Con questa devi partire dalla fine, e ricordartela a modo.
“Così fu quell’amore, dal mancato finale, così splendido e vero da potervi ingannare”.
Va ricordata sul serio, mentre ti fai prendere da Fabrizio, che prima o poi doveva arrivare, ma che è impegnativo come un premio Nobel, o come una di quelle scale che trovi a Genova.
Genova che Fabrizio lo ha sempre amato, anche prima che morisse e diventasse di colpo un poeta, dopo essere stato per tutti gli intellettuali occhialuti uno scomodo imbarazzo per buona parte della sua carriera.
Città strana, Genova è, prima ancora che un luogo, un modo di vita, e Fabrizio l’ha cantata in tutti i modi.
Dolcenera è uno di questi, forse il più triste e bastardo.
Dolcenera è quella roba lì, a cui i genovesi sono abituati, per quanto si possa fare l’abitudine ad una alluvione.
A Genova l’acqua pericolosa arriva dal cielo, riempie la moltitudine di piccoli torrenti che scorrono sotto i palazzi e l’asfalto, prima di gettarsi nel Polcevera, nel Bisagno, nello Sturla, pronti a litigare con il loro cugino salato là in fondo, che come un amico un po’ stronzo si rompe il cazzo di averli sempre in casa e li ricaccia indietro.
Fabrizio ti trascina in questa storia di grandi avvenimenti e piccoli innamorati solitari, nel parallelo tra l’alluvione che sta arrivando e la storia d’amore nascosta tra te e la moglie di Anselmo, la donna che stai aspettando.
Inizia in dialetto, con un coro di donne che non ci capisci un cazzo di quello che sta succedendo, e forse è proprio così, quando Dolcenera prende il sopravvento.
Guardala come arriva, cantano.
Chi, cosa, dove?
Lei, l’acqua nera, nera come la morte, sporca come il tumulto che si porta dietro, che cancella le strade, entra dalle porte, come una padrona arrogante.
Non è la leggera pioggia di pianura, umida e noiosa, questa è furiosa, scende dai monti per saccheggiare la città, depredare e uccidere.
E tu intanto sei a casa, che aspetti lei, la moglie di Anselmo, nonostante la situazione non sia delle più propizie, l’unica cosa che desideri è che lei arrivi, perché l’urgenza di quella passione ha bisogno di essere placata, e dentro di te è più potente del nubifragio che sta scuotendo la città.
L’amore vive solo per l’amore, e il tarlo della voglia cresce di pari passo con l’acqua.
Ti sembra quasi che lei sia già lì, a momenti la immagini assieme a te, nel vostro amore clandestino, crudele e malsano.
La fisarmonica entra fluida, liquida, veloce, mentre l’acqua continua a salire, acqua senza sale, diversa da quella a cui la città è avvezza, lontana da quel mare amato, amante, amore, quello stesso mare che per lei diventa speranza a cui aggrapparsi, come in un sogno consolatorio e salvifico, anche sotto quell’acqua bastarda di fiume. Quel mare che per lei sei tu, quel mare che si infila negli anfratti tra gli scogli, con quel suono che è solo così, umido e sensuale, e mentre si ritira, si gonfia come un’onda, prima di scivolare verso la spiaggia, dove la lotta più dolce ed appassionata si consuma con un moto sempre più intenso.
E mentre le donne insistono nel loro lamento che è quasi litania pagana, tu quasi pensi che sia lei, che sta arrivando, non quell’acqua maligna che stringe i fianchi di quelli abbastanza incoscienti o sfortunati da trovarsi lungo quel percorso di morte, ammassandoli in qualche angolo come fossero pesci catturati nella rete.
E poi.
Poi il peggio passa, lasciandosi dietro solo desolazione, mentre Dolcenera, insensibile, si ritira in piccoli rivoli lungo i disastri creati, placida come un ruscello di montagna, quasi non fosse la stessa acqua che poco prima ha spezzato e distrutto.
Fredda come il dolore.
Senza cuore come un destino ridicolo.
Oltre le macerie, la vita si risveglia, e la gente si fa forza a vicenda per superare il momento di difficoltà, come in qualche modo ha cercato di fare lei, per prendersi cura del vostro amore così disperato e difficile, che proprio nel pericolo estremo del dover attraversare la città durante l’inferno ha manifestato il proprio essere vivo e vero.
Ma ora, cè da ricordare l’inizio,vero?
“Così fu quell’amore, dal mancato finale, così splendido e vero da potervi ingannare”.
Il vostro amore è vivo. Lei no.
Lei non è arrivata. Non ce l’ha fatta.
L’acqua scende, adesso, abbassando il suo livello a svelare il suo corpo senza vita, i vestiti bagnati ancora attaccati alla pelle fredda.
L’ansia di perdersi, di non riuscire a rivedersi, ti ha dato la consapevolezza del suo amore per te, tanto da farla uscire per un incontro di passione, ma il finale non è mai arrivato, e l’inganno è tutto nella tua testa, che a forza di volerla ad ogni costo non ti sei accorto nemmeno che lei non è mai veramente arrivata.
La fisarmonica indugia, rimugina, attende assorta, prima di sciogliersi in un pianto che stringe il cuore, nell’attesa eterna di quello che poteva essere e non è stato, mentre ancora le donne ti avvisano che lei sta arrivando, e tu non capisci se sia Dolcenera, o quel tuo amore tossico e meraviglioso, ormai morto.

TESTO