A ripensarci, tutto è nato in una sera d’inverno, in camera tua, ad ascoltare l’ultimo album di quel modenese là. Il lato A è finito, tocca alzarsi per girare la cassetta; prima della canzone che apre il lato B, senti il solito suono, quella roba tipo bip dei vecchi orologi digitali ripetuti in crescendo di tonalità, che sembra di stare all’Amplifon, e poi inizia.
E’ la prima volta, non sarà – mai – l’ultima, che se sei stato adolescente quando è uscito Gli spari sopra l’agiografia su questa canzone potrebbe tendere all’infinito.
Stupendo.
Tipo che ricordi una cena con amici, quella mora lì che parlando di musica ti dice sorridendo che il suo pezzo preferito di Vasco è proprio quello, e tu, che sei un po’ un cazzone, già pensi al nome dei vostri figli, ma poi sei troppo timido e coglione per farti avanti, e le occasioni, a volte, non tornano più.
O quella volta a San Siro, che i biglietti prato erano finiti e allora va bene anche il secondo anello, ma quando parte il ritornello lanci un braccio per aria con un’enfasi tale che sembra la spalla si possa svitare e volare via, e ancora un po’ e voli di sotto, e fortuna che un tuo amico ti tiene, ma poi in realtà non l’ha fatta apposta, neanche se ne era accorto, voleva solo abbracciarti e condividere quell’urlo lì, e va bene così.
O, ancora, in un locale del tuo paese, un po’ sbronzo un po’ bambino, che una sera c’è il karaoke, e a te viene in mente che vuoi cantare proprio quella, ma non riesci a farlo da solo, che in un amen decine di voci diverse si sovrappongono alla tua, voci bellissime, fuori sincrono, stonate, fin troppo grintose, e la cosa ti dà fastidio per qualche istante, ma poi te ne sbatti e canti assieme agli altri.
Il Vasco del 1993, il Vasco de Gli spari sopra, è incazzoso e hard-rock come mai prima. Abbandonata quasi completamente l’ironia dissacrante che lo ha contraddistinto nella prima fase della carriera, e in parte dismessi i panni più cantautorali e pop delle ultime prove, Vasco si presenta negli anni novanta tirato a lucido, spietato nei giudizi, provocatorio nei temi, forse cavalcando l’onda di un malcontento generalizzato, ma in ogni caso facendosi portavoce di una indignazione palpabile, indignazione peraltro già presente in parecchi brani precedenti. Musicalmente, l’influenza delle sonorità che arrivano dall’estero è spiccata, ma anche in questo ambito non è da sottovalutare l’incidenza del periodo storico in cui vede la luce il disco. C’era un solo modo per comunicare quella tensione, quel fastidio: alzare il volume delle chitarre, saturare l’ambiente con un basso martellante, produrre la miglior interpretazione vocale di sempre. Ne esce un album cupo e cattivo, ma al tempo stesso riflessivo. L’ultimo capolavoro del rocker di Zocca.
Stupendo riassume le diverse anime del disco, diventando non solo la vetta assoluta dell’opera, ma anche uno dei brani migliori della storia del Blasco.
E’ nei ritagli, ormai, del tempo che penso a quando tu eri qui
Era difficile, ricordo bene, ma era fantastico provarci insieme
Ed ora che non mi consolo guardando una fotografia
Mi rendo conto che il tempo vola, e che la vita poi è una sola
Forse le maggiori riflessioni sulla società arrivano quando il proprio malessere interiore sbatte sulle tempie come un pessimo mal di testa, quando la dimensione privata delude oltre il limite. E’ come se la mancata serenità personale veicolasse le energie, un tempo spese a perdersi tra le braccia di quella persona là, verso l’osservazione della realtà sociale, quasi il fatto che il mondo sia una merda possa in qualche modo giustificare alla tua mente l’umore nero per la perdita di qualcuno, come se scoperchiasse il vaso di Pandora, cercando uno sfogo alla rabbia che non necessariamente sia in relazione con quella persona.
E mi ricordo chi voleva al potere la fantasia
Erano giorni di grandi sogni sai, eran vere anche le utopie
Ma non ricordo se chi c’era aveva queste facce qui
Non mi dire che è proprio così, non mi dire che son quelli lì
Vasco picchia subito duro. Gli stessi soloni del 1968, quelli del culturalmente impegnato, ora parlano del niente con grande sicumera dietro uno schermo televisivo, o con una tessera di partito in tasca, svenduti al nemico borghese che venticinque anni prima avrebbero abbattuto.
Ecco quelli che dovevano cambiare il mondo, sembra dire Vasco. Ora indossano cravatte che giorno dopo giorno si stringono sempre di più, come cappi al collo. Sono gli stessi che venticinque anni fa ti facevano la morale perché eri poco allineato, ed ora guardali. E’ una dichiarazione di libertà intellettuale, quella libertà un po’ punk che certi ambienti – quelli che poi sono diventati la classe dirigente che in fondo erano sempre stati – hanno sempre interpretato, sbagliando, come troppo ignorante per essere abbastanza rivoluzionaria. Ma è al tempo stesso una presa di coscienza amarissima e rabbiosa, per tutte quelle frasi da opportunisti con cui adesso si riempiono la bocca, tra è la vita, è ora che cresci e devi prenderla così. Una rabbia che cresce anche per chi ti ha sempre detto non puoi lamentarti, cosa vuoi tu più di così, come se una vita agiata potesse in qualche modo impedirti a prescindere di vedere una realtà insoddisfacente e di provare a contestarla.
Il climax del pezzo è in arrivo, tra un tappeto sonoro di rara efficacia e la stessa voce di Vasco, che si riempie come a soffiare dentro un palloncino, saturandosi fino all’inevitabile esplosione, nell’attacco personale che diventa riscatto globale nei confronti di chiunque ti abbia giudicato, emarginato, bollato, fatto del male.
Sì, stupendo! Mi viene il vomito, è più forte di me
Non lo so se sto qui, o se ritorno
Ed è in questo momento che il potere di Stupendo deflagra completamente. Il potere di riuscire a modellarsi sulle esperienze di ognuno, comunicando oltre il proprio significato originario, con quel ritornello così carico di suoni e grinta e tastiere che sembra fatto apposta per essere cantato da 250 mila persone tutte insieme, valicando la comprensione stessa del pezzo. Sarà la semplicità, sarà che il volpone ha sempre avuto un talento naturale nel creare inni generazionali, ma l’urlo di Vasco racchiude in sé un potere liberatorio a cui è impossibile resistere.
Un potere da gridare alla luna che ha ancora gli occhi di quella là, una forza da sputare in bocca al lutto come mantra curativo, una potenza da vivere sudando abbracciati come in un grande rito collettivo, ricordando tutte le volte che c’è stata, c’è e ci sarà, a farti spurgare un po’ di quel malessere, incazzoso e sarcastico, emozionato e libero.
A sperare di non tornare in mezzo a quella merda. O forse sì, ma non ci contate troppo.

TESTO