Poco tempo fa parlavamo di come sia cambiato l’approccio alla musica popolare nel corso degli ultimi venti, venticinque anni. L’indole rock sta morendo, affermavo nell’occasione, ma è necessaria una precisazione.
Il rock e il suo modo di vivere non stanno morendo, probabilmente non moriranno mai, quella che sta scomparendo è forse la sua fama.
Se, parlando di rock, la musica prodotta fino agli anni ‘90 è più viva che mai, tanto che anche le nuove generazioni restano sempre affascinate da quel passato glorioso, ritengo sia sempre più difficile capire quali band o cantanti artisticamente nati dopo l’arrivo del nuovo millennio resisteranno all’usura del tempo come hanno fatto i loro predecessori.
Quale band, nata a cavallo del 2000, tra trenta, quarant’anni sarà ancora riconosciuta come una delle band che hanno fatto la storia del rock?
Credo che esistano artisti molto validi anche in questo periodo fatto di disimpegno pop e ritmi spagnoleggianti.
Black Keys, National, Wilko, Arcade Fire, Arctic Monkeys e Last Shadow Puppet, Tame Impala, George Ezra, Kaiser Chiefs, Ed Sheeran, Interpol, Editors, e potrei continuare a lungo, sono qui a dimostrarlo, con attitudini e sonorità totalmente differenti l’uno dall’altro, partendo sempre dalla radice comune del fuoco dentro, della musica come veicolo per comunicare.
Sì, l’indole del rock resiste, è la sua diffusione culturale che sta passando un brutto periodo, come se quel passato di chitarre, ribellione e grandi sogni fosse troppo ingombrante per essere riproposto, o troppo ingenuo per essere professato, quando l’unica cosa importante sembra essere il successo ad ogni costo.
Tra le band post duemila che stanno provando a rinverdire i fasti del rock più classico, con contaminazioni direttamente dal decennio d’oro della nostra musica preferita, quegli anni settanta a cui ancora oggi si guarda quando si vuole produrre rock di qualità, i Black Mountain meritano un posto di rilievo.
Canadesi di Vancouver, nel 2008 pubblicano il loro secondo album, In the future. Per un ironico gioco del destino, il disco guarda al futuro parlando la lingua del passato.
Se da un lato la mancanza di originalità sonora in certi brani è evidente, dall’altro è indubbio come un album di hard rock seventies, a tratti orientato alla psichedelia e sviluppato con le tecniche di produzione odierne non sia un puro esercizio di stile, ma un tentativo valido di mantenere viva la fiamma del rock.
Queens will play è la quarta traccia del disco, ed è come se Eric Draven tornasse a suonare sul tetto una volta ultimata la sua vendetta.
Il sangue si infila nei buchi della notte.
Esordisce così, questo pezzo dal testo oscuro e visionario, che non lascia scampo, su un’impostazione musicale scarna e ossessiva quanto basta per tenerti incollato all’ascolto, cullato dalla voce vampira di Amber Webber, straordinaria interprete in grado di manifestare l’anima inquieta dell’impostazione dark e il potere maledetto dell’hard-rock.
Che di notte, al buio, è tutto diverso.
I rumori si amplificano, gli spazi si dilatano e il tempo prende a scorrere in modo non lineare.
Se vi è mai capitato di restare svegli la notte, girandovi nel letto, sapete di cosa parlo. Quando di prendere sonno proprio non c’è verso, le coperte sono mattoni e il cuscino è coperto di insetti.
I pensieri da improbabili diventano secondo dopo secondo plausibili. Un piccolo rumore di fianco al termosifone diventa un topo. Il formicolio ad un piede diventa un ragno. Sai perfettamente che si tratta solamente di suggestione, eppure diventa sempre più facile credere che qualcosa di strano stia succedendo.
C’è da impazzire, in quei momenti. E’ come se i filtri tra la razionalità e le angosce più inconfessabili di ognuno venissero rasi al suolo dal nero della notte.
Queens will play gioca su questo tetro registro per buona parte della sua durata.
Dove il sangue cola lento dai muri, e i pensieri peggiori diventano reali.
Ma se la notte fosse fuori, potete stare certi che la fine del tormento è prima o poi destinata ad arrivare. Solo che a volte la notte è dentro, e la realtà lascia progressivamente posto alla schizofrenica paranoia. Fino a che non cessa di esistere, e i demoni prendono definitivamente il comando, nascondendosi nelle nostre ombre, diventando parte di noi.
La ripetitività della musica lascia spazio alle tastiere, che trascinano verso un solo effettato abbastanza da portare a galla un abisso di cattivi pensieri, e la sensazione che il male sia a un passo diventa tangibile, prima di trovarsi incastrati nella empia idea che il maligno sia già dentro di te.
Ma il rock è così, dissimula, sbeffeggia, angustia. O forse no. Forse no davvero.
Perché quando Amber tiene più lunga quella nota alla fine di let your time shine, quando un doppio colpo di batteria banale come un piacevole formicolio al collo spezza le catene, capisci che anche il buio non è eterno.
Che se il tuo tempo, se la tua vita può ancora splendere, è più facile farcela con la potenza rotonda di un suono del genere, che se il rock esiste è anche per tirarti fuori dai guai, ogni tanto, con quella carica atavica che resetta l’amigdala, vince la stasi e scorre sotto la pelle con quella forza che non si spiega, solo si vive, da sessant’anni a questa parte, e non smetterà certo ora di farlo.
Che ai tempi del big-bang, doveva esserci qualcuno in un angolo a suonare una roba del genere, con un amplificatore grosso come l’Alaska, che se no non succedeva un cazzo e saremmo ancora nel nulla.

TESTO E TRADUZIONE