Ricordo come fosse ieri una sera della mia estate del 1992.
Si giocavano gli europei di calcio, e le speranze di accedere alla fase finale degli azzurri si erano infrante nell’ultima partita del girone di qualificazione contro il palo di una porta nel frattempo già ex sovietica, ma ancora non completamente imbolsita dall’esportazione dello stile di vita occidentale.
Rizzitelli, fece palo, ma che io sappia nessuno spaccò il vetro di una abitazione per avere questa informazione. Forse anche noi eravamo già un po’ imbolsiti, si vede.
Comunque, fu un europeo strano. Non c’era l’Italia, ma soprattutto mancava la formazione più forte d’Europa, quella Jugoslavia che si stava dissolvendo tra lotte di potere interne mascherate da scontro di civiltà dai telegiornali di tutto il mondo, e che la UEFA punì con l’esclusione dalla competizione.
Che visto quello che poi è successo, immagino non sia tutt’ora la preoccupazione maggiore ad est di Trieste.
Sta di fatto che quella sera giocava la Francia, la partita doveva ancora iniziare, e io mi attardavo in camera ad ascoltare musica, appoggiato al parapetto della finestra, gli occhi verso i monti, e volendo anche oltre, a cercare il mare.
Che le sere d’estate possono essere perfette anche così, senza niente di che, mentre i coetanei forse sono in giro a fare le prove per gli adulti che saranno, e tu lasci che la musica riempia la tua età, asincrono nei comportamenti e nelle emozioni, che appoggiato lì ti senti placido come un poppante sazio e allo stesso tempo consapevole come un anziano proiettato alla ricerca di un passato da rimpiangere ancora tutto da
venire.
Fu durante questa mia attesa, mentre in cielo passava un aereo – che le traiettorie degli aerei sono sempre interessanti ed ipnotiche, e se ci pensi puoi immaginare una parabola di massima, un sud-nord ipotetico per stabilire che sì, quel volo probabilmente va da Roma a Londra, e che culo che hanno a stare là sopra mentre tu sei qui a grattarti la borsa – che iniziò Lungomare di Luca Carboni.
Fu uno di quei momenti perfetti per caso, hai voglia poi a cercare di ricrearli.
Luca, per almeno una decina d’anni a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, ha scritto alcune delle pagine più belle della musica italiana.
Malinconico, intimista, dotato di un’ironia e una sensibilità non comuni, ha dipinto in molti suoi pezzi un mondo di solitari e outsider affascinati dalla normalità dell’esistenza, che per scelte sbagliate o botte di sfiga sono sempre rimasti a guardare.
Lungomare, in questo senso, è uno delle sue opere più riuscite.
E’ proprio il mare che apre il pezzo, mentre in cielo le stelle spingono lentamente ma senza esitazione il giorno giù da quella linea là, quella che si chiama orizzonte, dicono.
Se fai un giro da solo al mare, verso sera, probabile che porti con te uno zaino di inquietudine. Pensieri da sistemare, tristezze da assorbire, forse solo bottiglie piene di messaggi da lanciare in acqua, che se avessi abbastanza coraggio molleresti tutto per lanciarti là in mezzo, lontano da questa cacofonia indistinta di gente e musica da ballare e risate tutte uguali e convenzioni sociali. Che se ci metti un po’ di fantasia quelle luci là in mezzo potrebbero anche essere il paradiso, no?
Ma là, in mezzo a quelle luci, c’è Giorgio, il pescatore.
A rimpiangere la terra ferma, con gli occhi pieni di malinconia, che mentre lui è sospeso sul salmastro, la vita va avanti, nelle case, lungo le strade. Ha paura che il mondo cambi senza di lui, ha paura di restare indietro, dimenticato, mentre le altre esistenze si mescolano e fondono, che la solitudine fa male il doppio se pensi a quelli che soli non sono.
Giorgio, il pescatore, che non si orienta più guardando le stelle, ma che come punto di riferimento se la cava benissimo con le insegne degli hotel, che saranno pure più prosaiche, ma se sei in mezzo al mare forse assumono una poesia che non puoi capire.
Giorgio, il pescatore, che quel mare alla fine è arrivato ad odiarlo. Non c’è poesia, né catarsi, né sollievo dalle inquietudini. E’ solo acqua del cazzo, non c’è niente da idealizzare. Quelle luci, invece. Quelle finestre là in fondo, quelle strade illuminate dal sole o dai lampioni. Dove la vita scorre sul serio, dove le coppie si baciano, e la musica la puoi ballare come vuoi, e quando poi finisce ti rimane dentro, assieme ai ricordi, assieme a quel tuffo al cuore sempre nuovo quando lei ti sorride.
E mio figlio, pensa Giorgio, mio figlio è là, e si gode la sua libertà, in mezzo ai suoi amici, ammaliato da quel sorriso, sulla sua moto che sembra un cavallo da eroe.
E mio padre, pensa il ragazzo con lo zaino pieno di inquietudine, mio padre è là, libero dai vincoli di una società ruffiana e superficiale, dove non ci sono sorrisi che ti accoltellano, sulla sua barca che sembra un trono.
E’ con questo stile che mi hai rapito, tanti anni fa, Luca. Che le cose non sono mai bianche o nere, e quello che per me è merda per te può essere vita, ma soprattutto quello che percepiamo di ogni singola persona o situazione è diverso, a volte diametralmente opposto rispetto a quello che viene vissuto in prima persona, e anche il mare può diventare una gabbia, e allo stesso modo si può desiderare la solitudine come fosse l’unico approdo sicuro, che le persone, le emozioni, la vita dietro quelle case, a volte, fanno un male cane.
E puoi disperarti per certe carezze che non ci sono più, pensando che sarebbe meglio non averle mai avute, proprio mentre qualcun altro si lascia morire per non averle mai cercate, che se almeno le avesse avute potrebbe ricordarle.
E non esiste qualcuno che ha ragione, è solo che alla fine non puoi sapere come stanno davvero le altre persone, e forse quella sera, su quell’aereo, un coglione di 15 anni pensava che piuttosto che andare a Londra avrebbe voluto essere appoggiato alla finestra, in una casa di uno sputo di paese, ad ascoltare un pezzo del genere.

TESTO