Ogni tanto  – qualcuno dice una volta alla settimana, ma io non son mica convinto fino in fondo – arriva anche il sabato mattina.
La sera prima hai scritto, allontanando il malessere che ti prende ogni volta che passi più di tre giorni senza buttare giù qualcosa che abbia un minimo senso logico.
Fuori fa già un caldo assassino, anche se stanotte non hai potuto tenere spalancate le finestre perché ok che hai la zanzariera, ma dalle tue parti i moscerini son grandi un micron, dio cristo, e filtrano anche attraverso il fegato, figuriamoci se fan fatica a passare per una rete metallica sforacchiata.
Sta di fatto che sei sudato come un porco, e ti serve una doccia.
Prima di aprire l’acqua, accendi la musica, che son già venti minuti che la casa gira nel silenzio e fa un po’ paura. Dallo shuffle, senza alcun preavviso, parte una chitarra acida e catarrosa.
E’ Neil Young.
Neil Young io l’ho conosciuto in un pomeriggio genovese di non so nemmeno più quanti anni fa. Avevo ancora i capelli, in ogni caso, e quella ragionevole certezza che bene o male sarebbe andato tutto per il meglio. Ora, capelli e certezze devono essersi presi una vacanza bella lunga, che i primi li sogni come fossero lei ancora oggi, e le certezze di lieto fine son quelle cose che capita ancora di pensare di tanto in tanto, ma guarda caso la sensazione arriva soltanto dopo essere andato di corpo, e forse un nesso esiste. D’altronde, che arrivi solo a tratti, quella percezione ottimistica, non è necessariamente un male, una volta che ne prendi atto. Sempre dritti sulla barra dell’andrà come andrà, e chi s’è visto, s’è visto.
Comunque, all’epoca c’era sempre questa cosa tra me e mio zio, tipo che io arrivavo a Genova carico come una molla per qualche nuovo gruppo e lui abbozzava, e dall’alto dei suoi quasi trent’anni contro i mei quasi venti, elargiva perle musicali assortite che sconfessavano la mia passione giovanile.
Ma tu li/lo/la conosci……?
Fu così che avvenne anche quel pomeriggio, quello dove al posto dei puntini si infilò il nome di un canadese dalla voce sottile.
Ma tu lo conosci Neil Young?
E via di Harvest su vinile, per cominciare, che sa dio – almeno uno a caso, o una, lo saprà, immagino – quante volte mi son messo lì con l’armonica per provare a far l’intro di Out on the weekend senza mai riuscirci del tutto, prima di scoprire che esistono diversi tipi di armonica, ognuna con la propria tonalità, e quindi forse era quello. Oppure sono io che son proprio scarso.
E poi da lì all’indietro, verso After the gold rush e poi ancora avanti su Tonigh’s the night e Rust never sleeps, con la sua My my, hey hey, e ancora Freedom, con il manifesto Rockin’ in the free world che Eddie e i Pearl Jam mi hanno fatto amare ancora di più, fino a quella carezza callosa che è Harvest Moon, e ancora oltre.
Cinquant’anni di carriera sulle strade del rock, che alcune nemmeno erano così ben segnate prima che ci passasse lui, più una fila di pezzi straordinari lasciati in giro come fosse normale.
Tra questi, anche quello che parte con quella chitarra. Acida e catarrosa, da American stars n’ bars.
Like a hurricane.
E niente, mi è ricapitata stamattina, infilata tra la spina dorsale e la barba, fluida come un getto d’acqua, inesorabile come mille aghi bagnati.
Che forse è capitato anche a te, di trovarti in un locale affollato e un po’ ambiguo, a metà settimana, probabilmente. Una di quelle sere di quasi festa, fatte per fare, senza troppe aspettative, i gomiti sul bancone, lo sguardo perso dentro una birra esageratamente gasata, forse qualche risata forzata di troppo. Forse aspetti, forse dimentichi, forse aspetti di dimenticare. E all’improvviso la vedi. Resti un po’ stronzo, la birra a metà strada tra il cuore e la bocca.
Come fosse illuminata da un occhio di bue. Come se il fracasso un po’ maleducato del locale sparisse di colpo. Hai presente quando nei film il grigio prende la scena, lasciando che i colori esplodano solo nella sua figura? Tipo una roba così.
E’ in un momento del genere che parte meglio, un pezzo come Like a hurricane, quando il tempo sbarella, come gli venisse un attacco di tosse isterica, e per un po’ si imbalsama, inciampando su sé stesso. Son quei momenti di epifania immediata. Forse non esiste un intro migliore delle corde tirate da Neil, per una situazione simile. Quel suono languido, malinconico, totalizzante, che satura l’aria, manifestazione in musica della sua comparsa.
Una volta ho pensato di averti visto in un bar fosco ed affollato
Danzando alla luce delle stelle, lontano oltre i raggi di luna
So che quella sei tu
Una volta ho visto i tuoi occhi scuri diventare di fuoco
E’ che in alcune occasioni è dannatamente pericoloso incrociare certi sguardi. Questione di momenti, chiamali giusti o sbagliati, fa poca importanza. Che alcuni attimi fissano le sensazioni per sempre, e poi diventa un casino. Certi sguardi contengono sei o sette universi, tutti insieme. Certi sguardi, in certi momenti, mescolano sesso e amore, svelano desideri sconosciuti, raccontano risate e carezze, contengono più vita di cent’anni senza quella strana forma di ipnosi.
C’è da restarne spaventati.
Sei come un uragano, nei tuoi occhi c’è tranquillità
E io sto per essere spazzato via
In un posto più sicuro dove permangono i sentimenti
Vorrei amarti ma sto per essere spazzato via
Neil gioca con le parole, che l’occhio di un uragano è sempre tranquillo, prima che il ciclone continui la sua marcia travolgendo qualsiasi cosa gli si pari di fronte, violento movimento circolare che può portarti in alto, dove mai saresti arrivato, prima di scaraventarti lontano, per sua stessa natura.
Ma il vero potere evocativo si sprigiona interamente soltanto nei momenti in cui Neil lascia la parola alle sue dita, alle corde della sua chitarra, ed è come se lo strumento si fondesse per qualche minuto con la sua pancia, e le corde non fossero altro che propaggini del suo stesso intestino.
Corde che raccontano tutte le vite vissute in quell’incrocio di sguardi, come fosse un veloce fast forward di un possibile futuro. I primi dialoghi, le risate, la fame l’uno dell’altra, la condivisione di un sentimento così potente da spazzare via ogni indugio. E poi ancora carezze, e mani sui fianchi, pelle contro pelle, e movimenti a tempo mangiandosi con gli occhi, con la bocca, con le dita. E di nuovo oltre, i sospiri, il sudore, la fatica, la noia, i silenzi assordanti, la condiscendenza, le lacrime, la rabbia, le incomprensioni.
Corde che parlano di tutto quello che sarà, inevitabile come l’abbandonarsi a certe passioni troppo forti, inesorabile come il passaggio di un uragano che stritola le strade come fossero viscere umane.
E forse sarà capitato anche a te, e sei riuscito a distogliere lo sguardo solo dopo l’ultima nota, dopo aver immaginato la vostra vita insieme. Lentamente hai ripreso a respirare, il braccio ha terminato il suo movimento, ed hai bevuto l’ultimo sorso di birra. Hai lasciato una banconota sul bancone, ti sei alzato, sei uscito, e lei è rimasta lì per poco ancora, dea mortale delle occasioni perse, regina solitaria delle rinunce.
Oppure hai vinto la paura e sei rimasto, e la tua immaginazione è diventata realtà, che certi sguardi, certi sorrisi, vanno giocati anche se rischiano di devastare come un tornado.
Sia come sia, nella testa rimbalza quel riff eterno, sporco e vivo, splendido e virale, come un sentimento instabile che mette in gioco l’esistenza.
Nel mio bagno, una fila di gocce rimaste imprigionate nel soffione cade in rapida sequenza.
Pare un applauso, a sentirlo da qui, e io non me la sento proprio di dargli torto.

TESTO E TRADUZIONE