Il pullman avanza con qualche scossone, e tu ogni tanto cerchi gli occhi di quella là.
Tanto, se percaso ti guardasse, distoglieresti lo sguardo, che fai tanto il figo ma poi lo sai anche tu che te la faresti sotto. I compagni di classe, forse sarà il viaggio lungo, ormai non ne possono più e fremono. I professori sembra siano eccitati anche loro. Se ci pensi, adesso che son passati venticinque anni, ti pare impossibile che gli insegnanti avessero circa la tua età. Ti sembra invece piuttosto ovvio che quegli amici lì ci siano ancora, che certe cose forse non scegli se iniziarle, ma sicuramente scegli se continuarle o meno, e a te pare di averlo sempre saputo come sarebbe andata.
Comunque, là in fondo, dicono ci sia Roma, Roma per la prima volta.
Che poi si sa come funziona con i ricordi, vengono fuori un po’ a casaccio, si fissano alle pareti del cervello senza un motivo preciso, forse fondono passati diversi e diventano sensazioni di pelle, più che immagini reali.
Sarà per quello che il primo pensiero che hai di quella gita è lungo la via Salaria, un incidente a rallentare le corsie opposte, mentre la sera inizia a colorare di rosso il cielo. Guardi fuori dal finestrino cercando di capire dove inizi la città – come se esistesse sul serio un inizio della città – e ascolti in cuffia quello con il Panama bianco e gli occhiali da sole, fedele alla regola morettiana del “mi si nota di più se…”.
E niente, parte più o meno in quei momenti lì, Notte prima degli esami.
Che funziona anche lei come i ricordi, e mescola insieme fantasia sognante e realtà cruda, in un ritratto che diventa sceneggiatura struggente della perdita dell’innocenza.
C’erano quattro musicisti, ai tempi del Folkstudio di Roma, sul finire degli anni sessanta.
Bassignano, Lo Cascio, De Gregori e Venditti, quello col pianoforte.
Il piano, si sa, è sempre uno strumento un po’ così, ed in Notte prima degli esami è davvero inconfondibile. Se ci fosse un nome per quel suono, proprio per quella sequenza precisa di note, con quel tempo esatto lì, si chiamerebbe “Malinconia al tramonto, forse dal Gianicolo, forse sul Lungotevere, ma non son mica sicuro, forse ci stava meglio Campo de’ Fiori”. Una roba così, insomma.
Io mi ricordo quattro ragazzi con la chitarra
E un pianoforte sulla spalla
Come se un giorno Antonello si fosse seduto davanti al suo piano, lasciandosi trasportare da una forza arcana e potentissima, le note introduttive del brano schiudono le porte di un mondo dove i tempi passati, il presente ed il futuro sono in un unico punto temporale, uniti in una novella metropolitana che profuma di Roma ma parla di ognuno di noi.
Le bombe delle sei non fanno male
E’ solo il giorno che muore
Il 12 dicembre 1969, in Italia, è il giorno delle bombe. A Roma esplodono tre ordigni in rapida sequenza, nel tardo pomeriggio, ferendo 16 persone. Soprattutto, poco prima, a Milano, avviene la strage di matrice neofascista di Piazza Fontana. 17 morti ed 88 feriti. Per l’Italia, iniziano gli anni di piombo.
Con una capacità lirica strepitosa, in due versi Antonello restituisce il senso di quel periodo, ed in quel giorno che muore ripetuto a filo di voce c’è l’impietosa presa di coscienza della fine di un’epoca. Come se il 12 dicembre ’69 marcasse una linea spessa come tutti i morti ammazzati di oltre un decennio a venire tra un’Italia ingenua e speranzosa ed un paese che si scopre all’improvviso diviso e disilluso. Una sorta di traumatico, tragico, orribile passaggio sociale all’età adulta.
Come a voler allontanare i cattivi pensieri, la voce di Antonello riprende vigore, sfogliando le pagine dei ricordi, nella fotografia di due ragazzi in attesa dell’esame di maturità, specchio riflesso del suo periodo scolastico a cui è spesso tornato nelle proprie opere.
Gli esami sono vicini e tu sei troppo lontana dalla mia stanza
Tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto
Stasera al solito posto la luna sembra strana
Sarà che non ti vedo da una settimana
Due ragazzi progettano di vedersi la sera prima degli esami, prima che tutto cambi. Faranno l’amore, quasi per scacciare tutte le tensioni e le paure per quello che sarebbe avvenuto il giorno dopo, e quello dopo ancora, e così via, con tutte le incognite della vita da adulti. Una perdita dell’innocenza diametralmente opposta a quella dei giorni bastardi degli anni settanta, ma a suo modo segno di un’epoca adolescenziale che volge al termine, con il suo carico di promesse non mantenute e illusioni lasciate morire.
Roma, sullo sfondo, scorre come una dea altezzosa e fatalista, bella e unica come solo lei sa essere. Regina che ne ha viste tante e non si scompone, e che attraverso le sue pietre racconta la storia del mondo.
Nei palazzi del centro e della periferia la vita continua a fluire noncurante come il Tevere, dietro le finestre biberon crescono nuove generazioni, per strada giovani attori si attardano in qualche locale. Nei salotti, le televisioni sono forse sintonizzate su qualche partita della nazionale.
Roma osserva, depositaria di tutti i pensieri, in bilico su tutti i cambiamenti senza mai perdere il proprio baricentro. Guarda il tempo passare e non passa mai, padrona a volte magnanima a volte crudele, mentre il piano indugia sulle carezze dei due ragazzi, cullati dalle sirene della polizia, vivi d’amore, forse mentre qualcun altro muore.
Ma questa notte è ancora nostra, canta Antonello, e in quell’ancora c’è la totale consapevolezza di qualcosa che sta finendo, un amore, un’amicizia, più in generale un’età, che sia essa sociale o personale, e la voglia di bandire quel pensiero, cercando di sospendersi fuori dal tempo e dallo spazio per qualche minuto ancora è potente, che i cambiamenti fanno cagare sotto, ed ognuno di essi scandisce il tempo che passa.
E poi, in un istante, i ricordi finiscono.
Quelli tragici, quelli inventati, quelli idealizzati.
Si accendono le luci, come poco prima della fine di un concerto, ad illuminare un qui e ora probabilmente diverso rispetto a quello che immaginavi in quei giorni, ma quando ti guardi intorno qualche viso lo riconosci. Sono i volti delle persone che non ti hanno abbandonato, unico legame con un passato che, per fortuna o purtroppo, non ritorna. Quegli amici lì restituiscono la cifra di quello che sei, testimonianza vivente della tua adolescenza, prova viva della continuità della tua esistenza.
Forse cambiati, certo un po’ diversi,
Ma con la voglia ancora di cambiare.
Una voglia di cambiare che diventa rifiuto al cinismo, per recuperare una piccola parte di come si era prima. Prima che scoppiassero le bombe, prima che si diventasse adulti disillusi e grigi, prima che certi legami, fatalmente, si allentassero.
Perché in fondo certi legami resistono a tutto, e sanno trovare scampoli di ingenua bellezza, nonostante le ferite, la fatica quotidiana, le perdite.
E Come i pini di Roma, la vita non li spezza.

TESTO E TRADUZIONE