Guardate che lo so eh.
In due anni di Ricette non ho ancora scritto un cazzo su alcuni degli artisti più importanti della storia del rock e della musica tutta.
Beatles. Bob Dylan. Jimi Hendrix. Genesis. Per dire.
Per non parlare di quelli che forse non sono stati così determinanti ma che per gusto personale dovrebbero esserci e non ci sono ancora.
Tipo Metallica, Depeche Mode, The Verve, Soundgarden. E mi fermo qui, se no scrivo due pagine di nomi di band e cantanti.
E’ che nove volte su dieci parto a scrivere da uno stimolo esterno. Non è che mi metto lì e dico bon, ora scrivo una roba su In your room, o Weeping willow, o Visions of Johanna. Cioè, ci ho provato, ci sto provando, guarda caso proprio su quelle tre lì – aha – ma parto, mi incarto, sterzo, accendo una paglia, poi mando tutto affanculo e guardo una puntata di Bojack Horseman.
O anche dieci, tipo.
E allora niente. Sarà il whisky che parla in questo sabato notte con le orecchie che fischiano – eterno effetto acufene – e la testa che gira per i fatti suoi tra un cassetto e un ricordo, ma se ci penso sul serio mi rendo conto che son sempre le canzoni che trovano me, mai io loro.
Che forse, in fondo, è così per tutti. E per tutto. Va beh.
Sa tanto di disclaimer, questa introduzione, ma d’altronde, cosa volete che vi dica. Stasera va così, amen.
E allora è ora di tornare ancora una volta sul prato dell’Olimpico, ad una serata di metà luglio, in attesa dei Pearl Jam.
Ma questa volta i ragazzi di Seattle li facciamo riposare. Perché per ogni concerto c’è sempre un prima. Quel periodo di attesa che va da quando passi i controlli a quando gli ampli si riempiono di carica ancestrale.
A Roma, quell’attesa sdraiata sulla plastica dello stadio, prima che un’opinabile mossa padronale decidesse di trasmettere Argentina-Nigeria, è stato un po’ come tutte le altre attese. Quattro chiacchiere con le persone attigue, qualche birra, troppe sigarette. E musica di sottofondo ad accompagnare le vibrazioni della folla.
A memoria, mi era capitato soltanto un’altra volta, di rimanere rapito da uno di quei pezzi buttati lì come fosse per caso.
Era il 1997, Reggio Emilia per una sera diventò il centro del mondo, e ricordo, prima che Bono e compagni uscissero da un limone – storia vera – ricordo quando attaccò High and dry dei Radiohead. Che pezzo, tra l’altro.
Però quella la conoscevo già, la adoravo già, e quindi forse non vale.
All’Olimpico, invece, ad un certo punto è partita una canzone che non conoscevo, io ero sdraiato a guardare il cielo di Roma – che se vi dicono che è lo stesso cielo che vedi dalle altre parti, non ci credete, è una stronzata – e così, ci son rimasto in mezzo.
Fossimo stati ancora nel 1997, sarebbe stato un casino. Avrei dovuto girare metà pit per cercare qualche disgraziato che la conoscesse, per farmi dire il titolo. Perché l’ansia che mi ha preso è stata proprio quella. Dovevo sapere che canzone fosse. Ma son passati vent’anni, cristo. Ora il mondo è interconnesso in 4G, ed è buffo pensare che senza uno smartphone in mano probabilmente sarei tornato a casa conoscendo 100 persone in più, però d’altra parte mo’ siamo questi qui, e le risposte le cerchi online, mica le chiedi. Niente giudizi eh. Ha i suoi pro e i suoi contro, come più o meno tutto, e ormai lo avrete capito che l’approccio nostalgico all’esistenza mi sta sui coglioni. Però è un dato di fatto.
Alla fin della fiera, son bastati secondi numero otto, credo, per scoprire l’artista, Joan as Police Woman, e il titolo del pezzo To America. Che non è nemmeno così recente, diosanto, e questo mette decisamente in dubbio la mia supposta cultura musicale. Anche vero che ho la scusante di aver ormai passato i quaranta; faccio fatica a scoprire nuovi stimoli vitali, figuriamoci nuove band.
Joan as Police Woman non è che all’anagrafe si chiami proprio così, sarebbe pran strano, e ve lo dice uno che nei nomi bizzarri ci sguazza. Nasce come Joas Wasser, nel 1970, è violinista, chitarrista, pianista, tastierista, cantante, che potevo anche dire polistrumentista, ma così fa più effetto. E’ passata attraverso il lutto per la scomparsa del suo ragazzo, Jeff Buckley – quel Jeff Buckley, per dirne un altro che ancora manca alla collezione – ha collaborato con Anthony and the Johnsons, e la sua cultura musicale spazia dal folk-rock al jazz con la sicumera che hai tu al mattino quando metti su il caffè.
Nel 2002 dà vita al progetto Joan as Police Woman, con Ben Perowsky alla batteria, Rainy Orteca al basso e lei a tutto il resto.
Nel 2008, mentre io opto per i baffi, lei pubblica To survive, album che si chiude con quel pezzo lì, quella To America che dieci anni dopo mi ritrovo ad ascoltare, senza sapere, senza capire, solo con la voglia di ascoltarla di nuovo, e ancora, e oltre, prima che i Pearl Jam facciano piazza pulita della mia sete di musica, confinandomi per un bel po’ in un universo parallelo dove ci son solo loro, e Rita Pavone non esiste.
Ma certe canzoni son come gli autobus di Roma. Prima o poi arrivano, basta saper aspettare.
E allora, To America. Che all’inizio, sembra uscita da un musical, di quelli da teatro off-Broadway.
Il piano in apertura e lo stile soul di Joan, mentre affronta con voce straordinaria i cambi di tonalità, sembrano parlare quella lingua. Fa gioco anche la strepitosa partecipazione come seconda voce di Rufus Wainwright, talentuoso artista canadese, già collaboratore, tra gli altri, di Elton John, Sting, Alanis Morrissette.
E’ giusto, amore, è giusto? Sei felice dentro i tuoi occhi?
Non capisci che il tuo amore cade a pezzi nei suoi fili di seta?
Joan e Rufus si spartiscono le prime due strofe, come se un occhio di bue illuminasse prima lei, altera, vestita di nero, immobile sul lato destro del supposto palco, e poi lui, dall’altra parte, senza che alcuna scenografia dipinga una qualsiasi realtà dietro di loro, solo una foschia leggera come un ensemble di fiati a sottolineare le parole.
E’ giusto, amore, è giusto? E’ una domanda senza risposta
Sono sicura del desiderio di essere in mare aperto
Durante la lavorazione del disco, il cancro si porta via la madre di Joan, ed è probabile che gli echi del lutto si facciano sentire in questo pezzo, non a caso messo in chiusura dell’album.
E allora no, non è giusto. Non lo è mai, è solo inevitabile, ed è per quello che la domanda non ha risposta, secondo Joan. La malattia non è mai giusta, né sbagliata. E’ solo malattia. Asettica, spietata. Un po’ come le prime due strofe, completamente svuotate di ogni orpello, minimali come una sofferenza costante che giorno dopo giorno distrugge. Puzzano di ospedale e garze sterili e colluttorio e medicinali.
No, non sto piangendo, perdimi nella tua memoria
Gira la testa, lasciami diventare una parte di quello
E poi, proprio come in un musical, e – ‘fanculo – guarda caso proprio come nell’esistenza, la vita va avanti. Il ritmo cambia, la mostruosa insensibilità iniziale si spezza improvvisamente, ed un ritmo cadenza la discesa dalle quinte della scenografia, mentre pare quasi che tutto il supposto teatro si illumini di una luce strana, senza gioia, malinconica come il ricordo di quegli abbracci lontani una vita, quei sorrisi incondizionati e quell’accettazione a prescindere. Ma si illumina comunque, meglio di niente, meglio di una schifezza di sofferenza continua, di un peso sullo stomaco che non fa respirare nell’attesa dell’inevitabile.
Sono il cacciatore, sono la preda
Joan sposta lo sguardo dalla sua situazione privata alla condizione della propria nazione, e non sarò certo io a darle torto o ragione, e se da un lato torna a farsi viva la dicotomia tipica del mondo statunitense, dall’altro è impossibile non percepire nello sviluppo del brano il bombardamento di emozioni per il proprio lutto.
I fiati sottolineano con un magnifico arrangiamento quella sensazione di rimpianto, fatalità, accettazione e profondo cordoglio, sia esso per la propria nazione malata o per un più personale impatto emotivo, mentre un power-chord monco cadenza la fatica dei passi uno dietro l’altro, a occhi chiusi, a fiato stretto, a cuore spento.
La vita va avanti, per fortuna o purtroppo, che quella stronza pare avere più forza in certi momenti, e quasi non ti spieghi come sia possibile.
E proprio sul finale partono dei fuochi d’artificio – esatto – che non so come sia, ma a me commuovono sempre, altro che felicità, son l’estasi suprema dell’irraggiungibile, dell’insondabile, odorano di quelle feste agli ultimi battiti, quelle che il tempo è passato e non te ne sei reso conto, e finiscono in fretta come certe esistenze, che non è mai troppo tardi quando ci abbandonano.
E vorresti durassero ancora un attimo solo, proprio come i fuochi d’artificio, anche se lo sapevi dall’inizio che sarebbero finite. Vuoi sempre un attimo in più, per certe esistenze, e per certi fuochi d’artificio, e per certe canzoni.
Come questa, che passa, come tutto il resto, e resta comunque appesa all’anima, come quelle persone là.

TESTO E TRADUZIONE

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