Il bello della musica, in fondo, è che non si è mai finito. C’è sempre qualcosa di nuovo da cui farsi rapire, dove quel “qualcosa di nuovo” è profondamente soggettivo.
Ecco perché può capitare di tornare su vecchi pezzi, magari di artisti che conosci come le tue tasche, ma a cui non hai dato la giusta rilevanza, perché tutti cambiamo e chi non cambia mai è morto o stronzo, ed è forse meglio la prima.
Tougher than the rest, dall’album Tunnel of Love, passa sotto traccia, quando ti avvicini a Bruce Springsteen, o, almeno, per me è stato così.
Cioè, se hai 22 anni nel 1999, il modo migliore che hai per entrare in quell’universo lì è andare a un suo concerto.
Il resto, viene da sé, e con “il resto” intendo che Bruce, girala un po’ come cazzo ti pare, diventa la tua religione.
Quindi, approfondisci le sacre scritture del profeta di Freehold, e parti dai Vangeli base.
Born to Run, Darkness on the Edge of Town, The River, Nebraska, Born in the USA.
Poi vai a ritroso, recuperi i primi due album. A quel punto, sei praticamente un integralista.
Dopo, solo dopo, vai avanti, e dal 1985 passi al 1987, Tunnel of Love, e ti accorgi che qualcosa non quadra. Leggi che è il primo disco senza la E-Street Band intera, se si esclude il capolavoro di letteratura contemporanea e dell’animo umano tutto che è Nebraska, e questo raffredda un po’ i tuoi entusiasmi, perché sei giovane, perché il tiro di Backstreets non lo aveva neanche Batistuta, perché pensi che manca qualcosa senza quei compagni di viaggio con le chitarre, il sax, le tastiere, la batteria, tutti insieme.
E poi perché l’integralismo è una merda, e ti fa commettere errori.
Insomma, a venti e rotti anni, se hai avuto quel percorso lì, un album come Tunnel of Love resta impolverato, con quella copertina che non è così rock come credevi che sarebbe dovuta essere, e quei suoni che non c’entrano molto con il TUO Bruce.
Ma la musica è un po’ come la vita, e c’è un tempo giusto per tutto, e quando questo tempo arriva è come se ti trovassi un album quasi inedito, come un nuovo vecchio amico, di quelli che quando andavi a scuola era simpatico ma però, e che a distanza di tanti anni diventa uno di quelli che ti porti dietro per tutta la strada residua che ti resta da fare.
In quel momento, osservi la copertina per la prima vera volta in vita tua, e ti sembra che Bruce sia rimasto appoggiato a quella Cadillac per tutti quegli anni, e ora ti guarda come a dire “ce ne hai messo eh?”.
L’auto è già pronta, non devi fare altro che salire a bordo, e percorrere quella strada insieme.
La seconda traccia è, appunto, Tougher than the rest.
Roba che se l’avesse scritta un mestierante da singoli qualsiasi, sarebbe stata un capolavoro degli anni ’80, e non uno dei tanti affreschi di Bruce, ma che ad ogni ascolto ti lascia sempre qualcosa in più, e forse non smetterà mai di migliorare.
All’inizio c’è solo un rullante, secco e pari come un cuore insensibile ad ogni cambio di ritmo, e mentre il synth fa il suo ingresso pensi che sì, ok, non sarà il suono del solito Bruce, ma nemmeno Nebraska suonava come The River.
Poi, di colpo, capita una cosa strana.
Il synth non fa solo un ingresso, il synth ti spezza le ginocchia e ti lacera l’arteria del femore, proprio lì dove sanguina di più.
C’è una ragazza, c’è un ragazzo. Si guardano, mentre l’immaginazione ti sposta in un bar di quelli da film americano, con il biliardo in un angolo un po’ rialzato e un juke box a disposizione, in un sabato sera di quelli da poche pretese e grandi speranze. Pochi secondi e senti in gola il sapore di una birra slavata, nel naso la puzza di sigarette spente nell’umidità e nel petto si fa strada quella roba strana che chiamano disillusione.
La voce di Bruce è un’altra badilata in faccia, mentre sembra parlare alla ragazza vestita di blu, con un misto di franchezza e fatalismo.
Di acqua sotto i ponti ne è passata molta, e credere ancora a quella cosa che ti mette lo stomaco in bocca o vicino ai talloni non è più cosa facile, con quel muscolo che ricicla sangue impegnato in un battito noioso ma rassicurante. E’ che sai cosa ti aspetta, e il rischio di strapparti l’anima un’altra volta fa tremare i gomiti anche ai più coraggiosi. Qualcuno se n’è andato, e ti ha lasciato in un casino da sistemare, e non siamo certo qui a credere alle favole, ma se anche tu sei in cerca d’amore, sappi che sono più duro degli altri, le dice.
Disarmato, senza pose da cazzo duro o sicurezza posticcia buttata lì a caso, solo sincero, forse spaventato e un po’ stanco, Bruce prende idealmente per mano la ragazza, avvicinandosi al suo lato del bancone.
Certo, le dice, si impara a prendere quello che si può, per sopravvivere, ma questo non significa meno impegno o devozione, e se anche tu ti senti abbastanza tosta per l’amore, lui è più determinato degli altri, proprio perché conosce il fallimento e la fatica quotidiana di questa guerra bastarda contro la solitudine.
C’è sempre un altro ballo, se vuoi, un altro amore, un’altra occasione, basta essere abbastanza forti e pronti.
E poi arriva quell’armonica, come a dire che alla fine andrà sempre tutto bene.
In un modo o nell’altro.

TESTO E TRADUZIONE