“So che i pezzi combaciavano”.
Comincia così uno dei pezzi più disturbati e al tempo stesso meravigliosi del nuovo millennio.
I Tool nel 2001 hanno già alle spalle una discreta gavetta in ambito grunge, post-grunge e metal, ma è solo con l’album Lateralus che rendono compiuto e caratteristico il proprio sound fatto di potenza, tecnica mostruosa, musiche claustrofobiche e liriche alienanti, sempre accompagnate da videoclip paranoici e visionari.
Un misto di metal, progressive, influenze dark e ricerca sonora, Lateralus è un autentico capolavoro, e probabilmente l’ultima vera innovazione della storia del rock.
Schism, pur essendo all’interno del disco uno dei pezzi più canonici come costruzione, stordisce fin dalle prime note, con quell’arpeggio di chitarra così ansiogeno, e la sensazione che inizia a crearsi è qualcosa del tipo “dio santo, i Nine Inch Nails hanno invitato a cena Ian Curtis, parlando di disagio intergenerazionale, ma a un certo punto è suonato il campanello, ed erano i Soundgarden, però vestiti come i Metallica. La serata è proseguita parlando dei King Crimson, e della tradizione progressive degli anni ’70, finché non sono arrivati anche i Black Sabbath, con una bottiglia di rosso. Ottimo questo vino, ha infine commentato Danny Carey, scagliando con violenza il bicchiere contro la parete bianca. James Maynard Keenan ha annuito con un sorriso inquietante, osservando la macchia sul muro, mentre rivoli rossi correvano verso il pavimento.”
Una roba così, insomma.
La forza evocativa del testo di Keenan è già presente nel titolo.
Scisma. Divisione, separazione.
Lo scisma è normalmente identificato come lo scollamento di una parte della comunità, che per ribellione all’ortodossia si allontanano dagli insegnamenti dogmatici proposti dalla dottrina canonica. Critica alla Chiesa cristiana, quindi, o più in generale atto d’accusa al sistema capitalistico.
I richiami ci sono tutti, a partire da quella luce che ha creato un vuoto, la stessa luce che inizialmente era benzina che alimentava il fuoco, per arrivare alla fredda alienazione che cancella l’empatia e guida velocemente verso il baratro della distruzione.
Affascinante chiave di lettura, ma in fondo penso che Schism non sia altro che una triste analisi della fine della relazione tra due persone. Forse amicizia, forse amore.
So che i pezzi combaciavano, perché li ho visti cadere, esordisce James. Lo stesso fatto di rendersi conto che le cose sono andate in merda è dimostrazione della verità di quanto vissuto in passato. Un buco si crea da una mancanza di materia, se la materia non ci fosse mai stata, il buco sarebbe solo vuoto, e non buco stesso.
L’usura di una storia di amore prima o poi viene a galla, mostrando la realtà di due persone diverse per il solo fatto di essere due entità separate che per un periodo hanno deciso di combaciare. Piccole ripicche, rancori da due soldi vengono talvolta ingigantiti con atteggiamenti passivi-aggressivi che bloccano la comunicazione tra due persone, non facendo altro che aggravare i problemi. Come una pallina su un piano leggermente inclinato, il processo è inarrestabile, senza un intervento esterno, senza una volontà di comunicazione.
E sembra proprio un piano inclinato, Schism, che parte cupa e quasi rassegnata, per prendere corpo secondo dopo secondo, parola dopo parola, mentre cresce anche la grinta di Keenan nel canto, sotto le chitarre dissonanti e pesanti di Jones e Chancellor, e la batteria grandiosa di Carey, e se non esistono colpe per quello che è successo, è chiaro che l’unico modo che hai per elaborare il lutto è comunque sfogare la rabbia. L’empatia e la comprensione non sono contemplate, non subito, non ora. Serve un colpevole, serve la distruzione per procedere a nascere di nuovo.
In un connubio perfetto, il pezzo si carica sempre di più, fino a liberare un primo momento di pura furia sonora, circolare, alienante, ipnotica, mentre la voce di Keenan si fa cattiva come l’odio che ti brucia dentro.
Ma la mente è un continuo rimbalzo di emozioni, e il pensiero fisso è sempre quello. Un tempo i pezzi combaciavano, e anche se sei perfettamente consapevole del rischio, ti attacchi a quel passato, per sperare in un nuovo inizio, in una seconda possibilità, pur sapendo che il finale non cambierà, e la devastazione del rapporto sarà inevitabile senza quella comunicazione, la cui mancanza è stata causa principale del primo addio.
Non c’è più rabbia in questo momento. La furia si placa, la voce di Keenan si fa delusa mentre il gruppo lo asseconda, e subentra la depressione, la straziante presa di coscienza di una fine che solo nella consapevolezza assume la sua piena manifestazione. Il silenzio, la mancanza di comunicazione nel rapporto hanno bruciato e reso sterile ogni senso di empatia tra le due persone. E’ finita.
La musica però dà voce ai pensieri, all’arrovellarsi della mente, nei suoni ossessivi affidati alla chitarra di Jones, perché se l’intelletto è facile da piegare alla logica, non lo stesso può dirsi per la pancia, l’istinto, il cuore.
E dopo la catarsi della angosciosa accettazione, cresce una nuova rabbia, in un circolo che pare indistruttibile ed eterno.
Eravate amanti, eravate così uniti.
E lo sai che i pezzi combaciavano.
Lo sai. Lo sai.
Keenan squarcia le sue corde vocali, in crescendo, fino all’ultimo urlo, come fosse un vaffanculo in faccia a lei, in faccia a te, in faccia al destino, soprattutto.
Carey spezza ossa e distrugge anime, con un ritmo che è quasi una mitragliata.
Prima del silenzio.
Perché ora davvero non c’è altro da dire. Era prima che avreste dovuto comunicare.
Non è stato fatto. E’ andata.
Ma lo sai che i pezzi combaciavano.

TESTO E TRADUZIONE