Credo che alcune canzoni ti possano entrare dentro solo se le canti come se non ci fosse un domani.
Forse è una questione di energia, che a volte per scorrere deve letteralmente farsi sentire. Un po’ come quei mantra benefici che ti dicono di ripetere a voce alta, che se lo fai solo nella testa sono meno efficaci.
Darkness on the edge of town è una cosa così, uno di quei pezzi che se non lo hai mai urlato tanto da farti male alle corde vocali fai fatica a capirne la potenza, e per amarla sul serio devi per forza sputare fuori ogni singola parola, fino a scoprire di non poterne fare più a meno.
Parte con quel du-du-dum-ciaf, che se sei uno di quella religione lì, che per profeti ha una masnada di musicisti fenomenali, come simbolo una chitarra, e come messia un prigioniero del rock and roll di nome Bruce, quella combo di basso e pianoforte la riconosci da lontano, interrompi quello che stavi facendo, e come un gatto resti immobile guardando un punto nel nulla che solo tu vedi.
Darkness, l’album, è un disco cattivo.
Se Born to Run era la speranza, il sogno, la redenzione, il disco successivo è più sporco, amareggiato, disilluso. Il sogno si trasforma in incubo, nell’inquietudine di un Bruce provato anche dalle personali vicissitudini legali con l’ex manager ed amico Mike Appel.
La title track è l’ultimo affresco del disco, decima ed ultima stanza di una casa dei fantasmi così speciale da non poter evitare di entrarci. Sta lì, a lasciare un po’ di delusione in più alla fine dell’ascolto, che nel 1978 mica avevi il repeat, e quando questo pezzo finiva c’era solo la puntina che tirava su la polvere e il clic del meccanismo del giradischi che si fermava, prima di un silenzio che ti entrava per forza sotto pelle, quasi fosse l’undicesima traccia dell’album.
Parte con quel du-du-dum-ciaf, si diceva, e il ciaf è solo il primo di una serie di schiaffi che una batteria secca e scarna ti tira contro, mentre il piano del professor Roy disegna emozioni tra il bianco e il nero.
E poi il messia attacca, con quella voce che sa di fregature subite troppo a lungo.
Rabbioso, stanco, crudo.
Continuano a fare gare giù ai Trestles, ma quella passione lei non l’ha mai avuta. Ho sentito che ora ha trovato casa su a Fairview, e che cerca di mantenere un certo stile.
In due strofe due, Bruce fa scuola.
Ci vorrebbe un trattato, forse sette o otto, per cercare di spiegare questa capacità di rendere così REALE una canzone.
Due frasi per raccontare una vita e una storia d’amore finita come finiscono le storie d’amore, e comunicare un’empatia che va oltre i pochi secondi in cui si sviluppano le parole.
L’importanza del delineare con precisione i luoghi in cui avvengono i fatti è determinante nei testi di Bruce; non hai idea di cosa siano i Trestles, ma sai che ci fanno delle gare di macchine, né tantomeno sai dove sia Fairview, ma ti risulta ovvio che sia un posto da persone benestanti.
E’ come ti venisse detto “questi posti esistono, quindi la storia è vera”.
Immedesimarsi, stabilire un contatto che superi il semplice ascolto di una canzone, diventa naturale.
Immagini una birra con l’amico Sonny, in uno di quei locali mezzi vuoti, quando è ancora giorno, ma la fatica di vivere è così spessa da lasciarti solo l’oscurità dentro, che il sole fuori fa figo solo se sei pronto a prenderlo, altrimenti è una stronzata pure quello.
Arrendersi è più semplice, quando il motivo che teneva insieme tutti gli sforzi fatti e tutta la stanchezza dell’esistenza perde di significato. Forse certe persone hanno un demone dentro, o sono troppo fragili, e quando la forza che ti tiene legato alla vita quotidiana viene meno, diventa impossibile reagire, come se fino a quel momento sopravvivere fosse stato un obbligo.
L’amore, la famiglia, gli affetti. Sono questi legami che forse a volte ti impediscono di dare ascolto al tumulto che si agita dentro.
Saltati quelli, salta il banco.
Tutti hanno un segreto, dice Bruce.
Portarselo appresso è un fardello pesante, senza darsi il tempo di capirlo o avere la forza di riconoscerlo, e prima o poi quel segreto è destinato a trascinarti a fondo, dove non ci sono più emozioni, dove l’oscurità ti scava dentro, fa paura, come in quei quartieri ai bordi delle città. Il ghetto dell’anima, con il sangue che scorre più lento e le sinapsi rallentate.
Depressione, dicono si chiami.
Forse è solo quando ti rendi conto di chi sei veramente, senza i condizionamenti e i buoni propositi con i quali ti sei fatto scudo per troppo tempo.
Sembra di essere in un film, di quelli dove il protagonista deve fare i conti con il proprio inferno personale, e per un po’ è convinto di essere qualcosa di meglio rispetto a quello che è stato fino ad oggi. Prova a cambiare, a migliorarsi, sforzandosi di porre rimedio ai propri errori.
Ma a volte non c’è redenzione, e il lieto fine non è per tutti.
Perché in fondo cambiare non è così facile, e quello che siamo ci accompagna per tutta la nostra esistenza, in una coazione a ripetere che possiamo scambiare per destino, e che invece non è altro che la somma di tutte le nostre azioni, fatte e subite.
Eppure, ci può essere dignità anche nella sconfitta.
Nel ruggito di Bruce che stanotte sarà sulla collina c’è tutto un mondo di rivalse mancate e occasioni perse, consapevole che la mutazione non avverrà mai, nell’elogio del perdente che potremmo essere noi, perché nascere sotto buone prospettive a volte capita, ma a volte no, e in quel caso c’è da sgomitare per dare un senso alla stronza esistenza, cercando di non venire inghiottiti da quella oscurità che forse ci appartiene allo stesso modo di quei sogni che ci sembrava di aver trovato, ma che non siamo riusciti a mantenere.
E su quella collina, il prezzo da pagare è uno soltanto.
Salato e definitivo, come la presa di coscienza di un addio, come quel du-du-dum-ciaf da cui sei partito e a cui ritorni, ancora e per sempre.

TESTO E TRADUZIONE