Andò più o meno così, e per circa un mese mi ritrovai ad andare al lavoro in corriera. 50 e rotti chilometri di asfalto rovente, che era tipo luglio.
Luglio del 2010.
Di lì a un mese e mezzo sarei volato via per quindici giorni a curare l’anima a furia di cañas e pensieri superficiali ma poi neanche tanto. E comunque questa è un’altra storia.
In ogni caso, col senno di poi, sarebbe da stronzi provare a sostenere che non me la fossi cercata. E’ facile individuare le colpe, quando sfondi con il muso della tua auto il culo di quella davanti.
Però c’è anche da dire che il tratto di strada che mi vide protagonista era un collo di bottiglia che solo poco tempo dopo fu sostituito da un ponte funzionale il giusto ad aumentare i rimpianti.
Un tipo mi sorpassò un po’ troppo brillante, io non la presi bene e decisi che la mossa giusta era quella di stargli a culo per qualche chilometro, giusto per fargli capire come la pensavo. Che un po’ testa di cazzo alla guida lo son sempre stato, almeno prima che arrivassero gli addicted dello smartphone al volante, cosa che mi ha fatto diventare ancora più intollerante verso tutto il genere umano.
Piccola lezione, ad ogni buon conto: su una strada di montagna, se fate circa gli ottanta orari, non perdete tempo a guardare quanto è figa la vostra barba nello specchietto retrovisore mentre tampinate un altro automobilista. Se no poi vi tocca inchiodare al minimo imprevisto, e non è detto che riusciate nella eroica impresa di fermarvi.
Nulla di grave, nè io nè lui.
Ma macchina dal carrozziere per tre settimane e rotte, e corriera tutte le mattine.
Che poi, in fondo, fu anche un bel periodo; era estate, uscivi dal lavoro e invece di infilarti in macchina a volte ci stava un giro in centro città, in attesa che il pullman ti riportasse a casa.
Non ricordo di preciso in quale di quei giorni accadde, ricordo però perfettamente la situazione.
C’era un sacco di neve di pioppi, e alle sei del pomeriggio la temperatura era solo di poco inferiore ai trenta gradi. Seduto su una panchina leggevo Un giorno di Nicholls.
In cuffia, nel lettore mp3, avevo messo da qualche giorno l’album Unplugged di Alex Britti, su consiglio di un amico.
Alex Britti, romano, è stato spesso perculato per aver raggiunto il successo con motivetti pop da spiaggia, ma è dotato di un background jazz e blues da far invidia a parecchia scena indipendente, e, particolare non da poco per me che lo scoprivo in versione acustica senza quasi conoscere nulla di lui, è un fenomeno alla chitarra.
Io uscivo da un anno un po’ così, come quelli che ogni tanto capitano, e non smettono mai di capitare a chi diffida troppo a lungo per poi mollare gli ormeggi di colpo, e il ricordo di Milano e di quella là ogni tanto ancora tornava a farmi visita.
Passò una ragazza, e sarà che mi era mezza scivolata una cuffia e forse sembravo un cretino, sarà che rimasi con la sigaretta a metà tra la bocca e il polmone, sarà che certe cose succedono e basta, ma sorrise – ancora oggi penso lo fece a me, ma chi lo sa su serio – proprio lì, proprio allora, leggera come il prendisole che portava.
Fu più o meno in quei momenti lì che iniziò – guarda caso, eh – Milano.
Che poi forse l’intro, quella che non c’è nella versione originale, quella che esalta una volta di più il tocco da assoluto maestro di Alex, era già partita, ma fu come se il sorriso di lei chiamasse le note, o, più facile, le note stesse del pezzo avessero forzato la mano del tempo, allineandolo al viso di lei in quel preciso momento.
Che quando entra la batteria e Alex inizia la melodia del brano è difficile non farsi prendere da quella sensazione lì, come una roba che ti dice che alla fine andrà tutto bene.
E dire che non è esattamente un testo sereno, quello di Alex, spettatore immobile di una quotidianità che continua a scorrere a dispetto del proprio periodo un po’ bastardo.
In un albergo verso il centro ci sto io, e una finestra che s’affaccia sul cemento
Mentre festeggio un anno di malinconia, con la chitarra per dividere il momento
Che forse l’albergo c’era davvero, e pure quel muro fuori dalla finestra, ma mi piace pensare che si tratti anche di un modo per comunicare un periodo di stabilità precaria, e la sensazione che il futuro non avrebbe potuto portare nulla di significativo.
Che in fondo periodi del genere capitano di continuo. Quando le certezze ti abbandonano all’improvviso, diventa difficile guardare oltre il cemento che la tristezza costruisce dentro, che se con quello potessero sul serio costruire case e palazzi i terremoti avrebbero l’effetto di uno spintone in autobus.
Eppure, il pezzo si ferma. Il silenzio avvolge l’ambiente quasi completamente, prima che dal nulla, da un posto che non sapevi nemmeno esistesse, arriva di nuovo la voce di Britti, solo quella, senza strumenti.
Anche qui può arrivare l’odore del mare a prendermi
E poi di nuovo la magia della chitarra, lo slide strepitoso di Alex, e ancora quel sorriso che traspare oltre la coltre di malinconia.
E’ un pezzo raro, Milano. Una canzone triste, solitaria, scritta come ad avere le vesciche nel flusso sanguigno. Arranca, e sembra quasi vinta del tutto, ma non ci molla.
Se non puoi vedere oltre il nero di cui ti sei ammalato, sembra dire, prova a respirare, inspira forte a riempirti i polmoni di quell’odore là, che il mare si fa sentire anche da lontano. Un mare che cura, e ondeggia come le dita di Britti sulla sua chitarra, a cullare il sogno che non muore di un miglioramento ancora tutto da venire, e proprio per questo ancora più valoroso.
Lei e il suo prendisole svanirono in un secondo, quel giorno, assieme al suo sorriso.
Io rimasi lì ad ascoltare Milano, seduto su una panchina ancora per un po’, ma l’odore del mare, piano piano, raggiunse anche me.
Aveva un altro sorriso, e per un po’ ha portato un buon profumo.
Ma anche questa è un’altra storia.

TESTO