Da piccolo, quando avevo tipo 1-2 anni, pare trovassi irresistibile passare parte del mio tempo al buio dentro un comodino.
Esatto. Un comodino.
Conservo ancora una foto, scattata da mia madre con la santa pazienza che solo i genitori sanno avere, di me che, con il sorriso di chi crede di aver capito tutto, esco da lì aprendone l’anta.
Non ho la minima idea di cosa mi attirasse nello stare al buio, chiuso in un mobile, lasciando che il mondo scorresse senza che ne avessi la percezione.
Credo sia una di quelle cose che sono innate nella personalità, senza che ne esista una reale spiegazione logica, ma che poi riverberano nel tuo presente, tanto da dover ammettere che ancora oggi di tanto in tanto cerco un mobile dove nascondermi.
Il fatto che con l’età adulta un comodino si sia trasformato in un appartamento, oppure in una macchina, o, ancora, in una specie di astrazione mentale, non fa, in fondo, molta differenza.
Sia come sia, per tanto tempo non ho pensato al mio mobilino speciale, fatto di per sé di importanza risibile, se non si considerano le circostanze che me l’hanno fatto tornare in mente.
Non più tardi di una settimana fa, dal nulla, mi è tornata voglia di ascoltare i Guns n’ Roses. Sono anni che ci frequentiamo poco, io e quei teppistelli statunitensi, ma il bello della musica è che mica hanno fatto gli offesi quando il weekend scorso ho messo su a bomba It’s so easy. Anzi, è stato come ci fossimo salutati la sera prima. Mica son permalosi, i dischi, e io li amo anche per quello, che loro son semplici, e non si fanno tante menate sul perché ti comporti in un modo invece che in un altro.
Sta di fatto che ho buttato nel telefono gli album imprescindibili della band. Appetite for destruction, ovviamente, e i due Use your illusion, e via di ascolto a ciclo continuo.
I Guns del 1991 sono una roba molto diversa rispetto a quattro anni prima, come abbiamo già visto. La sensazione che rimane, con il passare degli anni, è che Appetite for destruction, pur essendo per certi versi superiore ai due episodi del 1991, sia rimasto confinato in una bolla sonora tipica del periodo. In altre parole, certi album invecchiano peggio, e anche se da giovani son stati molto più fighi di altri, quando spuntano le prime rughe non diventano affascinanti, ma un po’ gonfi e con il fiato corto. In questo senso, a distanza di tempo Use you illusion si fa preferire, probabilmente perché sa comunicare qualcosa anche oggi. Le strutture dei pezzi sono più elaborate, la tecnica canora è più sfaccettata, la scrittura dei testi ha una profondità fino ad allora sconosciuta, si sono aggiunte le tastiere di Dizzy Reed a riempire l’ambiente. Non è più solo hair-metal suonato da dio e mischiato con il napalm, è rock vero, puro, ridondante e magniloquente come deve essere. Appetite suona da città notturna che tutto fagocita e interiorizza, i due Use your illusion fanno il rumore della metropoli e della campagna allo stesso tempo, del deserto e del mare; sono lenzuola umide in una notte pensierosa ma anche cloche del cambio che scala marcia ed accelera. Punta all’eternità, una roba del genere.
La settima traccia dello Use your illusion blu, il secondo, è Breakdown, che a me ha sempre fatto sballare, ma sballare duro, e che spiega alla perfezione il nuovo corso dei losangelini.
Che poi si vede che ad Axl fischiare piace un sacco, perché anche qui si parte con una zufolata, come in altri episodi. Ma mica puoi dargli torto, sta da dio, prima che il piano faccia il suo ingresso, discreto ma insostituibile, accompagnato da un banjo che sembra quasi di stare in veranda, con un filo d’erba in bocca, la sedia in bilico sulle gambe posteriori e i piedi nudi appoggiati ad una ringhiera. Poi il biondo inizia a cantare mentre quello col cappello alto intarsia l’aria con arabeschi che ti parlano di orizzonti sereni, forse irraggiungibili, forse solo da tenere fissi davanti agli occhi iniziando a muoversi verso di loro, che sarebbe già qualcosa.
Tutti ci ripariamo dal freddo
E quando cadiamo dalla rete
Ognuno prova a scaldarsi con un altro calore
Quella che all’inizio potrebbe sembrare essere una canzone incentrata solo sulla fine di una relazione, si rivela invece un pezzo di più ampio respiro. Nelle parole composte da Rose, traspare certamente la delusione per essere stato abbandonato e tradito, ma più che riferirsi ad una persona in particolare, lo sguardo sembra posarsi anche su tutte le persone che, a seguito del successo della band, si sono di colpo riavvicinate al biondino figo, dopo averlo preso a calci in culo per anni.
A volte siamo così emarginati che ci lasceremo prendere in giro
Da un trucco da quattro soldi o qualche saggia parola
Una mano nascosta su per la manica di una camicia
Pensando che la persona che ami potrebbe ferirti adesso
E’ un po’ difficile da credere
Ma ognuno, piccola, a volte, morde la mano che lo nutre
Le parole più dure vengono sapientemente sottolineate dall’ingresso totale della band, anche se nella canzone non esiste un vero e proprio ritornello. E’ come se il flusso di pensieri fosse completamente affidato alle strofe, con il ritmo incalzante delle tastiere e la portentosa chitarra ritmica di Izzy, prima che la fine della sentenza emessa venga sedimentata dal rallentamento del ritmo, come a sputare fuori il proprio fastidio, pronti ad andarsene, lasciando che il rumore del silenzio faccia da amplificatore delle parole.
Ma stiamo sempre parlando di Guns, di rock suonato mostruosamente bene e prodotto meglio, e dove non arrivano le parole arriva la potenza sonora, e allora Matt, Duff ed Izzy accelerano il ritmo, mentre Axl lascia che le sue corde vocali si rendano strumento sull’orlo del collasso e Slash viene per l’ennesima volta dominato dal demone che gli permette di muovere le dita ad una velocità supersonica trasformando gli orizzonti tersi in cieli gonfi di uno spirito di rivalsa che entra dai padiglioni auricolari e come una scossa elettrica ripetuta all’infinito stimola muscoli, tendini, organi, ossa.
Un invito a muoversi e reagire, prima che sul finale l’orgia sonora della band si sovrapponga a frasi tratte dal film “Punto zero” del 1971, road movie di inseguimenti e fughe dalla polizia.
Adoro Breakdown per la sua struttura, per le sue parole, per quello che comunica.
La adoro, anche, per quella frase là.
Proprio come un bimbo che si nasconde in un armadietto
Non puoi sapere cosa succede fuori
Che a volte non hai altra scelta, e lo sai che prima o poi dovrai uscire ed affrontare tutta la merda. Ma così come sai quello, ti è altrettanto chiaro che i comodini possono servire per ricaricare le batterie, curarsi le ferite, accumulare energia quel tanto che basta da aprire lo sportello con il sorriso di chi sembra di aver capito tutto.
Ed è buffo realizzare che a volte quel mobile si trasformi in un pezzo rock tirato come un motore spinto al limite, in fuga da quello che pensi di poter lasciarti alle spalle. Un pezzo da vivere tutto d’un fiato, da bere in un sorso unico, con quella ingordigia bambina che ti accompagna fin da quando il buio,  quello quieto e rassicurante, istintivamente, già parlava di te.

TESTO E TRADUZIONE