Con tre zii e una zia nati tra il 1956 e il 1971, per me gli anni ’80 sono stati una continua scoperta di gruppi e artisti. Francesco De Gregori, il “Principe”, l’ho conosciuto così, spulciando tra i 33 giri dei parenti, e il primo approccio fu la copertina del suo album del 1976, quella dove c’è questa eroina da western con mezze poppe fuori.
L’album si chiamava “Bufalo Bill”.
Ho imparato presto a mettere sul piatto un vinile, e a farlo partire appoggiando con delicatezza la puntina sulla sua superficie, attento a non combinare danni, considerando che rigare un vinile credo sia tutt’oggi identificabile come crimine contro l’umanità.
Ad ogni modo, ricordo che dopo essermi perso ad osservare le bombe della Calamity Jane di turno, provai ad ascoltare quel cantautore.
Iniziò Bufalo Bill, il pezzo, quello del paese che era molto giovane, con quel pianoforte, e niente.
Non mi piacque.
Ero piccolo e facilmente impressionabile da dei siluri disegnati in copertina, ma non è che capissi molto di musica.
Ma il seme era stato piantato, e quando qualche anno dopo ebbi occasione di avvicinarmi nuovamente al romano, con quel grande album che è “Canzoni d’amore”, non avevo dimenticato il primo approccio.
E’ che Francesco a tratti è davvero ostico, e vuoi per le musiche che spaziano dal folk alla canzone d’autore con passaggi per il cabaret, vuoi per i testi visionari e talvolta incomprensibili, affezionarsi è dura.
A meno che non trovi una chiave di volta, che ti possa aprire a questo mondo segreto di sinestesie e parole usate come fossero grimaldelli utili a scoperchiare la porta della ragione, più che quella immediata delle emozioni.
E niente, fu Atlantide.
Atlantide è stata la mia chiave di volta, e che sia contenuta proprio in quell’album con quella prosperosa signorina è probabilmente un’altra dimostrazione di come la musica, alla fine, faccia quello che le pare.
Sarà che è intima, quasi timida, confinata in quel piccolo groppo lì, prima che la gola diventi stomaco. Oppure è la voce di Francesco, perché ok l’artista e il poeta, ma questo ha anche una voce che sa essere algida e passionale allo stesso tempo.
Saranno queste quattro storie intrecciate, che forse sono una vita unica in diversi periodi, forse sono diverse vite con un fondo comune, o quel tappeto di tastiere, che è come essere in una città sconosciuta, di sera, in una stanza d’hotel, subito dopo una doccia.
Ma più di tutto è che lui adesso vive ad Atlantide con un cappello pieno di ricordi.
Perché se ad Atlantide, nella vita, ci hai fatto almeno un giro non puoi non riconoscerla subito, e farti rapire.
Atlantide è un po’ più in là, è quel continente che forse c’era ed ora non c’è più, oppure che non c’è mai stato, è a metà strada tra il desiderio e la volontà, prima del futuro, dopo il passato, in un presente disconnesso, nella lunga veglia di un ricordo a lungo sognato, o un sogno ricordato per sempre.
E se lo spirito è in preda a questo moto ondivago tra ciò che è vero e ciò che è solo una memoria, forse fasulla, la mente sa perfettamente quale sia la realtà, e la comprensione non può che generare tristezza, come se la logica, non dando appigli metafisici alla propria ricerca, rendesse impossibile la serenità.
Ma non si tratta di una tristezza patetica, totalizzante nella propria disperazione, piuttosto di un sedimento alla base del proprio nucleo, che rende insensibili, forse cinici, sicuramente distaccati. E’ come se dovessi espiare una colpa, e la tua ascesi dal mondo reale non sia altro che la realizzazione di questa convinzione.
La voce di Francesco sembra asettica, ma in realtà restituisce una malinconia atavica, difficile da contenere.
Il crescendo alla fine della prima strofa non si placa all’arrivo della seconda, ma prosegue la sua salita verso l’apice, in un continuum temporale che sposta l’azione da Atlantide alla California, e forse sono passati 7 anni, forse Atlantide è rimasta là, dietro gli occhi, e la vita è andata avanti, perché è l’unica cosa che può fare. E anche la tristezza sembra essersi nascosta, mentre Lisa ti fa sentire vivo, mentre aspetti le nuvole seduto su una veranda, come se aspettassi che da un momento all’altro la cupezza d’animo torni a manifestarsi, e non può che esserci qualcosa di sbagliato, in questa attesa morbosa, così come nella tua nuova passione, che sembra così artificiosa nel suo essere assoluta, e quella ruga sulla guancia sinistra (che, detto così sembra niente, ma se provate a farla capite subito di cosa si tratta, tipo quell’espressione un po’ pasticciata delle idee che non hanno tutta la convinzione che dovrebbero avere) mentre le dici che è lei, la donna con cui vivere, è ambigua, e forse sa un po’ di quella vecchia birra disperata, che nascondevi sotto il letto a far finta di stare bene.
Ma è già tempo di un altro salto temporale, e se la California è ormai il passato, la tua vita ora è nel terzo raggio, che se lo cerchi in Google ti rimanda alla teosofia, e all’esoterismo filosofico che presuppone la presenza di sette raggi energetici, dei quali il terzo è l’intelligenza.
Chissà, forse alla fine hai davvero imparato a lasciarti il passato alle spalle. Niente più sogni, niente più dissociazione. La logica ha finalmente avuto la meglio, e puoi dire che sei guarito, perché non ti fai più domande riguardo a lei, a dove sarà, a quello che farà. Ma quel viso per te sarà sempre come il crollo di una diga, una sensazione di sopraffazione e stupore e colpo alla bocca dello stomaco, ed è comunque inevitabile tornare a pensare a lei, per la quale non ti sei limitato a un rapporto senza rischi, ma hai messo in gioco tutto.
Ma è il quarto periodo temporale, quello risolutivo, catartico, a restituire la misura di questo capolavoro.
Forse è passato ancora altro tempo, e se il volare alto nel cielo rende l’idea di una leggerezza d’animo, definitivamente lontano dalla disperazione di Atlantide, il reale canovaccio è il fatto che sei diventato un uomo di passaggio.
Ormai anche l’idea di lei ti sfiora soltanto, e quando lo fa è un pensiero dolce, mentre pensi che in fondo l’unica cosa che ti interessa è che lei stia bene, anche se non dovesse più ricordarsi di quanto vi amavate. E’ passato così tanto tempo, non ci sono più sentimenti in sospeso, non ci sono rivendicazioni o incomprensioni. Resta quella sensazione di averla tradita, perché l’abbandono genera una dissociazione interiore tra il reale e il voluto, e la razionalità che ti spinge avanti non basta a soffocare quella sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato cercando consolazione tra altre braccia. Ma in fondo, anche per questo, c’è il perdono.
E l’elaborazione del lutto è ormai definitiva, mentre il pianoforte allontana i cattivi pensieri e fa scendere una lacrima, per quello che poteva essere e non è stato.

TESTO