Lei è seduta ai piedi del letto di una stanza al Chelsea Hotel di Manhattan, gambe nude e piedi scalzi, una camicia bianca di contrasto ai suoi capelli neri come la pece.
Nelle sue mani, un bloc-notes, o forse un foglio, o un quaderno. Qualcosa su cui scrivere, in cui depositare il dolore e la stanchezza.
Mi immagino una roba così, quando ascolto Pissing in a river.
Mi immagino i suoi pensieri, mentre le parole prendono vita, in attesa che Ivan Kral le metta in musica, aspettando che la chitarra acida di Lenny Kaye completi il quadro.
Mi immagino Patricia Lee Smith, per tutti Patti.

Nei miei incubi peggiori sto pisciando in un fiume.
Cosa ci possa essere di più assurdo, di più inutile, non lo riesco nemmeno concepire.
Del resto, anche l’idea di scriverti è una stupidaggine.
E’ sempre così, da quando te ne sei andato. Mi muovo, respiro, cammino, ascolto.
Vivere è un altro paio di maniche, ovviamente.
Ogni tanto mi guardo le mani, mi sembra di vederci ancora le tue sovrapposte, come fossero un tatuaggio vivente.
Sono momenti pessimi, quelli. Lotto per allontanarli dalla mia mente, ma mi perdo nelle voci del passato, e l’unica cosa che mi evita il completo abbandono è il pensiero che tu possa tornare.
Torna, Dio santo, torna.
L’altra notte ho sognato (o forse no, non lo so, ho così tanta confusione in testa che non riesco a distinguere il reale dall’inesistente), ho sognato una ruota che continuava a girare, e non ho ancora capito se fosse in verticale, come a dirmi che per ogni giro in più la strada prosegue, anche oltre te, oppure in orizzontale, a chiudere un cerchio da cui non posso uscire, e che torna sempre al punto di partenza.
Senza te sono disorientata, a volte mi sento schiava del mio amore, altre volte, dal nulla, mi sento libera.
Di ricominciare, di fare quello che voglio; ma chi ha voglia di ripartire, adesso?
Sono stanca. E’ una sporca fatica di merda, abbandonare il passato, cambiare abitudini, dimenticare tutti i momenti insieme. Come quando passavo le mie dita sul tuo viso, sulle labbra, il collo, la schiena, e poi…
Sai cosa? Ho scoperto che non c’è ritegno nella sofferenza, non c’è educazione nel dolore.
Ho provato a soffiarti via dalla bocca. Ti ho espulso attraverso le lacrime. E ancora, sputato fuori dal muco del naso.
Ma il dolore è così forte, che è diventato una cosa sola con la rabbia, e allora ho vomitato la tua anima, poi mi sono accucciata e urlando ho spinto fuori dal mio intestino la tua essenza, ho cercato di cagarti fuori anche da lì, Cristo santo, prima di scoprire di essere rimasta vuota, e che quel vuoto era esso stesso tua presenza.
Voglio dirti una cosa, però.
Non me lo meritavo.
O forse sì. Cosa vuoi che ne sappia, ormai.
Ma sappi che tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per te.

Immagino che possa essere partita da una cosa così, per questo pezzo gravido di emozioni.
D’altronde, l’idea dell’artista vittima a suo modo della propria geniale ispirazione è tanto romantica, quanto quasi sempre erronea. Ma la musica, l’arte in genere, ci campa su questi canovacci, e se è mai esistita una persona che possa rendere plausibile una scena del genere, quella non può che essere Patti Smith.
Sacerdotessa maudit del rock, ponte tra cultura beat e musica punk, modello di ispirazione per generazioni di artisti di ogni genere, Patti è in assoluto una delle figure più importanti di sempre nel mondo del rock. Nel 1976 pubblica il secondo album, Radio Ethiopia, dove grinta proto-punk e atmosfere tenebrose trovano un perverso equilibrio.
Pissing in a river è il capolavoro dell’album.
Non so davvero come sia stato il processo creativo del brano, né se la poetessa e rocker fosse davvero al Chelsea Hotel quando la compose. Non so nemmeno dire se la storia di questo pezzo si ispiri a fatti realmente accaduti.
Quello che so è che le sensazioni che il pezzo comunica sono palpabili.
Patti ha una voce che davvero solo lei può domare, capace di trasformare le parole in strumenti emozionali con inflessioni sempre diverse e registri vocali così accentuati e differenti tra loro da renderla un interprete magistrale, al pari della sua fama di autrice.
La solenne apertura di pianoforte, marcia funebre dell’anima, l’inflessione stanca e vinta nelle parole che presto lasciano spazio all’urgenza, al bisogno fisico del suo ritorno, con l’ingresso della batteria che pesta crash e piatti come fosse un celerino, e tastiere da crisi d’astinenza che sorreggono Patti nella sua disperata esortazione.
Il piano in sottofondo parla di tutto quello che poteva essere e non è stato, prima che Lenny sleghi le corde dalla chitarra, prima che il crescendo di Patti e della band diventino un tutt’uno tale da rendere impossibile capire chi spinge chi a dare di più, chi invita chi a sputare fuori ancora più sangue e rabbia, prima che questo genio di donna pieghi alla propria volontà le proprie corde vocali, il suo intero corpo, l’essenza stessa del canto, con il passaggio sull’ultimo defeated and gifted che è così suo da pensare che la storia del Chelsea Hotel, della camicia bianca, dei piedi nudi, della vita vissuta, siano sul serio avvenuti, e che se esiste un archetipo femminile della rockstar dannata, conturbante e carismatica, il suo nome non possa che essere Patricia Lee Smith, rocker, punker, poetessa, artista.

TESTO E TRADUZIONE