One.
Che uno ci pensa subito, agli U2. Basta dirlo. One.
Non serve molto altro, per uno dei pezzi più conosciuti e famosi della storia, che, guarda caso, è anche uno dei più belli, a dimostrazione che alla fine spesso il mainstream è mainstream per una ragione ben precisa. E gli altri a rosicare.
Quindi, per una volta, niente cinema. Si parte diretti.
Nel 1991 gli U2, a quanto pare, sono stati a tanto così da mandarsi a quel paese. Bono e The Edge da un lato volevano aprire la band a suoni più sperimentali, mentre la base ritmica del gruppo – Larry Mullen ed Adam Clayton – avrebbero volentieri continuato sulla strada tracciata dal capolavoro The Joshua Tree di quattro anni prima.
One è il brano che sblocca l’impasse e calma gli spiriti, mettendo d’accordo le due diverse anime della band.
Lo fa con lo sviluppo un pattern sonoro figlio di un riff di The Edge che è assieme evoluzione delle sonorità classiche degli irlandesi e al tempo stesso calato nella tipica forma canzone della ballad-rock.
Un capolavoro assoluto.
Uno di quei pezzi che, ci scommetto, quando gli altri artisti l’hanno sentita hanno detto tipo porca troia, questa avrei voluto scriverla io.
Uno di quei pezzi che, soprattutto, valicano le diverse chiavi di lettura, diventando tout court patrimonio di ogni essere umano che la ascolti, indipendentemente dall’aderenza o meno al significato primordiale che Bono aveva in mente. L’elegante produzione di Brian Eno e Daniel Lanois si percepisce in ogni suono, a compimento di un percorso comune nato nel 1984 con The Unforgettable Fire e che raggiunge probabilmente la sua vetta proprio in questo strepitoso disco, mentre i quattro irlandesi in questo brano trovano una portentosa coesione musicale, quella che si raggiunge solo poche volte nella carriera di una band.
One è commovente, intensa, viva, vera.
Ecco perché è universalmente riconosciuta come una canzone d’amore.
Sin dalle prime parole traspare la dimensione intima del testo, anche per l’interpretazione di Bono, che, pur avendo sacrificato sull’altare delle troppe sigarette la propria prodigiosa estensione vocale, non trascura alcun dettaglio, recitando da consumato attore parole che arrivano dirette nel flusso sanguigno come una flebo di sensazioni.
Sta migliorando, o ti senti come prima?
Sarà più facile per te adesso
che hai qualcuno da incolpare?
Come ritrovarsi al tavolo di un bar, vederlo abbassare lo sguardo, accendere una sigaretta, forse perdersi dentro un tumbler per qualche secondo, trovando in quel colore ambrato il modo giusto per comunicarti il proprio stato d’animo, poi iniziare a parlare, a cantare, alzando di tanto in tanto gli occhi su di te, occhi impauriti da quello che potrebbero leggere dentro i tuoi, soprattutto delusi da un rapporto che sembra non funzionare più e feriti dalla presa di coscienza che stai sul serio pensando che forse non vale la pena continuare. Il meraviglioso video di Anton Corbijn fa proprio così, aggiungendo pathos alle parole ed alla musica, restituendo alla perfezione il momento di smarrimento espresso dal pezzo.
Forse a volte per una coppia il pensiero di essere un’unica entità, una sola, inimitabile essenza, può essere controproducente. Le storie d’amore a volte possono sembrare scritte nel destino. Forse capita che te la racconti anche un po’, e che tu voglia che sia così ad ogni costo, completamente convinto che la vostra storia sia diversa dalle altre, speciale per forza, che ci hanno fracassato le palle per cinquant’anni con la noia della normalità, e quando ti rendi conto che l’altra persona non è esattamente allineata con il tuo viaggio, che a volte sei tu che devi tirare un po’ di più, a volte è lei a doverlo fare, forse il dubbio che non sia davvero quello il grande amore che credevi, ti inizia a crescere dentro un formicolio che non riesci a domare.
Siamo una cosa sola, ma non siamo uguali
Dobbiamo sostenerci a vicenda
Eccola, invece, la grande, sporca verità. Non siamo uguali, non lo siamo mai, che come al solito la merdosa altra metà della mela è una balla grossa come Giove, forse come l’intero universo.
Il dolore nella voce di Bono è palpabile, quando sottolinea come sia necessario prendersi cura di un amore per evitare che lo stesso svanisca. Perché l’amore va condiviso, espresso, parlato; litigato, pure. Senza sottintesi, senza dare nulla per scontato.
The Edge accenna un giro di chitarra che nel suo minimalismo è strepitoso, ed è come se i pensieri si sovrapponessero l’uno all’altro, quasi a creare un cumulo emozionale trattenuto a stento, e che ogni tanto lascia uscire qualche turbamento.
Sei venuta qui per il perdono? Sei venuta a resuscitare i morti?
Sei venuta qui ad interpretare Gesù per i lebbrosi nella tua mente?
La frustrazione arriva spesso a braccetto con il sarcasmo, saltellanti amici disfunzionali e maligni, e Bono sembra voglia far quasi male di proposito, quando ti guarda dall’altro lato del tavolo, cercando di restituirti con domande crudeli un po’ del dolore che prova.
Più si susseguono le parole, più si comprende la violenza del brano, mandando in frantumi l’idea basica che la vede unicamente come canzone d’amore. The Edge ha avuto modo di sottolineare come sia ogni volta turbato dal fatto che spesso questo pezzo venga suonato ai matrimoni.
One, forse, parla d’amore, ma, nel caso, non è certo l’amore che uno si aspetta che sia.
E’ la vendetta acida servita al tavolo di un bar, in quel mi chiedi di avvicinarmi ma poi mi fai strisciare, e al tempo stesso è il dolce rimpianto di un affetto che non finisce con la fine della storia, nello straziante e magnifico devi fare ciò che ritieni giusto.
E’ una cruda rivendicazione di sofferenza, un appello a come dovrebbe essere.
Un amore, un solo sangue, l’uno con l’altro. Fratelli, sorelle.
Una vita sola, senza essere uguali.
Dovrebbe, ma non è.
The Edge gioca con gli effetti della chitarra come sa fare solo lui e Bono urla il proprio cordoglio, mentre si alza dal tavolo, mette gli occhiali da sole e infila la giacca, che fuori il mondo è freddo da sempre, ma oggi forse un po’ di più.

TESTO E TRADUZIONE