Nasci a Pomona, vicino a Los Angeles, uno di quei posti che se non ci fossi nato tu non si saprebbe nemmeno dove collocarlo geograficamente, almeno prima di aver saputo che proprio lì sono nati anche quella furia di Rozz Williams e quella dea di Jessica Alba. E allora cosa vuoi che ti dica, sarà l’aria.
Sei musicista, polistrumentista, cantautore, anche attore, quando ti va.
Sei romantico, cinico, decadente, ubriacone, poeta, genio.
Sei Tom Waits.
Non ho voglia di uscire, stasera. Fa freddo, fuori nevica come se quel bianco dovesse cadere il più in fretta possibile, a coprire peccati e rimpianti.
Sono seduto sul mio ridicolo divano, comodo come il trono di un patibolo e stabile come un uomo con una gamba sola che prova a stare in equilibrio sul ghiaccio.
Il libro con i tuoi testi, quello della collana Arcana, suo regalo fatto così, senza un motivo preciso, mi guarda dalla libreria.
Sono belli, i regali fatti senza una ragione. Sono un modo di dire ti ho pensato mentre ero in giro.
L’ha comprato da una bancarella di libri usati, ed è affascinante pensare che si porti dietro storie di persone diverse, che l’hanno tenuto in mano nel passato, chissà in che circostanze, chissà per quale motivo.
Sul testo di Tom Traubert’s blues ci sono delle annotazioni a matita, sbiadite dal tempo. Chiavi musicali, passaggi sottolineati, commenti in inglese.
Prendo due cubi di ghiaccio, svito il tappo della bottiglia di Wild Turkey – e scusami se non è Old Bushmill – e metto sul piatto Small change.
Il fruscio della puntina, poi violini e pianoforte. Guardo fuori dalla finestra. I fiocchi iniziano a cadere al ritmo rallentato del tuo pezzo. Hai sempre saputo come creare l’atmosfera giusta, vecchio orco rauco. Anche il mio divano scagno sembra diventare più comodo.
Perso e ferito, non a causa della luna
Ottengo quello per cui ho pagato, per ora
Con un whisky in mano a riscaldarmi il corpo, lascio che uno dei tuoi pezzi migliori si occupi della temperatura del mio spirito.
Che poi ci volevi davvero tu, a prendere il ritornello di una ballata australiana di fine ottocento, Waltzing Matilda, legarla ad una meravigliosa poesia da ubriachi e farne una specie di capolavoro malinconico, sentimentale e duro allo stesso tempo, potenziale archetipo di tutta la tua poetica stramba e sublime.
Tom Traubert’s Blues, per alcuni una delle tue vette artistiche, per altri una delle ballad più belle di sempre. Con quel sottotitolo, Four sheets to the wind in Copenaghen, quattro fogli al vento a Copenaghen, che già basterebbe quello per chiuderla lì.
Waltzing Matilda, è il racconto di un vagabondo che per sfuggire alle guardie di un proprietario terriero, piuttosto che farsi catturare si getta in un lago, annegando. Matilda, nello slang australiano è qualcosa tipo il sacco a pelo, e waltzing Matilda diventa quindi una sorta di vagabondare, andare a fare un giro.
Ma i tuoi giri, Tom, sono sempre stati quelli al bancone umido di un locale scuro, e quei due dollari che chiedi a Frank nella prima strofa credo proprio che ti siano serviti a quello. Che poi, non sono certo io che posso biasimarti, vecchio mio, non mentre svuoto troppo in fretta il mio tumbler.
Dicono però che una Mathilda l’hai conosciuta davvero, una volta. Sì, proprio a Copenaghen. E mi vien da sorridere, brutto son of a bitch, se penso che ti diverti a giocare con i significati, a riempirli di mille esistenze, trasfigurandoli come a guardarle attraverso il vetro curvo di un bicchiere.
Leggo le tue parole, e trovo per ognuna di esse diverse verità che si sbugiardano l’un l’altra, ma ognuna di loro forse riporta a Mathilda, quella reale, quella che si dice tu abbia conosciuto in una fredda notte danese, quando il presente per un attimo ha preso il sopravvento su tutto il resto, lasciandoti smarrito e con il rimpianto di quella persona che non hai più visto.
Un giorno qualcuno ha detto che la poesia, quella vera, non si spiega.
Questa canzone è esattamente così. Contiene una sconfinata serie di frasi da tatuarsi all’interno delle arterie, affinché il flusso sanguigno ne venga ogni secondo permeato.
Dal coltello sepolto nella bottiglia di whisky alla catenina di San Cristoforo, protettore dei viaggiatori, dalle scarpe bagnate fradicie alla camicia sporca di whisky e sangue. Fino alla vecchia valigia malconcia, ferma in un hotel, la parte che preferisco, non ti so dire perché. Un simbolismo così straordinario, una poesia così grande, non si spiega. Si gode e basta, come un buon bourbon, lasciando che entri profondamente, completamente dentro di te.
Fuori continua a nevicare, e il vinile sarà anche figo – e lo è, dio santo, lo è – ma in questo momento non ho voglia di nient’altro che di questa canzone, a ciclo continuo, da ascoltare una volta per ogni fiocco di neve.
Stacco il disco, vuoto il bicchiere e chiedo aiuto al telefono.
Un gatto, non so come, scommette una delle sue nove vite eteree camminando sul manto nevoso del giardino come un fantasma, ovviamente vince la posta in palio e si viene a sbragare sul davanzale della finestra.
Guarda dentro e chissà che caspita troverà di così interessante nella mia cucina.
Forse la mia figura che si versa un altro cicchetto, forse il divano, che per lui probabilmente sarebbe comodo.
Forse, solo, anche lui vuole ascoltarti, Tom, in questa notte gelida. Alzo il bicchiere verso di lui. Mi guarda come fossi un coglione. D’altra parte, i gatti ti guardano sempre in quel modo, è per quello che li adoro.
Immagino il tuo sorriso da guitto, il Fedora a coprirti appena gli occhi.
Tom Taubert’s blues è ripartita, e per quanto mi riguarda, stanotte potrebbe anche durare per sempre.
Facciamo un altro giro, dai.
Questo lo offro io.

TESTO E TRADUZIONE