Nelle sacre scritture del rock i profeti sono migliaia, ma solo alcuni di loro hanno le stimmate immortali dei figli degli dei.
Non necessariamente sono i migliori, cioè, a volte sì, ma non è questo il punto. Quello che è certo è che senza la loro influenza forse questa spiritualità pagana chiamata rock avrebbe preso un’altra direzione.
Quattro di questi figli bastardi, Robert Plant, Jimmy Page, John Paul Jones e John Bonham, nel 1968 si presero la briga (e anche il gusto…) di unire il blues, che c’era già, assieme al folk, che c’era già, e buttarli in un’orgia godereccia con il rock and roll, che c’era già, dando vita a qualcosa che non c’era ancora.
La prima forma di hard-rock cazzuto e viscerale, che si esprimeva anche attraverso performance live di fuoco, dove i freni inibitori venivano mollati, spingendo un po’ più in là il concetto di suonare in una band.
I Led Zeppelin.
Perché spesso la musica è istinto, è un animale che ogni tanto ha bisogno di ruggire, senza necessariamente essere in dovere di dire qualcosa, soprattutto se quel qualcosa può essere comunicato anche con un riff di chitarra.
Davvero, a volte hai solo voglia di muovere il culo e alzare i battiti cardiaci, cercando la tua anima a forza di salti, ingordo della sostanza base del rock, quello stomaco così difficilmente saziabile da aver bisogno di riempirlo di pura energia.
E se c’è qualcuno che prima degli altri ha veicolato questa fame atavica nella musica, questi sono i Led Zeppelin.
Sono già all’apice, quando nel ’71 esce il loro quarto album.
La seconda traccia è Rock and Roll.
Nomen omen, proprio.
Rock and Roll è un pezzo che potrebbe anche non avere testo, ma essere composto da versi gutturali di vichinghi scesi dal nord, da ruggiti di giaguari affamati che inseguono gazzelle, da grida di bambini che giocano ai loro giochi visionari.
L’importante è che la canti Plant.
Parte con la batteria di Bonham, crash e rullante, picchiati a un ritmo così liberatorio che se proprio non puoi saltare prendi in mano qualcosa e lancialo, poi entra quel giro di chitarra, quella roba che è sempre la stessa, ma è tutta nuova, sembra fin semplice, ora, ma lo ha fatto Page nel 1971, non tu, mentre la base ritmica di Jones crea un tappeto che riempie la stanza, la casa, la vita stessa.
E quando Plant sollecita le sue corde vocali, riconosci almeno tre o quattro angeli di quelli dissidenti e ribelli che mandarono in culo il capo là sopra, ma comunque non puoi fare a meno di provare a cantare, e giuro che almeno le prime due strofe puoi quasi farcela, e se è la prima volta che la senti e conosci la fama di Plant ti vien quasi da dire, beh, ma lì ci arrivo, non è tutta ‘sta gran cazzo di voce, ma è una presa per il culo, è come Alì che per i primi 3 round si diverte e ti balla attorno, giusto ogni tanto gli vedi i piedi che si muovono veloci come le bacchette di Bonham, ma non sembra pericoloso, poi all’improvviso ti picchia in faccia un’accelerazione di jab che la voce di Plant la senti fin negli alluci, che ti manca la forza fisica e mentale per provare a seguirlo.
E non si ferma più. E ora che ci penso forse Alì ballava questa sul ring. No, probabilmente no, ma ci sarebbe stata bene.
Comunque, ricordo che tanti anni fa ascoltavo i Led molto più spesso di oggi.
All’epoca andavo al lavoro in bus, e nelle cuffie a volte capitava questa energia ancestrale, ed era quasi drammatico non potersi lasciare andare, non seguire la potenza della batteria, non muoversi sull’assolo magico della chitarra di Page, non agitare le braccia sugli acuti di Robert Plant. Al massimo, con discrezione, potevo simulare la tastiera infuocata di Jones, ma la quasi totale forzata assenza di reazioni esteriori a questa potenza creava una corto circuito nelle sinapsi, una sorta di impossibilità ad agire che portava ad un accumulo di energia nervosa.
Non so di preciso cosa risvegliasse questa sensazione, so che ancora oggi se stai fermo mentre parte Rock and Roll, fai un pieno di energia che gonfia le vene, bevi a quella fontana di vita eterna che dopo quasi 50 anni è ancora fresca, ti congiungi con l’essenza primaria della tua stessa esistenza, forse.
Che poi, guarda caso, è la stessa identica sensazione che hai se ti lasci andare e ti scateni.
Comunque la affronti, ti scorre sotto pelle qualcosa che va oltre la ragione, persino oltre le emozioni.
Questa è grinta, questa è adrenalina.
Signore e signori, questo è Rock and Roll.

TESTO E TRADUZIONE