Il primo album che ho potuto dire essere proprio mio erano in realtà due, ed era una cassetta.
Erano fighe le cassette, e in quelle che duravano di più a volte ci stava un album per lato, se la registravi da tuo zio a Genova.
Io avevo sul lato A Oro Incenso e Birra di Zucchero, e sul lato B Liberi Liberi di Vasco.
Era il 1989, avevo dodici anni e ci sballavo per Dillo alla luna, Vivere senza te e Domenica lunatica.
Era il Vasco già affermato degli anni ’80, quello un po’ dannato e un po’ simpatico.
Io non è che capissi molto di musica, anzi, probabilmente non capivo un cazzo in generale, ma mi piaceva.
In ogni caso, per una rubrica italiana che parla di musica, prima o poi arrivare a parlare di Vasco non era solo inevitabile, ma pure doveroso, e quando ci ho pensato il primo pensiero è andato a quella cassetta.

Dall’esordio nel 1977, ragazzotto di provincia provocatore e ironico, passando per le polemiche, le droghe, gli eccessi, Sanremo, l’affermazione mainstream degli anni ’80, fino al culto della personalità del nuovo millennio, sono quasi 40 anni che questo soggetto, nell’Italia in cui si definisce rock pure Biagio Antonaccci, dà il bianco a tutti.
Il fatto è che ognuno, bene o male, è legato a Vasco, anche coloro a cui Vasco fa cagare.
Perché , poche balle, Albachiara l’ha scritta lui, e, pure da abusata e arcinota, è un capolavoro.
Perché per scrivere pezzi un po’ così, che in bocca a lui fanno storcere un po’ il naso, tipo Mi si escludeva o Stupido Hotel, o una a caso degli ultimi album, gli “artisti” in giro in questo periodo si farebbero tagliare il cazzo.
Perché Siamo solo noi è liberatoria e incazzata e delusa, e urlarla ad un suo concerto, anche di fianco ad un potenziale bimbominkia che sballa per quel nuovo soggetto targato 2000, fa la sua cazzo di impressione.
Perché “e se ci portano via le armi, come facciamo la guerra, dimmi, coi bastoni?”, è un inno antimilitarista, antimachista, e anticonformista così sottile e intelligente che sono portato a perdonargli molto del suo tutto caciarone degli ultimi (tanti) anni.
Perché “Stupendo!”.
E perché ci sono almeno altre 30 motivazioni sotto forma di canzoni, sparse nei suoi album. E son stato stretto.
Una di queste, la prima in ordine cronologico, è Jenni è pazza.
Un semplice 45 giri di questo tipetto bruttino, con una sensibilità tutta sua, probabilmente fragile, dotato di un talento innato.
Prima che rocker, prima che rockstar, Vasco è stato una sorta di Rino Gaetano post-moderno, con le sue liriche spesso profonde e graffianti, comunque sempre ispirate dal mondo che lo circondava, che non si esauriva nel bar del suo paese.
Ironia e sarcasmo contro le convenzioni di fine anni ’70, dalla parte dei perdenti e degli sfigati, con un occhio sempre critico verso le soluzioni radical-chic, ecco come è nato il nostro. Con quella sua parlata un po’ così, e quelle frasi da vita di tutti i giorni.
Jenni è pazza, dicevamo.
L’arrangiamento di Curreri (sì, quello degli Stadio) nobilita la versione su disco del 1978, rispetto al singolo uscito un anno prima, ma sono le parole che colpiscono, dure e sensibili allo stesso tempo.
Il pianoforte in apertura sembra una filastrocca per bambini, di quelle un po’ malate, da salto della corda, e a me ha sempre fatto pensare a Dario Argento.
Ci metti un attimo a conoscere Jenni, poche frasi e sai che se prima stava bene, ora non è più così.
Parlare, giocare, mangiare, nemmeno capire. Jenni non vuole più. Jenni è stanca. Stanca di tutto.
E’ un ritratto che si completa parola dopo parola quello di Vasco, poche pennellate di grigio, appoggiate lì con dolcezza e comprensione, ad analizzare la malattia che non si vede, la stanchezza del dover spiegare perché si prova il male di vivere, il dolore sottile che allontana da tutto.
La depressione è una merda, ma la cosa peggiore è che la puzza la senti solo tu, e gli altri sono lì a guardarti come dire “che cazzo fai?”.
Negli anni’70 c’erano ancora i manicomi, dove quelli e quelle come Jenni a volte venivano mandati, perché se hai un problema nel cervello non è un vero male e forse devi solo sforzarti di stare meglio, ma come glielo spieghi a chi ti dice così, non ce la fai, e allora va a finire che stai anche peggio, e poi non mangi e poi sei matto.
Alè.
Musicalmente, è progressive rock, questo. Quell’arpeggio, quelle scale, fino a quell’assolo di chitarra quasi confuso, prima che la grinta del rocker che un giorno diventerà spunti tra le maglie di una camicia di forza.
Un grido di ribellione al sistema, che decide chi è sano e chi no, che esclude, allontana, non capisce e si barrica nella paura, perché capire quel male oscuro mette troppo in discussione le certezze accumulate.
E allora Jenny è per forza pazza. Lo dice anche la chitarra.
Vasco sputa in faccia ad un’Italia ancora ignorante, e Jenni diventa il simbolo di tutte le persone abbandonate, lasciate indietro, perché diverse, complicate, faticose.
Non penso che sia così diverso da allora, oggi.
I manicomi hanno chiuso, ma il biasimo, a volte involontario, verso chi soffre di questa stronza è immutato.
Come se fosse una scelta, decidere di fottersi il cervello.
Come se fosse piacevole stare male. E anche se non ti portano più via, è comunque così semplice isolarti, allontanarti da questo vociante coro troppo impegnato a impegnarsi negli impegni in cui si è costretto per pensare al proprio spirito, figuriamoci a quello degli altri.
E i mali dell’animo si moltiplicano, la depressione trova sempre il modo di infilarsi tra i calzini di una ragazza troppo timida, o sotto la maglia di un ragazzo troppo introverso, cibandosi dell’insicurezza che la vita amplifica, perché nessuno è mai veramente all’altezza delle aspettative che il sistema ti dice che dovresti avere, e la paura di fallire, di sbagliare, di soffrire si insinua gentile come un alito di vento che in poco tempo diventa tempesta e blocca le emozioni.
Jenni è tutto questo.
Jenni è Vasco che non ha paura di mettersi a nudo di fronte alla debolezza che l’animo umano può avere.

E oggi no, Jenni non sarebbe portata in manicomio, ma forse si lancerebbe da un balcone, oppure si porterebbe dietro il suo male di vivere nascondendolo il più possibile, perché è così stupido stare male quando hai avuto la fortuna di essere vivo, e allora fatti due foto mentre sorridi con gli amici, e muori dentro mentre torni verso casa, senza una soluzione al tuo male, e vergognandoti dello stesso, perché gli altri stanno tutti bene, come sembra che stai tu, quando ti guardano loro.

TESTO