Ci credi ai colpi di fulmine? A quella sensazione totalizzante, adolescenziale, ingenua, che rende le vene larghe come autostrade? O anche solo a quel thrill, quella vibrazione, che ti fa pensare che quella persona sia quella giusta, tipo che rientri verso casa e ti rimbomba ancora nel cervello?
Ci credi?
Al vuoto nello stomaco, allo sgambetto imprevisto, al tuffo nell’acqua gelata, cose così?
Che se ci pensi qualche persona ti viene in mente per forza. Se ti impegni, ricordi anche le circostanze, le date, le sensazioni di quell’incontro.
E se invece pensi ad una canzone? Guarda che con le canzoni è la stessa cosa eh, solo più vera, solo meno effimera.
Se ci penso, a me viene in mente l’11 giugno del 1999, a Genova.
A Marassi – caso più unico che raro – nessuno ti ha fatto pesare la tua condizione calcistica di gobbo. Il ragazzo sul palco ha mandato in delirio più di quarantamila persone, e tuo cugino ancora non lo sa che ti ha cambiato la vita, o forse è proprio per quello che ti ha portato lì, che già lo sapeva come sarebbe andata a finire.
Il ragazzo si chiama Bruce Springsteen, e in quel periodo si è rimesso insieme a quella banda di meravigliosi cazzari che si fa chiamare E-Street Band. E’ il tour della reunion, e Genova, per una sera, sembra adagiata sul Jersey shore.
Il concerto volge al termine, ed è per distacco la serata più bella della tua vita, fino a quel momento perlomeno.
Manca solo un pezzo, un inedito, all’epoca, forse scritto nel 1998, e che fino all’album Wrecking ball del 2012 rimarrà conosciuto solo nella sua dimensione live.
Land of hope and dreams, si chiama, e Bruce chiude così il concerto, annunciandola, prima, poi ringraziando Genova, con un italiano di gran lunga migliore del tuo inglese dell’epoca.
Si sono già accese le luci, come alla fine di ogni maratona di questo fenomeno, e intorno vedi più sorrisi che persone. Ma non sono solo semplici sorrisi, c’è anche chi proprio ride, sguaiato, e poi si abbraccia, si culla, alza le braccia al cielo, riempiendosi il cuore, la bocca, lo stomaco di ogni stilla di emozione. Ti pare una cerimonia pagana, la glorificazione di un culto di rinnovamento e rinascita. Certo, negli anni il ricordo si è leggermente sfocato, ma ti sembra di averceli ancora tutti intorno, ed in un modo o nell’altro son quasi vent’anni che il pezzo ti è rimasto incollato addosso, come la plastichina dei pacchetti di sigarette, che a volte quando li apri ti rimane sui polpastrelli e per staccarla serve un flessibile, tipo.
E poi arriva il 2012. Esce Wrecking Ball, ed il nostro te la mette lì, arrangiata a tutta band, potente come mai prima, aperta da un coro gospel che sa di… coro gospel – libertà, viaggio, armonia, fiducia, comprensione, rivelazione – prima che l’ingresso delle chitarre sparecchi i capelli anche agli angeli. Roba tipo un’accelerazione improvvisa che ti attacca al sedile, e di colpo il passato si fonde con il presente, e le emozioni tornano a galla tutte insieme. La versione del disco è per molti versi inferiore alla versione live, più catartica e sincera, ma porta con sé quell’aria di definitivo che a volte hanno le cose che non possono tornare, come il sorriso di Danny Federici, morto nel 2008, o l’ombra rassicurante del gigante Clarence Clemons, andato pure lui, nel 2011, e qui presente tramite delle sovraincisioni di versioni live precedenti aggiunte in post-produzione.
Prendi il tuo biglietto e la tua valigia, il tuono sta rombando sulle rotaie
Non sai dove stai andando, ma sai che non tornerai indietro
Bene, mia cara, se sei stanca, appoggia la testa sul mio petto
Prenderemo ciò che potremo portare, e ci lasceremo alle spalle il resto
La poetica springsteeniana si mostra in tutta la sua potenza; sembra quasi di tornare ai tempi di Born to run, dove il viaggio diventa metafora del cambiamento, e la speranza torna ad esibire il proprio ingannevole ma irresistibile sorriso.
Grandi ruote rombano attraverso i campi
Dove si riversa la luce del sole
Incontrami in una terra di speranza e sogni
Se da un lato emerge una volta di più la radicata matrice cattolica del capo di Freehold, abbinata alla mai sopita ricerca del sogno americano, in viaggio su un treno che potrebbe essere la vita stessa – oppure quello che ci aspetta dopo, se davvero esiste – dall’altro è evidente l’empatia e la comprensione verso gli emarginati, gli ultimi, i diseredati.
Questo treno porta santi e peccatori
Questo treno porta perdenti e vincitori
Questo treno porta puttane e giocatori d’azzardo
Questo treno porta girovaghi notturni
Questo treno porta cuori spezzati
Questo treno porta anime morte
Questo treno, i sogni non saranno ostacolati
Questo treno, la fiducia sarà ricompensata
Questo treno porta buffoni e re
Questo treno, ascolta le grandi ruote cantare
Questo treno, le campane della libertà stanno suonando
Il treno raccontato da Bruce non giudica, non rivendica. Parla a chi ha sempre perso, e a chi si è ritrovato vincitore. Esiste per chi si è giocato il cuore, la libertà, la vita. Prende su alteri monarchi e laidi pezzenti. Si fa carico degli errori di ognuno e, senza promettere alcun tipo di perdono, né qualsivoglia penitenza, assicura che la tua fede sarà ricompensata, che niente e nessuno ostacolerà i tuoi sogni.
Il mandolino mosso da Steve Van Zandt racconta di campi coltivati che scorrono dal finestrino, mentre i tasti di pianoforte del professore Bittan, malinconici come gocce di pioggia, parlano di un tragitto non esente da fatica e sangue e merda, sempre sospinti dalle battute di grancassa di Weinberg che in qualche maniera ti dicono di andare avanti. Che non è mai semplice, si sa, ma qui il ragazzo che un tempo chiamavano Scooter è convinto che alla fine, in un modo o nell’altro, le cose andranno per il verso giusto.
Io non ci ho mai creduto a ‘sta roba, mi sa che ormai lo avrete capito. Certe occasioni non sono per tutti, e spesso la fiducia in un domani migliore non è ricompensata da nient’altro che un dito medio in faccia. Si cammina sempre su una lastra di ghiaccio sottile, che prima o poi è destinata a rompersi irrimediabilmente.
Penso però anche che volenti o nolenti si debba comunque cercare di andare avanti, e forse questo stanco trascinarsi conosciuto come esistenza non è poi così diverso da una lunga playlist di canzoni strepitose, ognuna con il proprio umore e la propria collocazione, ognuna con la propria verità, inconfutabile per quel momento e magari profonda menzogna dopo poche ore. Che in fondo non mi è mai capitato di incontrare persone che son serene da tutta la vita.
La verità, forse, è che si va a momenti. Un giorno pensi di essere finito dritto dentro un buco. Quello dopo, i fantasmi delle ingiustizie ti ghermiscono. Certi pomeriggi guardi le cicatrici e ti senti più forte, e a volte capitano giorni da ombre che coprono il sole, pronte a stuprarti il cuore.
E ogni tanto, quasi all’improvviso, arrivano anche i giorni che tutto ti sembra possibile, la linfa vitale del rock ti scorre nel midollo, e pensi che alla fine, sa il cazzo come, andrà tutto bene.
E’ in quei giorni, che suona da dio, Land of hope and dreams, quando passato e presente si fondono, a raccontarti che tutto passa, sempre, e che su quel treno c’è posto anche per te. C’era quando avevi 22 anni e non capivi ancora un cazzo. C’è ora, che di anni ne hai 41 e sembra tu non abbia imparato poi molto. Ci sarà nel futuro, qualsiasi esso sia.

TESTO E TRADUZIONE

 

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