L’ascendente che la musica esercita, soprattutto sulle giovani generazioni, spesso è stato il motore che ha portato alla nascita di movimenti culturali che hanno profondamente influenzato la società. Ogni epoca ha avuto qualche punto di riferimento musicale che ha valicato i confini delle note, diventando anche di rilevanza culturale e sociale.
Non so dire se queste rivoluzioni si possano definire a tutti gli effetti un prodotto del rock, oppure se gli stessi artisti che identifichiamo con un periodo storico discendano dalla cultura di massa che fioriva durante la loro attività. Forse, rock e società sono sempre state legate indissolubilmente, al punto da influenzarsi a vicenda, in un ideale brainstorming che negli anni ha partorito correnti come il punk, ma anche cataclismi naturali come l’indie-non indie degli ultimi anni.
E’ altrettanto vero, però, che alcuni artisti hanno saputo adattarsi alle diverse epoche culturali, forse per una mera logica commerciale, forse anche per una naturale evoluzione di idee, e curiosità di nuove esperienze.
Bob Dylan e la sua svolta elettrica, che all’epoca fece scandalo tra i puristi della chitarra impegnata.
O gli U2, nati new-wave alla fine degli anni ’70 ed evoluti in un rock a tutto tondo che li ha portati a dominare il mondo senza calare di qualità (prima che l’agonia dell’ultimo ventennio li travolgesse).
O i Guns n’ Roses.
Axl Rose voce, Izzy Stradlin chitarra ritmica, Duff McKagan basso, Steven Adler batteria.
E naturalmente Slash, ai capelli, cappelli, serpenti, sigarette e chitarra solista.
Piaccia o meno, tutti gli adolescenti della mia generazione, più molti delle successive, sono stati influenzati dai 5 bad boys di Los Angeles, vuoi per quell’atteggiamento posticcio da duri, vuoi per una esplosione sonora che tra i 12 e i 20 anni se non ti muove qualcosa dentro è perché sei tarato male.
Nel 1987, Appetite for Destruction diede uno spintone così forte al mondo da spostarlo un po’ più in là, ma fu una sburla tutta ignoranza e prepotenza. Figlio degenere dei propri tempi, Appetite spiega meglio di tanti saggi il vuoto degli anni ’80 a base di cocaina, machismo, mito del successo ad ogni costo e apparenza pura.
Quattro anni dopo, è la volta del doppio album Use Your Illusion, e invece di quasi un lustro, gli anni tra il primo e il secondo disco sembrano seicento.
E’ cambiato il mondo. Un muro è venuto giù, e contro un altro con scritto sopra 1990 son finiti sbriciolati gli anni ’80, con il loro tipico sorriso da imbambiti. In giro per il mondo si torna a morire in guerra come fosse normale, e il bello è che nessuno si stupisce, né i governanti si preoccupano di tenerlo nascosto. Qualcuno inizia a parlare di Villaggio globale. Un biondino da Seattle, antitesi dei cazzuti di Los Angeles, urla nel microfono il suo mantra a base di disinganno ed elogio della sconfitta.
Ecco quindi che anche i Guns, vuoi l’età diversa, vuoi per continuare ad esserci, si rendono conto che il mondo è cambiato, e che non si può sempre tenerlo fuori dalla porta parlando di figa, scopate e Mr. Brownstone.
Se la qualità musicale media di Appetite era oggettivamente superiore, la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad un lavoro più maturo, a tratti ridondante, ma che negli episodi migliori non solo suona da dio, ma comunica anche qualcosa al di là di una smisurata adrenalina.
Disillusione e rabbia, ansia e paure. Tanto nei testi, quanto nella musica.
Certo, non mancano i virtuosismi alla chitarra di Slash, né le potenti basi ritmiche di Izzy Stradlin (determinante nella creazione del mito Guns), e la voce di Axl non risparmia acuti vecchia maniera.
Ma le chitarre sono molto più sporche, le basi sonore più cupe, e Axl in alcuni episodi sostituisce alla verve giovanile una grinta da rocker che lo rende più vero.
Civil War è la prima traccia del secondo disco, ed è l’esempio più chiaro di questo cambio radicale da parte della band losangelina.
Il pezzo si apre con un estratto da “Nick mano fredda”, film del 1967 con Paul Newman, prima che Axl faccia il suo ingresso, sorretto da un giro di chitarra acustica, e da un riff di Slash che non fa in tempo a partire che viene direttamente iscritto nei libri di storia, mentre il fischio del cantante accenna “When Johnny comes marching home”.
Le parole non lasciano possibilità di fraintendimento. Le immagini evocate da Rose sono semplici e a impatto immediato. Visioni di uomini mandati a morire e donne piangenti, vittime predestinate di guerre che non hanno voluto in prima persona, ma che si trovano a dover combattere, soggiogati dall’odio e dalla paura istillate da politici senza scrupoli, oppure invogliati ad arruolarsi per guadagnare il denaro necessario a condurre una vita dignitosa secondo gli standard capitalistici. E’ sempre accaduto, e continua ad accadere, ed è questa la cosa più assurda, come se la storia non avesse insegnato un cazzo. Fobie ed ignoranza continuano a guidare la pancia delle persone, rendendo possibili guerre e crociate nel nome della pace, quando invece si tratta solamente di laide riproposizioni del vecchio adagio che vuole le guerre necessarie per ingrassare ulteriormente i potenti e lasciare nella merda tutti gli altri, drogati dallo spauracchio di un nemico immaginario.
Entra l’intera band, la ritmica di Izzy e la lead guitar di Slash a sostenere tutta la baracca, mentre Axl sale di tono e gli ampli sono saturi come forse solo negli anni ’90 era possibile.
E’ solo rock, cazzo, ma è poderoso, diretto, arrangiato alla grande e suonato da Dio in persona, e tra un richiamo a MLK e uno a JFK, non puoi fare a meno di fartelo scorrere sotto pelle, in un crescendo che è impossibile interrompere, e che raggiunge il suo climax dopo le frasi estrapolate dal discorso di un generale peruviano, mentre Izzy cadenza le parole con veementi battute che sembrano colpi di M16, e se nel falso e ingannevole discorso del gerarca la pace è vicina, deve essere da un’altra parte, non certamente qui, perché la potenza che sviluppa la band è tutto meno che catartica, è figlia della frustrazione e del furore.
E io mi sono anche un po’ rotto il cazzo di parlare di canzoni di venti, trenta, cinquant’anni fa che suonano ancora così attuali, ma tant’è. Si vede che davvero non c’è possibilità di imparare.
Perché in fondo, cosa ci sia di civile in una guerra, nessuno lo ha ancora capito, ma pronti ad odiare qualcuno in un modo o nell’altro lo siamo sempre.
Dev’essere una tara genetica, viene da pensare, mentre torna quel fischio, e si porta via i resti della nostra umanità.

TESTO E TRADUZIONE