A Reggio Emilia, quel giorno, suonano gli U2.
Roba che a dirlo quasi non ci si crede.
Nel 1997 gli U2 sono probabilmente la rock band più famosa e conosciuta al mondo, e durante il PopMart Tour una delle tappe è proprio Reggio Emilia. Pazzesco, se si pensa che fino a quel momento la città, sulla mappa del rock mondiale live, era famosa “solo” per il concerto con annessa sommossa popolare dei Police nel 1980.
Comunque, quello degli U2 all’epoca è il concerto con il maggior afflusso di pubblico pagante della storia del rock.
150.000, dicono i freddi numeri, ma le cifre non rendono l’idea di quando allunghi il collo e dietro di te non vedi la fine delle persone, e guardando avanti, il palco, gigantesco, è già così lontano da poterlo quasi coprire con una mano. Potrebbero essere milioni, le persone, se chiudi gli occhi e ritorni là.
Al concerto, sei andato per due motivi.
Adori gli U2. O li hai adorati. O ti piacciono un sacco. Qualcosa del genere, insomma.
Ma soprattutto sei innamorato stronzo della ragazza che è con te. Innamorato perché non puoi farne a meno, guardala, dio santo. Stronzo perché la vita, a 22 anni, cotto della tipa che ti vede come un amico, ti fa crescere un’ansia di bestemmia irresistibile.
Sta di fatto che lei è bellissima, piccola, capelli lunghi neri e un viso che dio cristo ogni tanto lo sogni ancora.
Ma questo è un altro discorso.
In realtà, a distanza di anni i ricordi di quel concerto sono sfumati come il profumo dei libri quando ci butti dentro il naso. Dopo tanto tempo, non profumano più come appena comprati, e quell’odore diventa quasi una sensazione, più che una vera e propria attivazione dell’olfatto.
Per dire, fino a che non hai controllato la setlist di quella sera, sei stato sicuro che la prima canzone fosse proprio Where the streets have no name.
D’altronde, modellare la propria memoria secondo una specie di selezione e riordino degli avvenimenti credo sia una difesa naturale dei momenti passati, come a riscrivere l’esistenza secondo canoni di bellezza e interesse maggiori rispetto alla realtà.
Perché Where the streets have no name parte come dovrebbero partire tutti i concerti, e, per estensione, come dovrebbero iniziare buona parte delle canzoni rock.
E allora la metti lì, come primo pezzo del concerto.
L’organo in ingresso, che piano si dissolve, nel buio della notte, mentre The Edge attacca un arpeggio gonfio di delay, dicono che son solo 6 note, ma pare una costellazione oltre le barriere del conosciuto, e Larry Mullen picchia i suoi tamburi con la solita monotonia di una macchina perfetta. Poi entra il basso, e forse comprendi come ha fatto Adam Clayton a concupire Naomi Campbell, perché a un basso così, e forse al basso in genere, resistere è davvero difficile.
Ed è in quel punto lì, sospeso tra un brivido, un respiro e un bacio ancora da consumare, sull’accelerazione di Larry, che si accendono le luci, e il cielo si illumina a giorno, con un tempismo scenico studiato nei minimi dettagli.
Prima di stasera, pensi in quel momento, ogni volta che hai ascoltato l’inizio di questo capolavoro ti sei figurato la perfetta uscita da un tunnel. A volte, viaggiando in treno, hai cercato una sincronia impossibile tra l’inizio del pezzo e la fine di una galleria, aspettando che l’esatto istante in cui il pezzo si rompe, come un’onda al suo zenith che inizia la sua corsa verso la spiaggia, coincidesse con il ritorno alla luce. Ecco, stasera è così. Come quella sincronia a lungo cercata. La pelle d’oca l’hanno inventata in questo momento, perché quella che provavi prima era solo un’imitazione.
E poi, inizia davvero, ma il più è fatto, ti basta quell’intro per capire che razza di pezzo questi 4 irlandesi hanno tirato fuori.
Sei già folgorato, quando entra la voce di Bono.
Il tappeto sonoro persiste per tutto il brano con The Edge che sembra un treno a vapore in corsa, e d’altra parte Bono lo dice, che vuole correre, che vuole abbattere i muri che lo tengono rinchiuso.
Vuole raggiungere quelle strade che non hanno nome.
Canonicamente, il testo della canzone è universalmente interpretato sulla base dell’aneddoto di Bono stesso, in relazione al fatto che a Belfast potevano dirti di che religione tu fossi, e a quale classe sociale appartenessi secondo la strada in cui vivevi. Basta nomi, basta pregiudizi, sembra dire.
Una riflessione doverosa, forse solo un filo ingenua, se calata negli anni ’80, un po’ anacronistica oggi, nell’era della globalizzazione spinta e delle macchine italiane prodotte in Polonia, ma con sede amministrativa in Olanda.
D’altra parte, nell’ovest mentale ed economico che si è creato, si alzano più muri ora che in ogni altra epoca moderna, a difesa non si sa bene di che cosa, considerando il livello massimo di compromissione di ogni essere umano occidentale con il mercato mondiale, tra ristoranti thai, pantaloni fatti in PRC, scarpe prodotte in Transnistria, palloni cuciti in Africa e hamburger a stelle e strisce di mucche neozelandesi sfuggite alle guerre balcaniche e rimaste a sostare per qualche tempo in Siria. E’ la globalizzazione con il culo degli altri, comoda per ogni istante che un Cristo di dubbia provenienza geografica manda in terra, basta che un baluba scuro non venga a rompere i coglioni.
In realtà, le strade hanno smesso di avere un nome solo per chi può permettersi di cancellarlo a furia di moneta sonante, o per chi è stato abbastanza fortunato da trovarsi nella parte “giusta” di questa palla quasi rotonda.
Per gli altri, il nome della strada rimbomba nelle teste malate di chi vede come una minaccia una persona che da quella via sta provando a scappare. Le stesse teste malate che non si rendono conto che le mani che hanno regolato i freni della loro auto, o incartato il loro sugoso hot-dog, sono potenzialmente le stesse che ora si allungano a cercare aiuto, per fuggire da una strada con un nome troppo bastardo.
E quindi, sì, probabilmente questa riflessione di quell’ancora ingenuo Bono ha senso pure oggi.
Perché ogni singolo istante di questo grande pezzo, che apre un grande album, di quella che è stata una grande band, parla di libertà, dalle parole di Bono alla batteria di Mullen, dal basso di Clayton alla chitarra di The Edge.
Un pezzo da correre, per correre, sul correre, per valicare confini e sperare in meglio.
E che a Reggio Emilia Where the streets have no name sia arrivata come sedicesima canzone, non fa alcuna differenza.
Il concerto, in realtà, inizia così.
Sempre.

TESTO E TRADUZIONE