Pensare agli U2 mi rende bipolare. E mi fa sentire vecchio.
Perché quando sei convinto che le ultime (proprio un accenno, eh?) cose positive si sono sentite in Pop, che l’anno scorso è diventato maggiorenne, e che per te rimane “nuovo”, beh, provaci a non sentirti vecchio, cazzo.
Ma più di tutto mi rende bipolare.
Io ci son cresciuto, con gli U2. Merito di mio zio Paolo.
Ma non sempre riesco ad ascoltarli.
Non è un discorso tipo “Bono si è fritto il cervello” o “fanno i radical-chic de ‘sto cazzo”.
Cioè, si, ok. Quello è vero.
Ma quello ci sta. Non giudico.
Più di tutto è che non sempre si ha voglia di pensare a quando avevi 13 anni.
E poi di nuovo a quando hai avuto quel fuoco di ritorno nel 1997, con il Campovolo mostruosamente pieno.
E allora così. Li hai lasciati andare.
Ti vergogni anche un po’ di loro, a volte, come se la ragazzina con cui stavi alle medie una volta cresciuta fosse diventata Gasparri.
No, dai, Gasparri no. Poveri U2.
Comunque, sta di fatto che ogni tanto capita che tornino nelle mie grazie musicali, e oggi rientrando da pranzo mi si è fissata in testa A Sort of Homecoming.
1984, The Unforgettable Fire.
Ecco, qui Gasparri non c’entra proprio un cazzo.
Qui non ti vergogni neanche un po’, perché una voce così non ce l’ha neanche il Papa quando parla con il padreterno, e quei suoni lì, quel tiro lì, beh.
Sarà anche svanito, ma durerà per sempre.
A sort of Homecoming apre il lato A del disco.
Entra Mullen con la batteria, come se fossi in un tunnel durante un viaggio.
Poi il pezzo si apre, esci dalla galleria, il vento ti sferza i capelli.
A me, solo la barba.
Si parla di tornare a casa, ovviamente. Ritorno a casa come voglia di normalità, perché questa, amici, è una canzone sulla guerra. O meglio, sulla fine della guerra.
Non è nemmeno un caso che sia la prima traccia dell’album che viene dopo War, probabilmente.
Il mondo (fuori o dentro, poco importa) è esploso, le macerie e le colonne di fumo sono la costante di un paesaggio arido e inospitale, e attraverso neve e freddo, cimiteri e campi abbandonati alla morte, sappiamo che dobbiamo andare, perché in lontananza c’è una luce.
La guerra è finita, il mondo fa ancora parecchio schifo, ma il vento spazzerà via questa merda di odore.
Non sarà facile, sembra dirci Bono, dovremo camminare ai limiti della strada, attenti a quello che calpestiamo.
Ma il nostro urlo di rinascita, di ribellione a questo orrore, il nostro urlo cazzo lo sentiranno tutti.
E il suo, di quel Bono lì, di quel Bono del 1984, quello poco figo, con ancora un ciuffetto da sfigato new-wave, mette i brividi ancora adesso.
E’ un grido GIUSTO.
Lei, la vita, la speranza (intesa come un po’ quel cazzo che vi pare) morirà e vivrà ancora.
E allora, rallentiamo il battito del cuore, non nevica più, si fatica a camminare un po’, ma andrà meglio.
Abbiamo perso tutto, forse.
Ma lei morirà solo per rinascere di nuovo.
E, stanotte, stiamo tornando a casa.

 

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