Capitano le peggio cose, a noi uomini, mentre aspettiamo una donna che si prepara.
Almeno una volta nella vita, mentre voi ragazze eravate impegnate a truccarvi con una perfetta gestione del vostro tempo, noi progetti di uomo mai conclusi, dopo esserci preparati in massimo 10 minuti, abbiamo dovuto ingannare l’attesa in qualche modo, senza peraltro avere la reale percezione di quanto tempo avremmo dovuto attendere.
In quei momenti, puoi mandare in vacca l’hard disk del PC, iniziare a modificare i settaggi audio e video della televisione senza più saltarci fuori, sfogliare una rivista di dubbia utilità, come fossi dal dentista, oppure fare zapping compulsivo come neanche Fantozzi.
Sta di fatto che qualche anno fa, non ricordo con precisione quando, mia cugina venne a trovare la mia famiglia, e una sera io e lei decidemmo di uscire per una birra, e in pochi minuti eccolo, algido, perfetto, atteso come una piaga biblica, inevitabile come il ripetersi delle stagioni.
Il wormhole, il buco nero dell’attesa indeterminata.
Tutto sto pippone per dire che una sera, mentre aspettavo una donna che si preparava, buttato sul divano come un sacco dell’umido, ho ingannato l’attesa guardando X-Factor.
Fatto sta che un concorrente – del quale ricordo vagamente l’aspetto, un misto tra il cantante dei Kaiser Chiefs e Bud Spencer – decise di proporre come cover una canzone di Niccolò Fabi.
Costruire.
Che forse avevo già sentito, forse no, ma alla quale comunque non avevo dato l’importanza che merita.
E’ ironico che un pezzo come questo mi si sia manifestato così chiaramente attraverso un programma che normalmente ignoro, interpretato da un povero cristo seduto sulle scalette di uno studio televisivo, che per quanto ricordo era anche bravo bravo, ma che in ogni caso non ne era l’autore, in un momento dove avrei potuto letteralmente fare qualsiasi altra cosa che non fosse guardare la TV.
E’ ingiusto anche, perché Costruire è probabilmente una delle migliori canzoni italiane di sempre, e scoprirla così non le rende il merito che ha.
E’ che tutto gira, parte e poi forse torna, la musica fa sempre come le pare, e quello che deve arrivare arriva, prima o poi, in un qualche modo, e Costruire arrivò così, in una sera di quasi autunno, quando ancora non conoscevo benissimo la musica del suo autore – ancora oggi ascolto Fabi molto volentieri, ma non con una frequenza tale da potermi ritenere un suo fan – e sarà stato quel sentimento da sala d’attesa, ma in pochi secondi ne fui rapito, che se ogni minuto passato ad attendere di fare qualcos’altro passasse ad ascoltare un pezzo del genere anche l’attesa avrebbe un giustificato motivo.
Costruire è minimalista come se non ci fosse bisogno di dire altro, illuminante come dovrebbe essere la rivelazione della serenità, semplice come un pezzo di pane con la Nutella, e al tempo stesso porta sulle spalle esili sei o sette universi di significati, che vengono in mente uno dopo l’altro come singoli fiocchi di neve che si sommano l’uno all’altro, fino a che quella che sembrava una piccola sbiancata fuori stagione non si rivela la nevicata del secolo.
Perché se l’inizio di ogni relazione è il momento di maggiore euforia, quando il quotidiano non ha ancora contaminato il clima da continua scoperta in cui ti senti coinvolto, quando la novità fa sembrare tutto perfetto, servono muscoli d’acciaio e cuore da eroe per costruire su questa vacanza, mattone dopo mattone, errore dopo errore, qualcosa di vero.
Chiudi gli occhi, e immagina una gioia
Molto probabilmente penseresti a una partenza
Si vivesse solo di inizi, di eccitazioni da prima volta
Quando tutto ti sorprende e niente ti appartiene ancora
Gli inizi non sono mai veri, dice Niccolò, la verità arriva dopo, quando la consapevolezza di non essere perfetti riesce a non scalfire quello che si sta portando avanti insieme. Con fatica, con voglia. Scegliendo di farlo, a dispetto di tutte le difficoltà.
La voce di Fabi ha un potere speciale in questa canzone, quasi fosse essa stessa uno strumento musicale da modulare sulle diverse sensazioni evocate dal testo. Così, l’incantata aria delle prime strofe trasmuta nella serenità del ritornello, accompagnata dalla dolcezza della melodia, prima di cambiare ancora registro sottolineando la fatica della fine di una relazione.
Perché per ogni inizio esiste una fine, e i ricordi più vividi che restano sono sempre quelli dell’abbandono, della chiusura di una storia, come se la sofferenza provata avesse il bastardo potere di cancellare quanto di bello si era creato insieme.
Ma la chiave è comunque in quella parola, che evoca palazzi e strade e ruspe e fatica e mattoni.
Costruire.
Rinunciando alla perfezione, alle favole, al destino che ha scelto per te.
Ognuno alla fine fa del proprio meglio per sopravvivere in questo fastidioso universo, e niente è una favola dove magicamente le cose sono già tutte a posto.
C’è da far fatica, da sporcarsi le mani, e se alla fine puzzi un po’, ci sta, che nessuno ha mai detto che sarebbe stato semplice.
Vivere, esistere, amare.
Rinunciando alla perfezione, consapevoli che ogni cosa potrebbe finire, stringendosi le mani anche mentre inizia a nevicare più forte, e la bufera potrebbe far crollare quel muretto, quella capanna, quel castello che avete costruito insieme.
E che comunque parla di voi, della vostra volontà di provarci fino in fondo.
Che una volta che hai costruito, qualcosa rimane sempre.

TESTO