Ho pensato tanto alla prima artista femminile sulla quale avrei voluto scrivere.
Come al solito, pensare non sempre è terapeutico, e il loop in cui mi sono trovato bloccato è stato angosciante.
Per circa 4 minuti.
Poi ho acceso una sigaretta, e lasciato che la musica facesse il suo corso.
E non poteva che essere
Janis.
Janis Joplin.
Lei, il suo blues, la sua voce mostruosa. E poi la sua carica, la sua ribellione, il suo Southern Comfort, la sua eroina.
Janis, che voleva iniziare a farsi chiamare Pearl, ma non ha fatto in tempo, che anche lei fa parte di quel nefasto club dei 27, assieme a Brian Jones, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Kurt Cobain, Amy Winehouse.
E insomma, così, un giorno di ottobre del 1970 venne il momento, che sembrava fosse lì in attesa da sempre.
Fragile, insicura, stravagante, appassionata, forte, malinconica.
Di sé ebbe a dire ogni sera faccio l’amore con 20 mila persone, poi torno a casa, sola.
Kozmic Blues è un po’ tutto questo.
E’ il 1969, quando esce l’album I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama!
La Janis forse più vera, in un brano che suona come un epitaffio.
Janis, che voleva iniziare a farsi chiamare Pearl e forse smettere con l’eroina, come se quel nuovo nome potesse diventare una proiezione di sé stessa meno incasinata.
E un po’ sembra di immaginarla così, mentre canta questo capolavoro immortale, questo testamento spirituale. Divisa in due, Janis e Pearl, Pearl e Janis, sospesa tra quello che sarebbe potuto essere e le debolezze che ognuno si porta dentro.
Il pianoforte soffuso introduce, entra il basso, mentre la voce accarezza le prime parole.
Il tempo continua a scorrere
Gli amici si allontanano
Il blues ti  ha già rapito, mentre le note scivolano sulla pelle, lì, tra la fine della testa e l’inizio del collo. Ma è solo un momento, e c’è da stare attenti a non perderlo, un po’ come quelle cose che poi ci ripensi e dici cazzo, è già finito.
Janis (e forse in un angolo della mente Pearl) ruggisce con la rabbia vendicativa del Dio del vecchio testamento.
Beh, io continuo a muovermi
Ma non ho ancora trovato il perché
E’ davvero lei, in tutta la sua forza. Questa contadinotta dotata come poche altre, che continua a cercare di realizzare un sogno, ma che ogni notte si ritrova sola. Gli amici hanno le loro vite, e la solitudine è una stronza bastarda, quando sei al buio.
Janis si circonda di avventure occasionali, di partner per una notte, e al mattino è come se lei nel frattempo fosse cresciuta di 25 anni, e non possa offrire più di quello che ha offerto quando ancora pensava che sarebbe stato qualcosa di diverso da una storia di una notte.
I fiati iniziano a fare il loro porco lavoro, in sottofondo, e la voce graffia ogni secondo di più, perché in fondo non importa, lei continuerà a provarci, prendendo quel finto amore ogni volta diverso, usandolo per sopportare la solitudine.
Ma non fa alcuna differenza, piccola
Perché so che potrei sempre provarci
Non fa alcuna differenza
Lo prenderò ora,
Mi servirà
E lo userò fino al giorno in cui morirò
E poco male se quel finto amore assume le forme di una bottiglia, di una riga, di una siringa, di un corpo. Si tratta sempre di sopravvivere, e in fondo uno pensa che ci sia sempre tempo per cambiare. Come no.
Massacra l’anima, Kozmic blues.
La lacera proprio, se le immagini davanti allo specchio, a guardarsi negli occhi.
Janis e Pearl.
Janis disillusa, Pearl che forse ancora ci crede.
Giuro. Spezza in due, questa roba.
Non ci sarà un modo diverso di apprezzarsi, urla Janis. Non riuscirò mai ad amarti – ad amarmi – nel modo giusto, quindi tanto vale accontentarsi di quel calore bugiardo e illusorio, qui e ora.
Un giorno, forse, cambierà la situazione. Un giorno, forse, Janis scenderà a patti con Pearl.
Janis è un fiume in piena, il fuoco che la brucia distrugge lentamente, inesorabilmente, ma rimargina le ferite più urgenti.
E’ come se accusasse Pearl per tutte le speranze tradite. Fanno male, deludono, le speranze.
Sarebbe meglio non aspettarsi niente. Mai.
Si, proprio così, urla Janis con la potenza di un terremoto.
E lei non sarà più qui, quando Pearl proverà di nuovo a raggiungerla, le dice, mentre la sua disperazione esplode.
Madonna, Janis.
Che roba che eri.
Che roba che sei.
Vorrei ci fosse una band a tua disposizione, dove sei ora.
La tua voce strapperebbe le dimensioni, e saresti ancora sul palco.
E una volta scesa non saresti più sola.

TESTO E TRADUZIONE