E’ da un po’ di tempo che mi girano in testa gli Afterhours.
O meglio, mi ri-girano in testa, visto che per buona parte degli anni 2010 e 2011 non ho ascoltato altro.
Li ho conosciuti tardi, gli After, doveva essere il 2007, penso, quando, in un vanaglorioso ultimo tentativo di berciare davanti ad un microfono, i ragazzi che componevano la band dove cantavo proposero di fare la cover di “Quello che non c’è”.
Fortunatamente, capii in fretta che la quantità di adrenalina prodotta facendo il pseudo-cantante non era necessariamente proporzionale alla capacità nel farlo.
Anzi.
Così un giorno, con un gesto altamente eroico, salvai il mondo, decidendo di non cantare mai più in una band.
Sta di fatto che l’eredità di quel periodo furono questi milanesi padrini dell’indie-rock italiano, perciò, in fondo, tornassi indietro, lo rifarei.
Per quello, e per le persone che ebbi modo di conoscere, ne valse la pena.
Comunque, come al solito c’è un tempo per tutto, e il mio tempo Afterhours arrivò qualche anno dopo quel primo approccio, smaltita anche la delusione di non riuscire a cantare come quel portento con i capelli lunghi che di nome fa Manuel e di cognome Agnelli.
A farmi da apripista alla discografia dei milanesi fu l’album “Ballate per piccole iene”.
Rimasi folgorato.
A volte capita che l’epifania di una nuova scoperta musicale arrivi istantanea, fin dalle note iniziali della prima canzone del disco.
Giro semplice di basso, pianoforte ipnotico, chitarre distorte e violini acidi che stendono un tappeto di insetti e serpenti sotto i tuoi piedi nudi.
E’ come se uscissi subito dalla tua comfort-zone.
E Manuel attacca lì, inespressivo e cattivo come la disillusione.
Aracnidi e viscidi rettili iniziano a salirti lungo le caviglie, con un formicolio inarrestabile.
Ora che sei vera – sai la verità – siamo vivi per usarci.
La sottile linea bianca, la prima volta che la ascolti ha l’effetto che deve avere un’esplosione di napalm nel tuo stomaco.
Basta quel minuto scarso di apertura, e già sai che passerai buona parte della tua esperienza musicale futura a cercare di nuovo quella sensazione lì, quella prima volta sporca e malata, pur sapendo che non riuscirai a ritrovarla, ma potrai solo avvicinarti di nuovo a quel momento, ascoltandola di nuovo. E ancora.
Fino a ritrovarti dissociato e stordito.
Che sul momento alle parole tra l’altro non ci pensi nemmeno, preso come sei da questo gorgo infernale di chitarre, voci e violini incattiviti. Non fai neanche in tempo a riflettere sulla prima strofa, che Manuel aggiorna il significato del vocabolo falsetto nel dizionario del rock.
Il piano continua il suo giro infinito su se stesso, come una vite spannata che non fa presa, e, sordidi, i pensieri cattivi vengono a galla.
Si parla di amore, come in Italia forse non si è mai parlato. Un amore egoista, che genera solitudine, che abusa ed è abusato. Nel “siamo vivi per usarci” c’è tutta l’amarezza e l’inquietudine di una presa di coscienza cinica e nichilista. Non esiste alcun bene superiore a cui appellarsi, e i sentimenti che proviamo l’uno per l’altro sono solo opportunismi e bieco sfruttamento personale.
Usami o muori, canta con voce acuta il frontman, come se l’amore altro non fosse che la pura manifestazione dell’egoismo più sfrenato, la volontà di sentirsi utili e indispensabili.
L’altruismo come massima espressione dei propri bisogni, non come reale volontà di dare e darsi.
Sono temi che tornano ciclicamente nel corso dell’intera opera, ma in questo primo brano il tormento scorre davvero sotto la pelle, accompagnato da un arrangiamento tra i migliori dell’intera discografia della band.
Manuel scende di nuovo verso l’abisso delle sue corde vocali, e per un istante torna quel formicolio alle caviglie.
Sarai sempre sola – ora che mi hai – è che il pianto tuo mi incendia.
La dicotomia finale dell’amore. La passione è possibile solo in presenza della sofferenza dell’altro, in una logica di rapporto che è naturalmente disfunzionale, guidata a prescindere da insicurezza ed egoismo. Sembra un aggiornamento ermetico del De Andrè di “Amico Fragile”.
Ma stiamo davvero parlando di relazioni personali?
Questo amore disfunzionale è unicamente quello tra due persone?
Torna alto, Agnelli, nella strofa più ambigua del brano, quella del bianco calore, del bianco dio, che rimanda alla sottile riga bianca del titolo, che rimanda proprio a quella roba là.
E allora forse è di quello che stiamo parlando, e il rapporto disfunzionale è solo quello con se stessi, che solo nell’abuso trova compimento e realizzazione, scaldando il cuore, nell’estasi del freddo asservimento alla dipendenza.
Ma forse sono vere tutte e due le cose, perché non è sempre tutto bianco e nero, e le persone possono diventare una droga, e una dipendenza può essere vista come un rapporto intimo con un’altra parte di sé.
E’ facile farsi prendere dal vortice dei pensieri, perché nel frattempo Manuel ha lasciato volare via il falsetto, e le chitarre ti trascinano in giro per la notte, guidati solo da un visore notturno impostato su un blu gelido e sprazzi di rosso accecante come la disperazione.
Ma è una rullata alla fine del solo di chitarra a lasciarti definitivamente stordito.
Ora gli insetti corrono veloci sulle cosce, coprono la tua pancia, arrivano al collo.
Sacra e sola – sporca sposa – sdraia sul tuo grembo – bianche lame – come dame
Salta tutto.
Saltano i pensieri. Salta il razionale. Salta la logica.
Arriva l’apnea, mentre Manuel sderena gli altoparlanti, iracondo, con una capacità canora sensazionale.
E ancora il parallelo tra l’abuso di cocaina e la dipendenza dall’altra persona.
Tossica. Cancerogena. Disturbante.
E non è mai bene, quando ciò che è mio è tuo, se quello che è mio è solo un’ossessione incurabile, nel loop che si arrotola su se stesso come un serpente velenoso.
Fino a che il pianoforte non interrompe il proprio maelstrom, lasciandoti stanco ma rinnovato, sull’orlo del baratro ma vivo, mentre gli insetti si ritirano come la risacca, proprio un attimo prima di entrarti in bocca e soffocarti.

TESTO