino che pensa quello che pensano tutti i romantici un po’ sfigati che hanno conosciuto da poco una nuova persona che li fa sentire fuori posto ovunque, tranne che con lei.
Me lo immagino mentre riflette sul fatto che è presto per esporsi, e non va bene accelerare le cose, che quando sei così preso all’inizio il meglio che puoi fare è stare fermo, per non mandare in vacca tutta la situazione, esagerando.
Ma i pensieri, tienili a freno, i pensieri, se ci riesci.
Lì dentro, nella tua mente a scartamento ridotto, le sorprese sono sempre fighe, mai inquietanti.
Presentarsi a casa sua, farla ridere con qualcosa di brillante e divertente.
E’ che ci sei già passato, e da brillante quel pensiero diventa una merda in pochi istanti di riflessione. Lo sai, com’è, sembra dirsi, stai calmo, smetti di pensare col cazzo e ragiona. Tieni a freno le tue idee da disadattato, non farla fuori dal vaso.
Ma le gambe formicolano, l’ansia morde lo stomaco.
Vuoi correre a casa sua, vuoi che rida come una matta per quello che fai tu, vuoi che sappia che per te la sirena suona e chiama a raccolta.
E quando parte il pianoforte, mi immagino l’uscita dal locale, il lento camminare che diventa passo veloce, e poi corsa, e poi urgenza e poi sorriso.
Come quando avevi 20 anni, come quando eri vivo.
E quella frase che ti gira in testa mentre il marciapiede di tutti diventa quello di casa sua.
“Sai che ti ho sognata per 29 anni prima di incontrarti? Mi sei mancata”.
Sembra perfetta. O forse no.
Ma ormai il campanello l’hai suonato.
Ormai, vada come vada.

TESTO E TRADUZIONE